Il finto aiuto ai giovani e le banche da aggregare. Padoan a ruota libera

Claudio Cerasa

Le aggregazioni “cruciali”, il passaggio “epocale” delle banche, il metodo “controproducente” sulle tasse, la svolta di Draghi, l’errore di Letta. Una chiacchierata con l’ex ministro, oggi presidente di UniCredit
 

La crescita e le semplificazioni. Le banche e la politica. Le fusioni e le ambizioni. La sinistra e le tasse. E poi un nuovo metodo di governo: un po’ meno spazio ai veti della politica, un po’ più spazio alle energie del mercato. Pier Carlo Padoan è stato per quattro anni ministro dell’Economia, ai tempi del governo Renzi e poi del governo Gentiloni, dopo una lunga esperienza da capo economista dell’Ocse, è stato all’inizio di questa legislatura deputato del Partito democratico, fino al 13 ottobre dello scorso anno quando ha lasciato lo scranno alla Camera – scranno che sarà messo in palio a settembre con le elezioni suppletive di Siena a cui parteciperà il segretario del Pd Enrico Letta – per cambiare nuovamente vita e diventare così prima consigliere del cda di UniCredit e in seguito presidente. Padoan è probabilmente la persona giusta per provare a ragionare su alcuni temi che verranno tangenzialmente toccati nella giornata di oggi anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, nel corso delle considerazioni finali che terrà a Palazzo Koch, e il suo profilo ci consente di riflettere su almeno tre corni importanti del dibattito politico ed economico di questi giorni: come misurare l’ambizione del governo (semplificazioni, e poi?), come misurare la traiettoria del Pd (altre tasse, ma davvero?) e come orientarsi nel nuovo risiko delle banche che potrebbe vedere come protagonista assoluta la banca di cui Padoan è presidente (che farà UniCredit con Mediobanca e Generali?).


Cosa penso del governo Draghi? Rispetto al passato la svolta c’è ed è significativa. Siamo passati dalla stagione dei soldi a pioggia alla stagione dei soldi a progetto. Abbiamo finalmente capito che l’Europa non è un bancomat e funziona se riesce a mettere la sua solidarietà, i suoi vincoli e le sue provvidenziali condizionalità al servizio dell’innovazione dei paesi”. I progetti ci sono ma i problemi anche. E il primo problema saranno i licenziamenti: che fare? “Sui licenziamenti, penso che occorra dire la verità. E la verità è che i blocchi non possono e non devono durare in eterno. Naturalmente l’uscita dai blocchi deve essere gestita con la necessaria gradualità. Bisogna evitare di danneggiare quelle aziende che avrebbero bisogno di dar vita a profondi cambiamenti strutturali per potersi adattare ai tempi che cambiano. Sul mercato del lavoro, devono essere rivisti gli ammortizzatori sociali per uscire progressivamente dal blocco dei licenziamenti. L’Italia – continua Padoan – è ancora all’interno di una crisi profondissima che risulterà evidente quando le aziende potranno tornare a essere libere di licenziare. Ma non è comunque il momento di frenare il paese. E’ il momento di liberare le energie, di dare fiducia, di creare occasioni di crescita, di scommettere sul futuro. E per scommettere sul futuro ci sono due termometri da tenere sotto controllo: la capacità da parte delle istituzioni di generare fiducia nei cittadini e di convincerli a non tenere i propri soldi fermi sul conto corrente e la capacità da parte del governo di lavorare alle grandi riforme strutturali che possono rimettere in moto il paese”. Padoan ne ha in mente due: semplificazioni e concorrenza. “L’Italia può ritrovare fiducia e scommettere sul suo futuro se riuscirà, non in modo astratto, a fare quello che il governo ha promesso di fare: sbloccare i molti, troppi colli di bottiglia che la tengono in ostaggio del partito dei veti, come lo definisce il Foglio. Eliminare i colli di bottiglia aiuterà ad aumentare la fiducia nel nostro futuro, ma i cambiamenti dovranno essere tangibili, misurabili nel quotidiano: nel nostro rapporto con la pubblica amministrazione, ad esempio, o nella capacità del paese di ridurre i tempi per fare aprire un’impresa, nella capacità di rendere non più eterni i tempi della giustizia civile. E ancora – ma qui ci spostiamo su un altro terreno – trasformando la legge sulla concorrenza in un’occasione per rendere più competitivo e più efficiente il paese. La concorrenza, è scritto giustamente nel Pnrr, non risponde solo alla logica del mercato, ma può anche contribuire a una maggiore giustizia sociale, può aiutare ad abbassare i prezzi, ad aumentare la qualità dei beni e dei servizi e può favorire una più solida coesione sociale. Mi sembra un’idea tutto sommato, oserei dire, progressista”.

 

Il governo Draghi è un governo di destra? “Il governo Draghi è un governo che fa le cose, che usa il debito, che fa riforme e ogni etichetta mi sembra del tutto inopportuna e strumentale”. E la proposta di Letta, del segretario del Pd che proverà a prendere il suo posto come deputato a Siena, cosa ne pensa? chiediamo a Padoan. Siamo sicuri che un aggravio sulla tassa di successione, ora, possa essere un buon affare? “Io penso che il dibattito non sia stato impostato nel modo corretto. E per ragionare su questa idea è necessario dividere in due la questione. Da una parte c’è una domanda a cui occorre rispondere: è giusto o no destinare una quota di risorse al futuro dei giovani? Io dico di sì. In secondo luogo, è giusto o no aiutare i giovani offrendo loro una dote? Questo non lo so. Quello che so è che per aiutare davvero i giovani occorre dar loro una mano a entrare nel mercato del lavoro e a farli stare nel mercato del lavoro più tempo possibile, offrendo più soldi di quelli che guadagnano oggi. Questo sì che mi sembra un aiuto. Ed è, se mi permette, un approccio del tutto diverso rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi anni, con il modello del Reddito di cittadinanza che, per come è stato costruito, finiva per disincentivare il lavoro. Per quanto riguarda il tema delle tasse, credo abbia ragione il presidente Draghi: concentrarsi su una tassa separandola dal resto del contesto di una riforma fiscale mi sembra un approccio controproducente che rischia di uccidere un dibattito per altri versi molto rilevante”.

 

La nostra conversazione con Padoan scivola via veloce e arriva a un tema su cui l’ex ministro non si può esporre ma su cui qualcosa ci dice. UniCredit, banca di cui Padoan è presidente e che è guidata come amministratore delegato da Andrea Orcel, secondo molti osservatori dovrà presto sciogliere un nodo rispetto a ciò che farà nel futuro come banca tra le più importanti del paese: piccole aggregazioni (per esempio con Banco Bpm, per rafforzarsi per esempio in Lombardia) o grandi aggregazioni (per esempio con Mediobanca e Generali) come sembra essere intenzione di Leonardo Del Vecchio, azionista di minoranza di UniCredit (1,9 per cento) e azionista pesante di Mediobanca (15 per cento) e di Generali (12,9 per cento)? Padoan non può rispondere in modo diretto a queste domande, ma qualche indizio sul terreno lo lascia: aggregazioni, perché no? “Sulle banche – dice Padoan – quello che sta accadendo in Italia e non solo, è un passaggio epocale. Le banche, rispetto a qualche anno fa, sono uscite rafforzate nella gestione delle sofferenze e il tema delle aggregazioni è cruciale non solo per l’Italia ma per l’intera Europa. Io credo che, in prospettiva, sia corretto porsi l’obiettivo di rafforzare il sistema bancario perché ne beneficerebbe tutta l’economia in una fase in cui gli istituti creditizi saranno chiamati a una importante funzione allocativa. Le autorità europee stanno a più riprese sollecitando un irrobustimento dello stesso sistema bancario e le opzioni sono molteplici: dalle aggregazioni alla gestione dei prestiti deteriorati. Come per molti altri settori, credo che un’azione sinergica tra privato e pubblico possa definire soluzioni che contribuiranno a creare le condizioni per un settore bancario più competitivo e più resiliente. Un esempio di questo approccio è il metodo, corretto, scelto in questi giorni sulle nomine delle partecipate pubbliche, un po’ più orientato agli interessi del mercato e un po’ meno condizionato dai veti della politica. Per quanto riguarda la banca che ho l’onore di presiedere, penso che, come tutte le banche che operano a livello globale, oggi l’obiettivo sia crescere puntando sulla diversificazione delle attività e sulla tecnologia, nonché su una ridefinizione del modello di business, sempre più orientato ai paradigmi Esg. Possiamo svolgere un ruolo concreto come motore del cambiamento, di indirizzo tra finanza buona e ‘meno buona’ e di transition financing verso un’economia più green”. Più spazio alle energie del mercato, meno spazio ai veti della politica. Chissà che anche le aggregazioni dell’èra Draghi (e forse dell’èra Padoan) non passino anche da qui.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.