Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

Ora Cdp vuole uscire dai suoi gioielli. Da Tim e WeBuild: è il metodo Draghi

Claudio Cerasa

Da statalizzare quel che si può a uscirne quando si può. La nuova Cdp fa i conti con la discontinuità del metodo Draghi. Obiettivi: diluire la presenza nei colossi Tim e WeBuild. Scopo: più mercato, meno politica

Nominare, certo, ma per fare cosa? La nomina fresca fresca di Dario Scannapieco alla guida di Cassa depositi e prestiti ha permesso a molti osservatori di affinare il giudizio su un aspetto interessante del metodo Draghi, che è quello che riguarda il criterio scelto dal presidente del Consiglio per individuare i nomi a cui affidare la regia delle principali partecipate di stato. Il metodo Draghi, non solo in questo campo, prevede grosso modo due step. Step numero uno: individuare una figura competente di stretta fiducia del premier (Scannapieco, oltre che essere stato numero due della Bei, è amico di Draghi da una vita). Step numero due: verificare che la figura selezionata possa mettere la partecipata di stato un po’ più al servizio del mercato e un po’ meno al servizio della politica (criterio che Draghi seguirà anche sulla Rai, ragione per cui il premier si è affidato a due società di head hunter per selezionare il prossimo amministratore delegato).

 

Una volta individuato il metodo è naturale chiedersi come questo possa tradursi concretamente in un cambio di rotta dei gioielli di stato. Avventurarsi in previsioni è difficile ma chi ha avuto accesso ai dossier di Cdp sostiene che la discontinuità tra la Cdp di ieri e quella di oggi sia da individuare in un approccio differente relativo al rapporto con le partecipazioni strategiche. L’approccio passato spingeva Cdp a considerarsi come un azionista a tempo non determinato. L’approccio presente spinge invece la Cdp a considerarsi come un azionista presente a tempo determinato. Obiettivo: mettere i propri investimenti al servizio non di un’ideologia politica (statalizzare quel che si può) ma di una visione di mercato (uscirne quando si può).

 

Secondo le intenzioni di Palazzo Chigi, le prime due occasioni in cui verrà messo in mostra il nuovo approccio di Cdp riguarderanno il destino di due colossi di cui Cassa è azionista. Il primo è WeBuild – gruppo che opera nel settore delle costruzioni e dell’ingegneria, protagonista insieme con Fincantieri della ricostruzione del Morandi, di cui Cdp è azionista al 18 per cento (il 44,99 per cento lo ha Salini Costruttori S.p.A) – e l’intenzione del nuovo corso di Cdp è quella di diluire al più presto la sua partecipazione, fino a uscirne del tutto. Il secondo colosso è invece Tim – gruppo in cui Cdp ha il 9,8 per cento – e su questo fronte la partita sarà doppia.

 

In un primo momento, una volta definite le coordinate della rete unica, che verrà costruita con una serie di bandi di gara che permetteranno una divisione in zone del paese tra operatori, con sinergie sull’ultimo miglio, Cdp, forse persino entro la fine dell’anno, diluirà la sua partecipazione con l’intenzione successivamente di mettere il restante pacchetto sul mercato. L’idea non è fuggire, ma è creare le condizioni affinché i gioielli partecipati da Cdp possano andare avanti anche senza l’aiuto di Cassa. Da statalizzare quel che si può e uscirne quando si può. La discontinuità del metodo Draghi in fondo è tutta qui.

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.