la lezione delle amministrative

Elogio del modello Lepore, vero laboratorio del centrosinistra che verrà

Claudio Cerasa

Primarie vere, tenda più larga, fine della sottomissione al grillismo, centrismo valorizzato. Così si costruisce l'antipopulismo del futuro, in attesa di una nuova e auspicabile stagione proporzionale

Ha quarantuno anni, una passione per Omero, una laurea in Scienze diplomatiche, un master in Relazioni internazionali, un europeismo  forgiato in un pezzo di vita trascorsa a Bruxelles, una militanza politica depurata dalle vecchie bandiere del passato, un’esperienza di dieci anni da assessore del suo comune, una fede cieca nelle primarie, un’ammirazione sincera per Draghi, un approccio con i social non da urlatore ed è forse il sindaco più sottovalutato nella stagione dei nuovi sindaci d’Italia. Lui si chiama Matteo Lepore, è stato eletto al primo turno a Bologna e la sua storia, il suo percorso, la sua campagna elettorale e anche la sua coalizione contengono diversi elementi utili per ragionare sul centrosinistra del futuro e per provare ad affrontare alcuni tabù con cui presto si troverà a fare nuovamente i conti la coalizione rossogialla.

   

Il primo elemento d’interesse riguarda l’origine della corsa di Lepore a Bologna e riguarda la decisione del Pd bolognese di scommettere su primarie non farlocche per assegnare lo scettro del candidato a sindaco della città. Le primarie generano competizione, la competizione genera innovazione, l’innovazione genera rinnovamento e in nessun’altra città come Bologna ci sono state primarie così sentite e così combattute e così poco telefonate come quelle vinte da Lepore.

 

Lepore, ed ecco il secondo elemento, ha vinto le primarie contro una candidata valida come Isabella Conti, esponente di Italia viva, e sarebbe bello se la scelta del partito di Matteo Renzi di partecipare alle primarie bolognesi fosse una scelta rivolta verso il futuro. E la domanda è d’obbligo: in attesa di avere un proporzionale (magari) o un doppio turno (utopia) che potrebbe offrire ai partiti di centro un proprio raggio d’azione (entrambe le ipotesi sono lontane dai radar della politica) esiste davvero un’alternativa alla costruzione di coalizioni innovative con il Pd?

   

Il ragionamento vale per il centro, ovvio, ma vale anche per un Pd che mai come oggi avrebbe il dovere di utilizzare la spinta positiva delle amministrative per allargare la sua tenda a tutti coloro che non si riconoscono nella destra a trazione salviniana. Con le primarie, certo, ma anche provando a replicare il modello bolognese anche da un altro punto di vista, trasformando cioè il suo rapporto con il M5s non in un rapporto tra pari (o peggio di sottomissione) ma in un rapporto tra un partner che guida (il Pd) e uno che segue (il M5s).

   

A settembre, proprio a Bologna, il ministro Lorenzo Guerini aveva chiesto al suo segretario, rispetto al rapporto del Pd con il M5s, di fare uno scatto in avanti, nella consapevolezza che il problema non è “l’utilità di un’alleanza ma è averne ceduto la guida” ed è avere l’ambizione di “guidarla, nei contenuti, nelle idee e anche con le persone”, quell’alleanza. A Bologna, il Pd è riuscito a imporre questo modello, facendo convergere il M5s sul suo candidato senza dover scegliere il candidato a tavolino, ed è riuscito a fare quello che né il M5s né i partiti di centro hanno avuto ancora il coraggio di rivendicare: far convivere tutti sotto lo stesso tetto.

   

E così, a Bologna capita che i partiti cosiddetti antipopulisti (quelli di centro) finiscano nella stessa coalizione dei cosiddetti vecchi partiti populisti (come il M5s) e capita che a  portare acqua alla coalizione del candidato a  sindaco del Pd siano stati, oltre alla sardina Mattia Santori (il più votato della lista del Pd), anche la lista costruita da Italia viva (al 5,7 per cento) e anche la lista del M5s (al 3,4 per cento). Primarie vere, competizione, ricerca d’innovazione, volti freschi, europeismo sfacciato, tenda più larga, collaborazione tra centro e nuovo M5s, fine della sottomissione al grillismo. Il centrosinistra che verrà, in attesa di una nuova e auspicabile stagione proporzionale, forse farebbe bene a trasformare Bologna non in una involontaria parentesi ma in un modello giusto per costruire l’antisovranismo del futuro.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.