Il ministro grillino contro la gogna

Come l'Italia è diventata un laboratorio dell'antipopulismo

Claudio Cerasa

La lettera di Di Maio illumina un fenomeno che fa dell’Italia un caso unico: il populismo che cerca una verginità combattendo il marcio che ha alimentato. L’algoritmo delle svolte e l’indagine su una nuova stagione con tanti popcorn

I populisti che combattono il populismo: che sballo! Ci sono molte ragioni per considerare un fatto politico molto rilevante la lettera inviata ieri a questo giornale da Luigi Di Maio. La prima ragione ha a che fare con la portata della svolta che il ministro degli Esteri ha indicato al partito di cui è stato a lungo leader: basta gogne, basta giustizialismo, basta processi sommari, basta considerare un indagato colpevole fino a prova contraria. Si può ironizzare quanto si vuole sul fatto che il M5s, o almeno un pezzo di esso, sia arrivato a considerare il garantismo come un atto dovuto solo dopo aver vissuto sulla propria pelle cosa significhi essere considerati, sulla base di un sospetto, dei furfanti fino a prova contraria. E si può ironizzare quanto si vuole sul fatto che il M5s, o almeno un pezzo di esso, sia arrivato a ragionare sulle conseguenze della gogna dopo aver contribuito ad avvelenare i pozzi a cui si abbevera ogni giorno la democrazia italiana. Ma per un partito come il M5s, cresciuto inseguendo una piattaforma tarata sull’osservanza fideistica del culto giustizialista, rinnegare il giustizialismo è come per un postfascista rinnegare il fascismo. E per certi versi, le parole consegnate ieri a questo giornale da Luigi Di Maio, caro Uggetti, ti chiedo scusa per la gogna che ho contribuito ad alimentare quando sei stato arrestato, non valgono meno – come peso politico non certo come peso storico – di quelle consegnate anni fa da Gianfranco Fini quando in Israele, nel 2003, arrivò a dire che “il fascismo fa parte del male assoluto”.

La seconda ragione che rende molto rilevante la lettera di Di Maio ha a che fare con un tema che va ben oltre le ambizioni del ministro degli Esteri e che riguarda una peculiarità del nostro sistema politico che rende l’Italia un laboratorio unico in Europa. La peculiarità è presto detta e coincide con una svolta incredibile di cui la politica si è resa protagonista in questi anni: la presenza di un fronte variegato di partiti populisti che nel tempo si è specializzato nel combattere in modo più o meno esplicito e più o meno paraculo tutto ciò che il populismo ha contribuito ad alimentare. Nel giro di tre anni, con molta disinvoltura, il nostro paese è passato dall’essere la casa di un nuovo travolgente populismo all’essere la casa di una nuova forma di populismo che ha fatto delle abiure del proprio passato il suo principale tratto identitario.

In questo senso, le parabole di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini sono molto simili, se non fosse per un piccolo dettaglio. Da mesi, sia Di Maio sia Salvini cercano di costruire per se stessi una nuova verginità politica provando a far dimenticare o a cancellare tutto ciò che i due hanno combinato insieme ai tempi del governo gialloverde e lo sforzo dei due ex vicepremier del primo governo Conte è a metà tra l’essere titanico e l’essere commovente. Salvini combatte contro la legge Bonafede e contro il Reddito di cittadinanza (da lui approvati ai tempi del governo bipopulista), Di Maio combatte contro il modello Quota 100 e contro la politica dei porti chiusi (politiche entrambe da lui approvate ai tempi del governo bipopulista) ed entrambi oggi si trovano ad appoggiare un governo (quello a guida Draghi) che su un numero incredibile di temi (Europa, euro, immigrazione, concorrenza, giustizia, semplificazioni, grandi opere, politica estera, rapporti internazionali) porta avanti una linea che si trova all’estremità opposta rispetto a quella incarnata dal primo governo Conte.

Le svolte dei populismi, quando sono molto repentine, sono svolte spesso dettate dagli algoritmi dell’opportunismo, che si possono dunque smaterializzare alla stessa velocità con cui si sono materializzate (ma di solito le svolte che si smaterializzano più rapidamente, ecco il piccolo dettaglio, sono quelle che vengono accettate senza chiedere scusa per ciò che è stato fatto nel passato, come è il caso della Lega sui temi europei). Ma nonostante questo (e nonostante il fatto che la svolta di Di Maio dovrà essere dimostrata con i fatti) lo spettacolo di fronte al quale si ritrova l’Italia è unico in Europa. E vedere i populisti impegnati a rinnegare ciò che  hanno provato a costruire per anni, difendendo ciò che hanno provato a combattere per anni, è uno show formidabile, senza uguali in Europa. Non sappiamo quanto durerà, ma intanto il fatto c’è, il fenomeno esiste, la trasformazione è di fronte a noi. E più che cavillare con i se,  i ma,  i beh e  i chissà conviene mettersi comodi e godersi lo spettacolo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.