Giuseppe Conte (foto LaPresse)

lo scenario

M5s sbanda sulla giustizia, spinte per uscire dal governo. Così Conte e Grillo si invertono i ruoli

Simone Canettieri

Dopo il caos sulla prescrizione, l'ex premier medita lo strappo e il comico diventa il garante del governo. Adesso il Movimento è tentato dall’opposizione

L’anomalia che nessuno statuto riesce a chiarire scoppia sulla riforma della giustizia, carta d’identità del M5s, croce di tutti gli esecutivi. Sicché i ruoli dei due sfidanti si rovesciano: Giuseppe Conte si toglie la pochette e si ficca in testa la bandana del capopopolo: “Scassiamo tutto!”. Altro che giurista felpato. E’ pronto a urlare vaffa al governo Draghi e a uscirne, come chiede dal sud del mondo Alessandro Di Battista? L’ex premier si è tolto la giacca di sartoria e l’ha gettata in aria: l’ha presa al volo Grillo. L’elevato ma ormai pettinato e “avvocato”, che parla con il premier e prova a dissuadere i suoi ministri dall’astenersi in Cdm. 

D’altronde sulla giustizia è ritornato a galla il nodo che il comitato dei sette sta cercando di sciogliere (ieri altro incontro anche con i notai delle due parti). E la risposta l’ha data proprio Grillo: è lui il Garante del M5s, ma anche, e soprattutto, del governo Draghi. “Un’anomalia che ha partorito un pastrocchio perché non ci sono ruoli chiari e così io non ci sto”, ripete Conte ai parlamentari che gli telefonano con umori diversi, ma tutti pronti a giurargli che “non passerà questa riforma”. Tanto che per domenica si sono dati appuntamento su Zoom alle quattro del pomeriggio alla presenza dei ministri pentastellati per una riunione congiunta che si preannuncia complicata. Nel M5s a nessuno sfugge neppure un’altra cosa: la punta di perfidia politica con la quale Palazzo Chigi riesce sempre a mettersi in mezzo e a governare il magma  grillino. Qualche esempio di quanto visto finora: il capo delegazione è il contiano Stefano Patuanelli? E noi parliamo prima con Luigi Di Maio per far passare questo provvedimento.

Tutti i ministri frenano sulla giustizia perché sono pressati dai parlamentari? Ed ecco che si attiva il telefono bianco con Grillo. Nelle ricostruzioni dell’altra sera circola anche che, nonostante l’intervento del Garante, la delegazione pentastellata fosse comunque pronta a opporsi. E ad astenersi in Consiglio dei ministri. Dunque a sbloccare il più classico degli stalli sarebbe stata la più scontata delle minacce: le dimissioni del premier. “Da questo provvedimento ne va della tenuta dell’intero esecutivo”, è stato il messaggio fatto recapitare ai presenti riottosi dall’ex banchiere della Bce. In questa anarchia i ruoli si sovrappongono: e allora capita pure che l’intera squadra del M5s finisca sotto processo da parte dei parlamentari (domenica dunque altro che Berrettini, altro che Inghilterra-Italia: loro penseranno alla prescrizione). 

Con una batteria di dichiarazioni inaugurata da Alfonso Bonafede, titolare di una riforma che non c’è più, pronto a scagliarsi contro gli ex colleghi e mandato avanti, secondo ricostruzioni maligne ma reali, da Conte. La mina giustizia ha di nuovo vellicato le pance di chi dice: via dal governo, ma anche da questo Movimento che è irriformabile. Due cose che si tengono. Ed è proprio Conte ad ammettere come davanti a questo incidente le spinte dei parlamentari verso una nuova “cosa” si siano fatte forti e molto pressanti. Di fatto nonostante il buon iter burocratico portato avanti dai sette saggi grillini, il cortocircuito sulla giustizia ha di nuovo “raffreddato” le trattative tra Grillo e Conte. Che non a caso dice pubblicamente, davanti ai giovani di Confindustria: “Se sarò leader del M5s, ci sarà forte chiarezza sui princìpi”. Adesso, però, si apre un’altra partita, nell’immediato: la conversione del decreto contestato. Le barricate del M5s sono già state issate. Giulia Sarti che è relatrice del provvedimento alla Camera dice che bisogna uscire dal governo. Danilo Toninelli chiede il voto della rete. Così il cortocircuito sulla giustizia potrebbe provocare due effetti: la fine dell’esperienza grillin-draghiana e  la nascita di un altro partito. O forse l’ennesimo amaro calice ingoiato.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.