la crisi del pd ad ancona e dintorni

La radiografia delle Marche, regione sempre più meridionale che guarda a destra

Manuel Orazi

La fine dell'industria dei "metal-mezzadri", un modello studiato anche da Clinton. La stagione d'oro dei distretti tramontata per mancanza di innovazione e infrastrutture. Il rifugio nel mito sovranista di Salvini e Meloni 

C’era una volta una regione plurale, che anche grazie a Enrico Mattei (Snam: siamo nati a Matelica), aveva il più alto tasso di industrializzazione fra tutte le altre regioni italiane: tanto da ottenere la presidenza di Confindustria (Vittorio Merloni patron dell’Ariston) e da sponsorizzare la Juventus scudettata di Michel Platini, mentre l’Ascoli era stabilmente in serie A. Il sistema produttivo fatto di piccole e medie imprese, di metal-mezzadri e di molti distretti industriali, valorizzato da brillanti economisti e storici come Giorgio Fuà e Sergio Anselmi, veniva studiato anche all’estero e citato pubblicamente dal presidente USA Bill Clinton come un modello virtuoso da imitare.

 

Quella regione, che secondo i linguisti è l’unica a contenere tutti i ceppi dialettali italici (celtico, latino, greco), le Marche, è completamente cambiata dalla globalizzazione e dalla seguente èra delle delocalizzazioni, devastata dal problema del passaggio generazionale che ha portato alla vendita inevitabile a soggetti stranieri di tutta l’argenteria industriale: Indesit (ex Ariston), iGuzzini, Poltrona Frau, Fornarina, Benelli. Altri marchi storici che hanno contribuito alla fama del Made in Italy, sono miseramente falliti con la crisi del 2008, come Nazzareno Gabrielli, Teuco, Antonio Merloni, Cesare Paciotti, Berloni Cucine.

 

Nel 2016, quando la ricostruzione da quello precedente del 1997 era appena terminata, è arrivato un nuovo e più intenso sisma e infine nel 2018, sebbene l’immigrazione sia costantemente in calo, il caso di Pamela Mastropietro e la sparatoria di Luca Traini che ha fatto il giro del mondo fra i cori di giubilo del Ku Klux Klan e dei sovranisti russi. Il caso fotocopia di Desirée Mariottini, morta l’anno dopo di overdose nel quartiere San Lorenzo a Roma tra spacciatori immigrati, non ha avuto lo stesso clamore. Secondo gli esperti di web come Emilio Antinori, “tutto ciò che si sposta nel web come movimento di opinioni è mosso dal centrodestra per il 74 per cento dei dati e praticamente non esiste più un’associazione di sinistra nelle università marchigiane, tutto il voto giovanile qui è orientato a destra”.

 

Si potrebbero derubricare come problemi locali se non fosse che le Marche da sempre sono rappresentative dell’andamento politico-economico nazionale: un po' per la loro medietà geografica, e un po' per il retaggio culturale, visto che alcuni tasselli dell’identità nazionale – come Raffaello, Bramante, Sisto V, Pergolesi, Rossini, Leopardi, Licini – sono indigeni. Fino a pochi anni or sono, ad esempio, Macerata era la città campione delle sale cinematografiche italiane, se un film andava bene lì allora poteva andar bene ovunque – “Un sacco di gente vive e lavora a Macerata” annotava Flaiano nel suo Diario notturno. I campanelli di allarme c’erano già stati però: alle politiche del 2013 il M5s prese il 32 per cento, una percentuale più bassa solo di quella ottenuta in Liguria, la regione di residenza di Grillo; nel 2018 il centrosinistra, che qui è sempre stato senza trattino, arrivò terzo dietro M5s e Centrodestra grazie anche all’arrivo in grande stile della Lega.

 

Come sorprendersi allora se la coalizione di centro-destra capeggiata dall’Onorevole Fracesco Acquaroli sia data oltre il 50 per cento dagli ultimi sondaggi? L’articolo di David Allegranti ha sviscerato l’attualità politica, evidenziando come sarà più una giunta di destra che di centro a guidare le Marche nei prossimi anni e non solo perché il presidente è espressione di Fratelli d’Italia, ma perché qui Forza Italia ha avuto sempre le più basse percentuali nazionali anche negli anni d’oro del berlusconismo, e l’Udc è sparita. Come se non bastasse, Maurizio Mangialardi, candidato presidente del Pd, sindaco di Senigallia, ha sostituito il presidente in carica, il pesarese Luca Ceriscioli, con una sorta di golpe interno al partito, per cui l’apparato locale è tutto tranne che una gioiosa macchina da guerra; i grillini sono intorno al 10 per cento e non hanno fatto l’accordo col Pd, e a poco varrà dare loro la colpa della sconfitta. La tempesta perfetta insomma, che annuncia probabilmente il prossimo governo italiano: sempre bipartitico, ma stavolta Lega-FdI.

 

Se Michele Masneri ha parlato di sudamericanizzazione di Roma, Paolo Stizza, tributarista maceratese nel milanese Studio Uckmar con affaccio su piazza del Duomo, parla apertamente di meridionalizzazione delle Marche: “Sulla base dei dati della sede locale di Banca d’Italia tutto lascia intravedere l’insorgere di fenomeni conosciuti nel Mezzogiorno e mai prima d’ora qui: i tassi di disoccupazione nella provincia di Ascoli Piceno e nel Fabrianese sono inediti, per non dire della crisi del calzaturiero della provincia di Fermo. Restano Scavolini, BiesseGroup, Elica, Lube, Tod’s, ma per quanto ancora? La ricostruzione del terremoto è al palo: tutto ciò ci pone di fronte al fatto compiuto che la regione ha problemi infrastrutturali comuni alla Puglia più che all’Emilia Romagna. L’aeroporto di Falconara langue da anni e non ci sono più collegamenti né con Roma né con Milano, le frecce rosse sull’Adriatico sono frecce per modo di dire perché fanno solo meno fermate ma vanno come i vecchi intercity, il porto di Ancona non riesce a intercettare i grandi traffici ed è sottodimensionato anche per grandi navi turistiche, la terza corsia dell’A14 si interrompe a Civitanova Marche dopodiché è già Abruzzo dove cominciano i tunnel e quindi gli ingorghi. La Banca delle Marche è fallita – prosegue Stizza – e ora con l’acquisizione di Ubi da parte di Banca Intesa il centro operativo si sposterà a Bologna, quindi addio al rapporto col territorio sul credito. Di internet non ne parliamo proprio, mi è capitato persino di non avere il segnale del cellulare almeno in un paio di zone industriali dove andavo per lavoro!”.

 

La pensa diversamente invece Antonio Calafati economista allievo di Fuà e Anselmi, già docente in Germania e Svizzera: “Parlerei piuttosto di de-industralizzazione, un fenomeno che non interessa solo le Marche ma anche Torino, solo per fare un esempio macroscopico. Negli anni d’oro, quando mi è capitato di collaborare con gli enti locali marchigiani, io con altri avevamo invitato a non crogiolarsi sul fatto di avere un tasso di industrializzazione così alto, che occorreva investire, prepararsi. Niente di tutto questo. L’analogia con il sud la vedo in altri aspetti, ad esempio nel fiorire del settore dei servizi, l’apertura a grappolo di bar, ristoranti, street food, parrucchieri, negozi per unghie. Sono attività in sovrannumero molte delle quali riescono a produrre redditi da 600/700 euro al mese, utili giusto a redistribuire il poco che c’è. Direi lo stesso per la grande maggioranza degli studi professionali di avvocati, architetti. Altro problema cruciale è la perdita di capitale umano: i più istruiti, i meglio formati se ne vanno tutti e questo depaupera ulteriormente il tessuto regionale, come al Sud”. Ed è appunto a Sud che Fratelli d’Italia vola nei consensi.