Mario Draghi (foto Ansa)

I primi tre litigi nella maggioranza e quell'impatto sulla corsa quirinalizia

Claudio Cerasa

Perché le prime tre piccole battute d'arresto del governo (con lieto fine) avranno un effetto più sul futuro di Draghi al Quirinale che sul futuro di Draghi a Palazzo Chigi

Le prime tre piccole battute d’arresto registrate negli ultimi giorni dal governo Draghi, prima con le proteste della Lega sul tema del green pass, poi con le rivendicazioni del M5s sul tema della giustizia, quindi con la decisione di rinviare a settembre una riforma come quella sulla concorrenza che secondo i piani del Pnrr avrebbe dovuto essere approvata entro fine luglio, non avranno  un impatto sulla vita del governo ma potrebbero avere un impatto su un’altra partita non meno importante come quella del Quirinale.

 

A prima vista, potrebbe essere difficile collegare gli episodi di questi giorni al tema della successione di Sergio Mattarella. Ma se ci si riflette un istante non si farà poi tanta fatica a comprendere una verità difficile da negare. L’ingresso prepotente del governo Draghi nella stagione della post emergenza pandemica ha proiettato le forze politiche in una dimensione molto diversa dalla prima fase di governo. Una fase all’interno della quale la sindacabilità dell’agenda Draghi, per molti partiti, è divenuta inesorabilmente una parte della propria identità politica (critico dunque sono). La sindacabilità può essere leggera (il Pd sulle tasse). Può essere simbolica (la Lega sul green pass). Può essere sostanziale (il M5s sulla giustizia). Ma il dato di fondo non cambia. L’unanimità che ha contraddistinto la prima fase della stagione di Draghi esiste oggi in una forma molto diversa dal passato (d’altronde provateci voi a mettere d’accordo sulla giustizia M5s, Pd, Lega, FI e Leu: a Draghi ieri è riuscito, riforma votata da tutti in Consiglio dei ministri, con il M5s che di fatto si rimangia il blocco della prescrizione) e la volontà da parte del presidente del Consiglio di scommettere più sulla carta delle decisioni che sulla carta delle mediazioni è uno dei tanti galloni di cui si può fregiare il governo Draghi. Le microfratture che si sono andate a creare in questi giorni non avranno dunque un impatto reale sulla stabilità della maggioranza, perché un conto è volersi distinguere da Draghi e un altro è voler far saltare Draghi, cosa che Giuseppe Conte vorrebbe e che difficilmente però gli riuscirà (anche perché, come Conte sa, ci sono 200 miliardi di euro in ballo, miliardi che arriveranno all’Italia solo se l’Italia manterrà fede al Piano nazionale di ripresa e resilienza che è stato votato quasi all’unanimità dal Parlamento a fine aprile). E’ probabile invece che gli scricchiolii abbiano un impatto sulla stagione delle battaglie quirinalizie perché per quanto possa sembrare difficile da credere gli azionisti del partito Draghi al Quirinale, per molte ragioni, si stanno riducendo di giorno in giorno. A non voler Draghi al Quirinale sono naturalmente i parlamentari del M5s, tranne forse Di Maio che in cuor suo spera di avere una piccola possibilità di andare a Palazzo Chigi nel caso in cui Draghi dovesse andare al Quirinale. E di riflesso, a non voler Draghi al Quirinale oggi è anche il Pd, che da settimane ormai fa filtrare il messaggio che Draghi è meglio averlo a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, non solo per la stima che il Pd ha di Draghi ma anche per la volontà del Pd di non tagliare troppo il cordone ombelicale con il M5s.

 

E in quest’ottica, visto che per il Pd il rapporto con il M5s viene prima di ogni altra cosa, sostenere al Quirinale colui che Giuseppe Conte sta di giorno in giorno provando a trasformare in un nemico del grillismo potrebbe creare qualche problema all’asse Pd-M5s. Draghi al Quirinale, poi, non lo vuole neppure Matteo Renzi, che fa sapere di vedere bene per quel ruolo Pier Ferdinando Casini e che teme che un Draghi al Quirinale possa accelerare la fine della legislatura. Non lo vuole neppure il partitino di Luigi Brugnaro, i cui parlamentari (31) sommati ai parlamentari centristi (Renzi, Calenda, + Europa) formano un blocco composto da circa 85 grandi elettori. E non lo vuole neppure il pezzo più moderato della Lega capitanato da Giancarlo Giorgetti che vede nella permanenza di Draghi a Palazzo Chigi, in questa e  anche nella prossima legislatura, un argine  anche contro gli estremismi della destra (compresa quella salviniana). A voler Draghi al Quirinale, oggi, restano dunque solo i parlamentari di Forza Italia  e  formalmente  resta anche Matteo Salvini (che pure ha promesso il Quirinale a  Berlusconi) che sogna di vedere Draghi al Colle non per mettere in sicurezza il paese ma per provare ad avere una qualche possibilità di uscire come vincitore dalle primarie con Giorgia Meloni in vista della prossima legislatura (con un Draghi al Quirinale c’è un competitor in meno per Palazzo Chigi).

 

A tutto questo poi, e anche se sono piccole cose sono cose che contano, bisogna aggiungere il fatto che da tempo i colleghi di Draghi in Europa hanno trasferito al capo del governo la loro speranza di avere nei prossimi mesi un interlocutore stabile, affidabile, autorevole e credibile a  Palazzo Chigi, capace di dare continuità e solidità a quel Recovery plan da cui dipende non solo il futuro dell’Italia ma anche quello dell’Europa (se l’Italia non riuscirà a spendere come si deve i soldi europei i problemi non saranno solo dell’Italia ma  anche di tutti quei paesi  che sognano di trasformare l’emissione dei bond in qualcosa di più di una semplice emissione una tantum). La fase due del governo, con le piccole fibrillazioni in corso, non creerà dunque problemi  per il futuro della maggioranza  ma può contribuire a rafforzare il partito che sogna di vedere il tandem Mattarella-Draghi non solo per i prossimi sei mesi. E i piccoli trabocchetti che nasconderà il semestre bianco  chissà che non diano una spinta  per rafforzare questo tandem. Sempre che poi  non sia Draghi a decidere di voler forzare la mano per cambiare Palazzo. Perché i partiti possono fare i giochi che vogliono, ma anche Draghi, come direbbe Nicolò Barella, è un bel giocatore.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.