Draghi e la sveglia da dare alle imprese

Claudio Cerasa

Lavorare sulla produttività, combattere il “piccolo uguale bello” e sostituire finalmente la politica della lagna con la politica dei salari. Draghi va da Confindustria. Perché è ora di un “whatever it costs”

Chissà che Mario Draghi non trovi oggi il coraggio di sbattere di fronte agli occhi delle imprese italiane una piccola ma importante verità che un presidente del Consiglio della sua caratura avrebbe forse il dovere di non nascondere. Chissà che Mario Draghi oggi, quando salirà al Palaeur di Roma sul palco dell’assemblea annuale di Confindustria, non trovi il coraggio di dire alle imprese italiane che per il nostro paese è arrivato il momento di chiedersi non cosa lo stato debba fare per l’industria ma cosa l’industria possa fare per l’Italia. Chissà che Mario Draghi oggi, quando sarà di fronte al presidente di Confindustria Carlo Bonomi, non trovi il coraggio di dire che le prospettive del lavoro in Italia non dipendono dalla non flessibilità del mercato del lavoro, dal dramma del reddito di cittadinanza, dagli aiuti che mancano dello stato ma dipendono in buona parte dalla capacità che avranno gli industriali di compiere un passo nel futuro affrontando con decisione tre grandi tabù che da decenni incatenano la ripresa italiana: produttività bassa, investimenti insufficienti, salari da ridere.

Sui primi due punti si discute spesso, sul terzo si discute meno. Ma senza rompere il tabù sui salari italiani difficilmente l’Italia riuscirà a fare quello che anche Draghi sogna di fare: dare una spinta al paese, rendere le imprese più efficienti e riuscire finalmente ad attirare i talenti. Bisognerebbe avere il coraggio di dire la verità, di ricordare che in Italia tra il 2000 e il 2017 gli stipendi reali sono diminuiti (meno 0,5 per cento) mentre aumentavano in Francia (più 0,7 per cento) e in Germania (più uno per cento). Bisognerebbe avere il coraggio di ricordare che nel primo trimestre del 2021 gli Stati Uniti hanno fatto segnare l’aumento degli stipendi più importante degli ultimi quattordici anni e lo hanno fatto non perché la politica lo ha imposto ma perché le aziende si sono date da fare (a maggio hanno aumentato le paghe orarie McDonald’s, Amazon, Uber, Starbucks, Wayfair, Costco, Walmart, Chipotle, Bank of America). Bisognerebbe avere il coraggio di ricordare questo e bisognerebbe avere anche il coraggio di ricordare agli imprenditori e ai sindacalisti che casi come quello dei metalmeccanici, che a inizio anno sono riusciti a ottenere un aumento in busta paga di circa 100 euro, dovrebbero essere sempre meno casi isolati e sempre più modelli da utilizzare per dare una nuova spinta al paese. Bisognerebbe avere il coraggio di fare questo prendendo spunto anche da alcune considerazioni offerte pochi mesi fa dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco che nella sua relazione annuale, con tatto e intelligenza, aveva già consegnato agli imprenditori qualche elemento prezioso sul tema. Lo ha fatto invitando le imprese a compiere un passo nel futuro e ricordando che un’economia sana ha bisogno non solo di servizi pubblici di qualità ma anche di imprese dinamiche, innovative, in grado di valorizzare il lavoro ed essere premiate per la qualità della loro produzione.

 

E in questo senso, oggi più che mai, più che di sussidi o prestiti, alle imprese serve cogliere con intelligenza le molte opportunità offerte dalla nuova stagione economica, iniziando a fare quello che l’industria italiana non ha fatto a sufficienza negli anni precedenti alla pandemia. Per esempio diversificando le fonti di finanziamento. Per esempio rendendosi conto che l’aumento della produttività è direttamente proporzionale alla grandezza delle imprese. Per esempio rendendosi conto che la spesa privata in ricerca e sviluppo in Italia è più bassa di quella di Francia e Germania nonché della media dei paesi avanzati. Per esempio rendendosi conto che più un’impresa è piccola e più si riduce la domanda di lavoro qualificato (e più si riduce la domanda di lavoro qualificato e più aumenta la possibilità di avere salari più bassi). E nell’Italia che rimbalza, che macina entusiasmo, che infonde ottimismo e che costruisce un futuro, non ci sarà una crescita duratura senza una parola di verità su questo punto. Produttività, certo. Investimenti, certo. Tasse, ovvio, e tutti sappiamo che il costo del lavoro in Italia è tra i più alti dei paesi Ocse. Ma prima di tutto salari, salari, salari. Caro Draghi, è ora di presentare a Confindustria un prezioso whatever it costs. 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.