Ignazio Visco

Le considerazioni finali del governatore

Visco alle imprese: fate presto, basta lagne

Claudio Cerasa

E’ ora di chiedersi non cosa l’Italia può fare per le imprese ma cosa le imprese possono fare per l’Italia. L’atto d’accusa di Bankitalia  alle imprese piccole e improduttive è un appello alla classe dirigente. Ascoltarlo

C’è un aspetto molto interessante, e poco notato, contenuto nelle trentasei pagine delle considerazioni finali pronunciate ieri dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Un aspetto che verrebbe naturale definire cruciale, se solo l’aggettivo non fosse così abusato, e che ci permette di inquadrare in modo non scontato un lato fondamentale della stagione economica che si presenta di fronte al nostro paese. E che non riguarda ciò che deve fare l’Europa per l’Italia ma riguarda ciò che gli italiani, alcuni in particolare, possono fare per rendere l’Italia un posto più forte, più sano, più efficiente e più produttivo (resiliente?).

 

Ignazio Visco lo dice in modo esplicito solo alla fine della sua relazione, quando ricorda che un’economia sana ha bisogno non solo di servizi pubblici di qualità ma anche di imprese dinamiche, innovative, in grado di valorizzare il lavoro ed essere premiate per la qualità della loro produzione. Il messaggio di Visco è implicito ma è chiaro ed è un messaggio dirompente: care imprese, cari imprenditori, cari capitani d’industria, cari signori della produzione, è arrivato il momento di superare la stagione della lagna e di chiedersi non cosa debba fare lo stato o l’Europa per le imprese ma cosa possano fare le imprese per l’Italia. Meno lamentele, dunque, e più fatti, più investimenti, più coraggio, più aggregazioni, più fusioni. Visco lo dice tra le righe, non in modo demagogico ma partendo da alcuni dati di realtà. Lo dice ricordando che grazie alle garanzie pubbliche sui nuovi prestiti, alle moratorie sui debiti in essere e alle favorevoli condizioni di finanziamento delle banche le imprese hanno oggi la possibilità di soddisfare il proprio fabbisogno in termini di liquidità in un modo non scontato: l’aumento dei prestiti, nel 2020, dice Visco, ha superato l’8 per cento, a fronte di una contrazione del 2 per cento negli anni della crisi finanziaria globale e del 7 in quelli della crisi dei debiti sovrani nell’area dell’euro. E in questo senso, l’insieme delle misure adottate negli ultimi mesi, dai governi Conte e Draghi, hanno permesso di evitare “che aziende sane, gravemente colpite dagli effetti della pandemia, fossero costrette a cessare l’attività”, ragione per cui le aziende che oggi si trovano potenzialmente in difficoltà, in Italia, “contribuiscono per circa un sesto al totale dell’occupazione”. Per le imprese italiane, dunque, lo scenario di partenza è difficile ma non impossibile e per questo oggi è compito delle imprese saper cogliere le opportunità che offre la nuova stagione economica.  
 

Una stagione in cui sarà necessario, da parte delle aziende italiane, “colmare il ritardo rispetto alle imprese delle altre principali economie europee”. Diversificando per esempio le fonti di finanziamento (dall’inizio del 2020 a oggi, le emissioni nette di titoli di debito e di azioni quotate effettuate da società italiane sono ammontate a 16 miliardi, contro 101 per quelle francesi) e prendendo atto di alcuni elementi di fragilità del tessuto produttivo.

 

Elementi come “il numero elevato di microimprese con livelli di produttività modesti”; come la “ridotta presenza di aziende medio-grandi”; come la presenza di una “spesa privata in ricerca e sviluppo che resta molto più bassa di quella di Francia e Germania nonché della media dei paesi avanzati; come  “l’inadeguata,  anche nell’uso delle nuove tecnologie, formazione interna alle aziende”. Tutti problemi, dice ancora Visco, che “riducono la domanda di lavoro qualificato, generando un circolo vizioso di bassi salari e modeste opportunità di impiego”.

 

Qualcuno potrebbe rimproverare al governatore di non aver ricordato a sufficienza quanto l’incapacità delle aziende a investire su se stesse dipenda anche da un clima giudiziario che non sempre si presenta come favorevole agli imprenditori (ieri il tribunale di Taranto, mescolando un diritto creativo con la dottrina ambientalista, nell’ambito di un’indagine chiamata “Ambiente Svenduto”, ha condannato in primo grado i fratelli Riva a 20 e 22 anni, con pene superiori a quelle cui si fa ricorso in molti casi di omicidio volontario). Ma la critica sarebbe parziale perché ciò che Visco chiede alle imprese italiane vale a prescindere dal non semplice contesto giudiziario in cui lavorano le nostre imprese. E la critica è saggia e doverosa: è il momento di chiedersi non cosa l’Italia può fare per le imprese ma cosa le imprese possono fare per l’Italia. E’ il momento del fate presto, e del fate bene, rivolto non più dagli imprenditori allo stato ma dallo stato agli imprenditori. E’ l’ora di una svolta. E’ ora, finalmente, di dimostrare cosa vuol dire essere una classe dirigente capace di offrire al paese qualcosa di più ambizioso di una semplice lagna sindacale. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.