il grande esodo

Crimi e Di Maio esaltano "i territori". Ma il M5s, nei territori, non esiste più. Una mappa

Valerio Valentini

Su 895 comuni al voto, il M5s corre in appena 99. In Liguria e Veneto si fa fatica a chiudere le liste anche sulle regionali. E a Pomigliano, Giggino tenta il doppio gioco, prima di chiudere l'accordo col Pd

Roma. A prenderli sul serio, a sentirli parlare con tanto accorato trasporto dei “territori”, uno si ritrova a immaginare chissà che bacino di voti, che patrimonio di piccoli statisti in erba sotto le gloriose insegne del M5s in giro per le sperdute province italiane. “Noi abbiamo il massimo rispetto dei territori”, dice l’ineffabile Vito Crimi, tra una bestialità e l’altra su Bibbiano, per giustificare l’impossibilità dell’accordo col Pd alle regionali di Puglia e Marche. “L’ascolto dei territori per noi resta la priorità”, ribadisce Luigi Di Maio. E pare quasi credibile. Se non fosse che poi, a scorrere l’elenco dei comuni dove il M5s si presenta a settembre, in vista delle elezioni amministrative, si capisce che il M5s i territori li rispetta massimamente, certo, e prioritariamente li ascolta, ma soprattutto li evita.

    

Nelle Marche che con tanta caparbietà rifiutano di cedere alle lusinghe (perfino stucchevoli) del Pd e del sindaco di Pesaro Matteo Ricci, il M5s corre in appena due comuni (i capoluoghi Fermo e Macerata) su 17. Ed è anche una media lusinghiera. In Abruzzo, quell’Abruzzo che solo un anno e mezzo fa Di Maio s’era convinto di poter espugnare, e per questo aveva mobilitato mezzo governo a fare passerelle e a mangiare arrosticini a favore di telecamera, riesumando pure Dibba e portandolo in giro in trionfo come una madonna pellegrina, in quell’Abruzzo ci sarà una sola lista certificata, a Chieti, su 55 comuni al voto. Neppure ad Avezzano, 40 mila abitanti in provincia dell’Aquila dove nel 2018 il M5s fu primo partito con quasi il 38 per cento di preferenze, sono riusciti a candidarsi. In Calabria, altra regione reduce da una recente tornata regionale in cui il M5s ha perseguito la via dell’autonomia, ci sono quattro liste grilline su 77 comuni.

    

E così un po’ dovunque. Dove va bene, come in Lazio o in Emilia, in Toscana o in Trentino, il M5s corre in un terzo dei comuni. Dove va male, accade in Sardegna (3 su 160) o in Piemonte (2 su 76). In totale, 99 liste su 895 comuni interessati: l’11 per cento appena. 

    

Succede perché l’idea del Movimento dal basso, se mai è esistita, di certo è scomparsa nel tempo. I MeetUp, questi gruppi di attivisti che negli anni hanno sfornato ministri e sottosegretari, si sono via via svuotati, egemonizzati quasi dovunque da piccoli gruppi di integralisti, quasi sempre esagitati, che fanno terra bruciata intorno a loro. E i pochi fortunati, stregati dall’abbaglio del grande salto in Parlamento, le competizioni locali – quell’anonimato delle tribolazioni per una pensilina da sostituire o per una delibera consiliare da redigere – le schifano come la peste.

   

E così in Liguria perfino per le regionali si fa fatica a chiudere le liste: e a giudicare dai profili social di una buona metà dei disgraziati reclutati all’ultimo minuto, viene da pensare che molti di quelli candidati abbiano ben poco a che fare col M5s. Delle due candidate a governatore che si sono sfidate qualche mese fa su Rousseau, una, Alice Salvatore, ha fondato un suo movimento alternativo e ora litiga a suon di carte bollate coi suoi ex colleghi in consiglio regionale per spartirsi la cassa del gruppo; l’altra, Silvia Malivindi, costretta dalla burocrazia di Casaleggio a candidarsi non a Genova dove lei sperava, ma nella natale Ventimiglia (e dunque senza alcuna speranza di elezione), s’è tirata fuori dalla corsa adducendo problemi di salute. E insomma, se si diserta per le regionali, figurarsi per le amministrative: e così, su 16 comuni al voto, in Liguria, il M5s si presenta solo a Cogoleto, 9 mila abitanti sulla riviera di Ponente.

    

“Dovreste parlarne con Toninelli, è lui il facilitatore (sic!) per le campagne elettorali”, dicono dallo staff di Di Maio. Se non fosse, però, che Toninelli neppure nella sua provincia, Cremona, riesce a mettere in piedi le liste, in nessuno dei tre comuni al voto. Sugli 84 che a settembre vanno alle urne, in Lombardia, il M5s si presenta in nove. Ma in fondo neppure nella Campania di Di Maio le cose vanno meglio, sul territorio. Quindici candidati sindaco su 85 comuni, col ministro degli Esteri che, al netto dei trionfalismi di maniera, fatica perfino a non scomparire nella sua provincia: a Napoli e dintorni, su 28 comuni al voto, il M5s correrà in nove. E siccome la figuraccia la rischiava perfino a casa sua, Di Maio, nella sua Pomigliano, ha provato fino all’ultimo a giocare su due tavoli, prima di decidersi ad appoggiare un candidato civico in una coalizione di centrosinistra. E così, mentre il segretario locale del Pd Eduardo Riccio conduceva le trattative con Dario De Falco, compagno di scuola di Giggino vent’anni fa e dunque in servizio a Palazzo Chigi adesso, altri emissari dell’ex capo grillino trescavano anche – ché non si sa mai – col sindaco uscente di Forza Italia, Lello Russo. Per dire della sincerità di questa svolta filoprogressista di Di Maio, a cui un bel pezzo del Pd nazionale crede convintamente. Ma questa, si capisce, è la politica romana. Poi ci sono i territori.