I piani inclinati di Draghi

Pandemia e futuro: più vaccini per chi chiude

Claudio Cerasa

Combinare il lockdown rigoroso con una gran campagna vaccinale. Destinare più dosi   alle regioni  con più contagi (si può). Eliminare l’arancione e fare il conto alla rovescia: meno 145 giorni, coraggio

Sul calendario pandemico del governo, i giorni che ci separano da un progressivo ritorno alla normalità sono quelli che mancano per arrivare a una data cerchiata di rosso a Palazzo Chigi, dopo la quale le restrizioni che conosciamo oggi non ci saranno più, i vaccini che mancano saranno solo un brutto ricordo e il bollettino dei morti e dei contagi quotidiani inizierà finalmente a fare un po’ meno paura. Quella data è il 31 luglio, a quella data mancano ancora centoquarantacinque giorni ed entro quella data il ministro della Salute, Roberto Speranza, è convinto che sarà possibile arrivare al momento chiave della pandemia: “Entro la fine dell’estate, come abbiamo detto, contiamo di poter vaccinare tutti coloro che si vogliono vaccinare, ma entro il 31 luglio contiamo di poter vaccinare tutta la popolazione over 65 che desidera vaccinarsi”.

 

Fissare quella data sul nostro calendario è cruciale non solo per ragioni psicologiche ma anche per ragioni pratiche: il 90 per cento dei decessi e la larga maggioranza dei ricoveri registrati in Italia per Covid-19  in questi mesi ha avuto a che fare con la popolazione degli over 65 e una volta messa al sicuro la popolazione più fragile sarà possibile mettere da parte per sempre misure restrittive come i lockdown. Nell’attesa però di arrivare a quella data ci sono due mosse cruciali che il governo non potrà fare a meno di considerare nelle prossime ore e che hanno a che vedere entrambe (a) con la necessità di rinunciare per i prossimi quattro mesi alle mezze misure e (b) con la necessità di rivedere in un punto cruciale la distribuzione dei vaccini. La prima mezza misura a cui il governo dovrebbe rinunciare con urgenza riguarda uno dei colori del sistema a semaforo introdotto lo scorso 6 novembre.

 

Attualmente, a seconda della gravità della situazione, il sistema a colori prevede tre livelli di restrizioni – giallo, arancione e rosso, con l’aggiunta recente di un’arancione rafforzato – ma quello che gli scienziati hanno monitorato con chiarezza negli ultimi mesi è che ciò che non ha funzionato in questo così detto lockdown a chiazze coincide proprio con l’opzione della misura a metà: l’arancione. Nel corso dei mesi natalizi, come hanno documentato i dati analizzati dall’Associazione italiana di epidemiologia durante il Natale, in tutte le regioni in area rossa c’è stata una forte diminuzione del valore di rischio relativo mentre in quelle in zona arancione la diminuzione del rischio è stata prossima allo zero. In altre parole: se c’è un grosso problema da risolvere, lo risolve fino in fondo e il colore da usare è il rosso; se non c’è un grosso problema da risolvere, lo si può governare in modo più soft e il colore da usare può essere anche quello giallo.

   

Le mezze misure – specie quando si è in presenza di varianti che purtroppo sono tre volte più veloci a contagiare rispetto ai virus precedenti – non servono più. E il tema delle mezze misure – che difficilmente il presidente del Consiglio potrà non affrontare venerdì prossimo quando andrà a visitare un centro vaccinale italiano – ritorna attuale anche rispetto al tema della distribuzione dei vaccini. Il ministro Speranza ci conferma che una delle ipotesi allo studio del governo è quella di imprimere una svolta alla campagna di vaccinazione, non soltanto andando a vaccinare più persone possibili (obiettivo 400 mila al giorno) ma anche legando nelle prossime settimane la distribuzione dei vaccini al numero delle chiusure.

 

L’idea è questa: destinare un numero maggiore di vaccini alle regioni più a rischio per incentivare le misure più dure. Più una regione è rossa, più alto cioè è il contagio in quella zona, e più vaccini arriveranno. Già, e quanti saranno i vaccini che arriveranno nei prossimi mesi? L’ultima versione del piano vaccinale del governo, aggiornata a ieri, dice questo. Dice che nel secondo trimestre dell’anno, cioè dal 1° aprile a fine giugno,  nel trimestre iniziato il 1° aprile, da qui cioè a fine giugno, i vaccini che arriveranno saranno 52 milioni e 477 mila. Di questi, 10 milioni sono quelli AstraZeneca, 23,2 milioni sono quelli Pfizer, 7,3 milioni sono quelli J&J (unica dose), 7,3 sono quelli di Curevac (che arriveranno alla fine del secondo trimestre), 4,6 milioni sono quelli di Moderna (dose iniziale).

 

Significa che in questo trimestre ci saranno circa 29 milioni di nuove persone che avranno ricevuto una prima dose di vaccino e 7,3 milioni che avranno ricevuto una dose di vaccino unico di J&J. E significa che con una logistica adeguata, un po’ di pazienza, un po’ di disciplina e qualche regola nuova sarà possibile trasformare la primavera nella stagione della rinascita dell’Italia. Chiudiamo per l’ultima volta e utilizziamo questa chiusura per vaccinarci tutti combinando un lockdown rigoroso con una campagna vaccinale massiccia. E’ l’idea che ha lanciato il nostro Enrico Bucci. E’ l’idea giusta per provare a far entrare l’Italia nella nuova normalità. Non nella stagione del rischio zero, ma nella stagione del rischio accettato. 
 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.