La destra modello Giorgetti non esiste

Claudio Cerasa

I candidati nelle città non sono un infortunio ma lo specchio fedele di quello che il centrodestra è: confuso, estremista, diviso. E il peggio deve ancora venire. Guida dopo i capricci in Cdm, con la Lega fuori

Nelle ore immediatamente successive all’ufficializzazione dei risultati elettorali, Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno reagito alla batosta delle amministrative offrendo due interpretazioni dei fatti piuttosto omogenee. La prima interpretazione, tipica di chi non vuole occuparsi di ciò che è successo alle elezioni, ha coinciso con la drammatica denuncia del fenomeno dell’astensione, denuncia condita da una serie di annotazioni solenni finalizzate a sottolineare il clima di scarsa democraticità del paese (anche alle politiche del 2018 ci fu un’astensione record ma non si ricordano gravi e solenni riflessioni da parte di Salvini e Meloni, segno che nella grammatica populista – e non solo in quella – la democrazia funziona bene solo quando i risultati coincidono con le proprie aspettative).

  

La seconda annotazione, molto più interessante, ha coinciso invece con una denuncia, invero molto ingiusta, indirizzata da Salvini e Meloni e in parte anche da Berlusconi, contro gli sfortunati candidati scelti dal centrodestra nelle grandi città. Berlusconi, ancora prima che si conoscessero i risultati, ha detto che dalla prossima tornata elettorale occorrerà cambiare i criteri di selezione dei candidati. Salvini, pochi minuti dopo il flop del centrodestra a Milano, Napoli e Bologna, ha detto che i candidati scelti dalla coalizione sono stati scelti troppo in ritardo. Meloni, convinta di poter ancora fregare i propri alleati con una vittoria a Roma di Enrico Michetti, ha scaricato su Salvini ogni responsabilità per la scelta dei candidati come quelli di Milano ricordando che nel capoluogo lombardo Fratelli d’Italia il suo l’ha fatto arrivando al 9,8 per cento dei consensi contro il 10,7 per cento dei consensi raccolti dalla Lega.

 

I leader di centrodestra, nel giro di ventiquattro ore, si sono dunque guardati l’uno con l’altro chiedendosi in che modo sia stato possibile arrivare a queste elezioni con candidati come questi. Ma il loro accanimento contro i Bernardo, i Damilano, i Michetti, i Maresca, contro i Battistini è, oltre che ingiusto, semplicemente incomprensibile. Incomprensibile perché i candidati scelti da Salvini, Meloni e Berlusconi per le grandi città hanno rappresentato e rappresentano non un centrodestra che non c’è ma semplicemente il centrodestra che c’è (a Roma la candidata al Consiglio comunale del centrodestra che per il momento ha intercettato il maggior numero di preferenze è Rachele Mussolini, nipote di Benito, figura di spicco di Fratelli d’Italia, segno evidentemente che l’autocomplotto del centrodestra contro se stesso non conosce tregua).

  

Un centrodestra confuso, lacerato, incomprensibile, impresentabile, estremista, diviso, senza leadership, più simile a un’illusione ottica che a un progetto politico. Un centrodestra che da mesi tratta i propri elettori come i registi del “Grande fratello vip” ieri hanno trattato i concorrenti del reality show (lunedì sera la regia non ha chiuso i microfoni con cui comunica con l’interno della casa e gli ospiti hanno sentito cosa la regia pensa di loro: “Sono una massa di imbecilli”) e che da mesi tenta in tutti i modi di seguire più l’agenda Gianluigi Paragone (no vax, no green pass) che l’agenda Mario Draghi (Berlusconi e Giorgetti a parte).

  

Da questo punto di vista, i candidati scelti dal centrodestra per questa tornata elettorale sono il riflesso perfetto di una coalizione che ormai esiste solo sulla carta e che mette insieme tre partiti che hanno tre linee non sovrapponibili: un partito che considera l’agenda Draghi come l’agenda del centrodestra (Forza Italia), un partito che considera il governo Draghi come la sciagura del centrodestra (Fratelli d’Italia), un partito che considera la propria partecipazione nel governo Draghi sostenibile solo a condizione di non lasciare all’opposizione l’agenda dell’opposizione al governo Draghi (la Lega). Si potrebbe dire, e forse persino sperare, che la scoppola ricevuta  possa indurre il centrodestra a cambiare registro e a fare un investimento sincero sulla nuova stagione politica dominata da  Draghi. Si potrebbe sperare tutto questo, e sperare anche che la destra prenda atto che l’estremismo non si può che combattere con una buona legge proporzionale. Ma la verità è che il centrodestra  la lezione delle amministrative più che comprenderla potrebbe travisarla. E travisarla per Salvini significherebbe una cosa semplice: continuare a inseguire l’irrilevante agenda Meloni piuttosto che cominciare finalmente a seguire l’ambiziosa agenda Giorgetti. I primi segnali post voto non sono incoraggianti: ieri la Lega ha disertato il Consiglio dei ministri che ha approvato la delega fiscale (in pratica la lega lascia il tavolo mentre il governo  riduce le aliquote Irpef ed elimina l’irap). Per il centrodestra, forse, il peggio deve ancora venire.

 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.