Il racconto

La notte di Salvini, lo sconfitto che medita vendetta

Non è più un capo che comanda ma solo un capo che veglia.

Carmelo Caruso

Non riconosce la sconfitta di Milano. Vuole blindarsi con un congresso-primarie per sfidare l'ala governista. Parla dei suoi ministri come "corpo estraneo". Dice che "i voti li ha lui". Ragiona sull'uscita dal governo. Tutte le sue idee ad alta velocità

Si sente perso ma non riesce a dire che ha perso. Aveva appena visto cadere Milano e si congratulava  per la vittoria di “Bernarda e Muggia”. Ieri sera, Matteo Salvini, la chiamava ancora “la congiura”. E, come nei drammi elisabettiani, raccontano che a Via Bellerio  schiumasse contro i suoi ministri “che si sono affezionati alle poltrone. Dove pensano di andare?”.

 


Nella sua testa-scacchiera, Salvini spostava dalla casella di governo il “pezzo” Giancarlo Giorgetti e allontanava la “torre” Mario Draghi che i suoi “consigliori”, le sue donne d’ingegno, dicono “non vale quanto dicono. I soldi del Pnrr dove sono? Dove è la valanga di denaro?”. Cosa farà Salvini da oggi? I ministri li definisce ormai “un corpo estraneo”. I “soldati”, i più fedeli, non ricevono più i suoi messaggi. Pure gli ordini stanno saltando. Non è più un capo che comanda ma solo un capo che veglia.

 

Da quanto tempo non dorme? Ieri, non ha neppure atteso la notte elettorale ma ha cominciato a veicolare questa scusa. Era l’alibi dei “candidati che sono stati scelti tardi”, la promessa che “il metodo cambierà. Li sceglieremo con anticipo”. Ha preferito farsi intervistare di pomeriggio, e non come accade spesso, a luna alta, quando è finito tutto. Ha parlato quando era già noto che, a Milano, il candidato Luca Bernardo usciva di scena peggio di come era entrato. E’ ballottaggio a Torino e Roma. Ma a Torino la versione è che sia merito di Giancarlo Giorgetti che ha trainato la candidatura di Paolo Damilano. Due visite e un’intervista che ancora si ricorda. O almeno che Salvini ricorda. Si vendicherà.

 

A Varese è un altro ballottaggio, fino a quando si scrive. Ma anche qui, Matteo Bianchi, il candidato, se vince, diventa “il delfino di Giorgetti”. Se perde quale leghista oserà attaccare un parlamentare che è sempre stato leale anche con Salvini? Vittorio Feltri, di cui una volta il segretario della Lega si professava il suo umile lettore, spiega che “qualsiasi cosa tocca non fa che romperla”. E dice anche che Salvini è un “uomo a cui l’unica cosa che adesso gli si può augurare è di ritrovare la serenità”.

 

Era sereno, ieri, mentre si faceva intervistare e si elevava a sociologo allo speciale Tg1? Il problema della sconfitta  diventava infatti “la bolletta, il mutuo, la scuola del figlio” e avvisava il governo che non serve una nuova legge elettorale, il ddl Zan, lo ius soli. Alcuni dicevano: “Vedete? Non uscirà dal governo”. Come se bastasse una sua dichiarazione. Maria Giovanna Maglie che è la sua filosofa, con il Foglio, ragionava sulla distinzione leghista: “Esiste il governismo senza limitismo e il governismo critico. Salvini deve fare governismo critico”. Nel governismo senza limitismo inseriva i ministri leghisti e il solito Giorgetti che “ormai mi sembra un tecnico”. Per lei Salvini è ancora “il principe”, “l’uomo capace di tornare al 34 per cento”. Ieri mattina, “il principe”, sui social, postava una delle sue frasi. Rimarrà sicuramente con lui. Non c’è dubbio. Ma chi altro ancora?

 

Nella Lega sono arrivati a questo. Salvini si annota le dichiarazioni di fedeltà. Di Massimiliano Fedriga, ad esempio, non si teme la diserzione perché ha già ricordato: “Io non esisterei senza Salvini”.


Tutti hanno la pretesa di raccontare cosa ci sia nella mente di un “capo”. Ma una testa in disordine non la può raccontare nessuno. E’ solo un albergo di dinamite.  In una stanza c’è la convinzione di Salvini di convocare un congresso, addirittura con primarie. E’ una possibilità. Come detto, è una stanza. In un’altra abita la decisione di azzerare la segreteria. La novità potrebbe essere una donna. Ancora una: “La Lega sono io. Pensano tutti che mi possono lasciare. E se invece li lasciassi io?”. E’ l’azzardo di un partito fuori dal partito. Non sono idee ma sono un po’ come i paesaggi che si osservano da un treno che sta viaggiando ad alta velocità. A Salvini gli stanno dicendo, almeno quelli di cui ancora si fida,  “esci dal governo per tornare al 35 per cento”. Gli stanno ripetendo che lo deve fare a dicembre e su qualcosa di rilievo come “le pensioni”, “il catasto”. Gli sussurrano che “al governo è passata la linea di Giorgetti. Ma ai tuoi elettori non piace la linea di Giorgetti”. La pena inizia da oggi. Sarà processato se non farà niente. Sarà condannato se farà qualcosa.

 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.