Il vaccino è Tocqueville

02/08/2020

Il vaccino è Tocqueville

Operatori sanitari in un ristorante che viene utilizzato come clinica a Bishkek, Kirghizistan (AP Photo / Vladimir Voronin)

Che effetti avrà la pandemia su società e istituzioni? Quanto è compatibile la civiltà della immediatezza con la democrazia della mediazione? Dialoghi tra Adornato e De Giovanni

Quali saranno gli esiti della pandemia su istituzioni e società? Che mondo sarà quello di esseri umani globalmente interconnessi ma sempre più “distanziati”? E la civiltà digitale fondata sull’immediatezza è compatibile con la democrazia costruita sulla mediazione? Un dialogo tra Ferdinando Adornato e Biagio De Giovanni sulle domande-chiave del nostro futuro.


  

Quali saranno gli effetti di lungo periodo della pandemia sulle istituzioni, la politica, la società (e la socialità) del XXI secolo? E la civiltà tecnologica, che sempre di più si afferma come “guida” della nostra vita collettiva, è compatibile con i valori e le procedure delle democrazie liberali cosi come le abbiamo conosciute finora? Virus e democrazia: forse è giunto il momento di aprire un file inedito del nostro discorso pubblico, un file che fino a qualche mese fa non si pensava potesse diventare decisivo così come invece oggi appare. È questo l’oggetto del confronto tra Ferdinando Adornato, scrittore e presidente della fondazione liberal e il filosofo Biagio De Giovanni, che del rapporto tra democrazia, potere e società ha da sempre fatto il filo rosso della sua ricerca.

   

Adornato. Prendiamo le mosse dalla categoria

Urgono istituzioni capaci di salvaguardare le opportunità della tecnologia e le prerogative della democrazia. Modello Tocqueville

“distanziamento sociale” che è stata la vera colonna sonora dell’era del coronavirus. Ebbene, a mio parere, essa è destinata a diventare la metafora planetaria della nostra vita futura. Un generale aumento della solitudine degli individui pur dentro un enorme sviluppo dell’interconnessione. Viene alla mente il recentissimo saggio dell’americana Sherry Turkle il cui titolo Connected but alone? (Insieme ma soli?) diceva già tutto. Ci rivolgiamo sempre più alla tecnologia e sempre meno agli altri. La pandemia, dunque, non sta facendo altro che accelerare un fenomeno già in atto. Il suo esito, bussando alla porta la rivoluzione del 5G, e cioè l’interconnessione totale di tutti i luoghi della nostra vita, sarà quello di far diventare distanziamento sociale e connessione universale l’ossimoro dominante della nuova modernità. In altre parole, il virus ha reso più evidente il fatto che stiamo vivendo un “passaggio di civiltà”. Da una civiltà dialogica nella quale passato e futuro erano in permanente mediazione dialettica a una “civiltà dell’immediatezza”, senza più significative continuità con il passato e orfana di fondate previsioni del futuro. Del resto, già negli anni Trenta, Paul Valéry sosteneva che più l’intelletto umano diventa “dominante” nella produzione, più si accentua l’imprevedibilità degli eventi, essendo esso, appunto, imprevedibile. Da qui l’impossibilità di progettare il futuro. La civiltà digitale sembra l’apoteosi di questa profezia. Ma se tutto questo è vero, arriviamo a una domanda assai inquietante: il mondo digitale, che è una “mondo dell’immediatezza”, velocissimo e autoreferenziale, è compatibile con la democrazia che, per definizione, è invece basata sulla “mediazione” tra una pluralità di attori, corpi sociali, procedure?

  

De Giovanni. Il “distanziamento sociale” e la connessione universale sono destinati senz’altro ad assumere i tratti di una metafora epocale. Sia perché evidenziano il Dna della globalizzazione, la straordinaria velocità degli eventi, sia perché aumentano gli elementi di artificio della nostra vita. Del resto, il modo in cui si va configurando il ritorno a scuola conferma ciò che tu chiami “solitudine in connessione”. Quanto il trittico Tecnologia-Tecnica-Artificio modifica la struttura delle nostre civiltà mettendone in discussione la storia? Non c’è dubbio che oggi questa domanda si ponga in modo urgente. Civiltà dell’immediatezza vuol dire fine della mediazione che è il risultato del contrasto dei contrari, quindi della democrazia…. Tutto questo è ora certamente in discussione. La mia prima risposta, però, è netta: non possiamo in nessuna maniera immaginare di bloccare lo sviluppo della tecnologia. Ogni tentativo in questa direzione sarebbe destinato a fallire. Il problema non è perciò come combatterlo, ma come provare a mettere a frutto il suo immenso rivoluzionamento. La tecnologia contemporanea rimette in discussione il rapporto tra natura e cultura, strade che, fino a un certo tempo, sono state relativamente autonome ma che adesso si mescolano, alterando le condizioni dell’esistenza. È un fenomeno gigantesco. Non c’è bisogno di Severino per ricordare che l’era della Tecnica è irreversibile, tutto le è totalmente connesso. D’altra parte questo mondo siamo noi, ormai ineludibilmente, e data la sua immensa potenza, può sia aprire abissi che produrre strumenti di salvezza. Esplosione di puri rapporti di forza o elementi di unificazione dell’umanità.

  

Adornato. Dici che non ci si può opporre. E’ vero, questa rivoluzione ci inseguirebbe persino su un albero in un’isola deserta….vorrei però ricordarti la “renitenza al fato” di Giacomo Leopardi. Il fatto di sapere che una causa è destinata allo scacco non è un buon motivo per non combatterla. Anzi, Leopardi sosteneva che forse le cause migliori da abbracciare sono proprio queste…. In ogni caso, ti seguo: in qualche modo ti chiedi se si può governare questa rivoluzione. Ma in che senso? Da una parte c’è il problema del governo globale della produzione tecnologica, il “controllo” delle aziende delle telecomunicazioni. Il supervisore europeo per la protezione dei dati (Edps) ha recentemente redatto una requisitoria feroce nella quale dimostra che i dati personali, legali, finanziari, politici e commerciali di tutti i 46mila funzionari delle istituzioni europee sono nelle mani di Microsoft. Impressionante… Dall’altra c’è il tema degli strappi che la civiltà digitale produce nella democrazia. Immediatezza contro mediazione significa anche (Casaleggio docet) che i Parlamenti sono considerati ormai inutili, che è meglio la “democrazia Instagram” dove si decidono le cose con un I like, con un click…Sarò antiquato ma guardo a questo scenario con timor panico.

  

De Giovanni. Sì, ma insisto:

In passato, gli alfieri della democrazia diretta, i nipotini di Rousseau, erano allo stesso tempo irriducibili nemici del capitalismo

il problema non è respingere qualcosa di esterno. Non c’è un “noi” e poi, di fronte, la tecnologia. Ci siamo noi con le nostre condizioni di esistenza che sono ormai tutte interne a questo processo….a parte quelli che fingono di ignorarlo…. Come tu sai, io considero “mediazione” una parola chiave per l’esistenza del mondo. Ma siamo proprio sicuri che la crisi delle democrazie si possa sintetizzare nel contrasto immediatezza/mediazione? Io non credo. La prima ragione di crisi è nata all’interno delle vecchie categorie e l’abbiamo chiamata crisi della Stato-nazione. La democrazia politica moderna ha vissuto nel recinto dello Stato. Questo confine si è rotto da tempo. La “rappresentanza” era legata alla potenza di questo recinto perché la società era strutturata in partiti e in classi. Ma se, invece, la società da rappresentare si atomizza, come è successo, la mediazione democratica si oscura. Quello che voglio dire è che l’“artificio” e l’”isolamento” si affermano già prima, e poi insieme, alla rivoluzione tecnologica, perché sono figli della crisi della rappresentanza e del tramonto della vecchia idea del lavoro. Sono fenomeni che si mescolano. Aggiungi che il vero passaggio di civiltà si determina con la “crisi di centralità” dell’Occidente che era stato, per secoli, il cuore del mondo. Nel Novecento questo primato evapora: con le guerre mondiali, con i totalitarismi e con Auschwitz. L’Europa è sconvolta: in parte rinasce, ma marginalizzata. Così oggi l’asse che aveva da sempre deciso la storia del mondo si è disperso nei meandri di una geopolitica nella quale emergono potenze di ogni tipo. Non c’è più nessun Centro, il mondo è interdipendente e le democrazie sono in difficoltà visibile dovendo coesistere con i loro opposti.

  

Adornato. Parafrasando Berlinguer, si può dire che siamo di fronte all’esaurimento della spinta propulsiva delle democrazie liberali…

  

De Giovanni. Direi meglio costituzionali, perché le democrazie liberali sono state in qualche modo superate dalle democrazie sociali.

  

Adornato. In ogni caso siamo davanti al tramonto di 250 anni di storia…. Concordo con il quadro che hai disegnato, ma bisogna tenere conto di altre due novità. Non è la prima volta che l’utopia dell’immediatezza sfida la concretezza della mediazione. Solo che, nel passato, gli alfieri della democrazia diretta, i nipotini di Rousseau, erano allo stesso tempo irriducibili nemici del capitalismo. Anche per questo hanno perso. Al contrario, oggi, i nemici della “mediazione” sono tra i principali alfieri del capitalismo. Le loro parole d’ordine, velocità e immediatezza, sono figlie del dominio della tecnica. Se si vuole è la vendetta postuma di Marinetti su Mussolini… In ogni caso è la prima volta che, nella storia dell’Occidente, si celebrano le nozze tra i corifei della democrazia diretta e quelli dell’innovazione tecnologica. Una seconda novità è che oggi non c’è più contraddizione tra capitalismo e dittatura. Ieri ogni potere autoritario costituiva un blocco per il mercato. Oggi, invece, può persino rappresentare una condizione di favore visto che il core business della tecnologia è il dominio sulla vita delle persone. L’umanità si è da sempre ribellata al dominio della Politica sulla vita. Oggi sembra rassegnata ad accettare il medesimo dominio da parte della Tecnica. Che sia difficilissimo opporsi è del tutto evidente ma questo non lenisce lo “scandalo” (Cina docet) di veder declinate insieme le parole capitalismo e dittatura e veder gettato nella spazzatura il tema dei diritti umani. Governare queste novità è impresa ardua, bisognerebbe intanto immaginare una rigida regolazione della vita degli apparati tecnologici e precisi limiti ai poteri delle aziende di comunicazione. Ma, finora, su questo, ci soccorre più la narrazione fantascientifica che quella politica o giuridica.

  

De Giovanni. La democrazia è già cambiata nel Novecento quando è diventata democrazia di massa, laddove ogni aspetto della vita venne sussunto dalla politica e il potere divenne totale. 1917-1933: date inconfrontabili e peraltro connesse. Del resto fu Tocqueville ad insegnarci che democrazia e dispotismo sono legati perché dalla democrazia (non contro), cioè dalla sua degenerazione, nasce la possibilità del dispotismo. Peraltro, l’idea originaria la troviamo in Platone. Ricordato questo dobbiamo sapere che non avremo mai più lo stesso tipo di democrazia costituzionale che abbiamo fin qui conosciuto, formata nel dopoguerra. . Si apre una nuova dialettica oltre lo Stato. Del resto, come ricordavi, lo sviluppo gigantesco della Cina contraddice ciò che veniva considerato pacifico e cioè che sviluppo e democrazia camminano insieme. In Cina emerge invece un ordine capitalistico antitetico al principio di libertà. Non a caso: la stessa cultura confuciana, infatti, era una cultura dell’ordine, non dei diritti umani. Ma hai ragione, i diritti umani sono in crisi dappertutto, anche da noi: dove le società si atomizzano, anche i diritti fondamentali soffrono, volteggiano nell‘aria. In ogni caso, il fatto che oggi le democrazie illiberali “si appropriano” dell’innovazione tecnologica, spezzando il vecchio link tra sviluppo e democrazia e mescolando con successo capitalismo tecnologia e autocrazia, pone una domanda-chiave: si tratta davvero di un esito incontrovertibile oppure, nell’ambito della globalizzazione della tecnica, si possono aprire anche altre prospettive? Nel mondo globale c’è un gigantesco irrompere dei corpi, della vita, di giovani allo sbando, dei migranti, delle connessioni tra i continenti. Ebbene, in questa strepitosa, mai vissuta, rivoluzione che vede l’unificazione di natura e cultura, potrebbe essere racchiusa la potenzialità di una prospettiva diversa, che punti a una “globalizzazione dell’umano”. In questo orizzonte si muovono, per far solo qualche esempio, gli ultimi scritti di Edgar Morin e il bel volume di Aldo Schiavone intitolato “Eguaglianza”. Ci potrebbe essere insomma un’alternativa al vecchio Occidente. Ripeto: è dall’interno dello sviluppo tecnologico, non contro di esso, che possono nascere nuove visioni. Possiamo diventare qualsiasi cosa vogliamo: si tratta di un fenomeno mai accaduto prima. Ebbene, questa rivoluzione culturale così profonda può diventare il volano di nuove forme di uguaglianza, di democrazie diverse da quelle attuali, non più nazionali, ma con tratti cosmopoliti. So che sto disegnando un mondo poco visibile, ma mi domando se in questo sviluppo tecnologico immenso, prorompente e inappellabile, non sia destinato a nascere qualcosa di diverso dalla geopolitica dei mondi contrapposti e il trionfo delle democrazie illiberali. Ripeto: l’immensità della rivoluzione tecnologica sta tra abisso e salvezza, detto un po’ sopra le righe, ma credo sia proprio così.

  

Adornato. In teoria dovrebbe andare come dici tu. Finora, infatti, ogni progresso nelle interconnessioni ha causato un’espansione delle libertà umane. Ricordo, ad esempio, come l’avvento del fax in Unione Sovietica costituì il primo momento di collegamento tra loro dei dissidenti, permettendo la circolazione di testi fino a qual momento proibiti. Questa è la prima volta, nella storia dell’innovazione tecnologica, nella quale assistiamo invece a scenari di compressione della democrazia. Tuttavia la nostra mente, se vuole rimanere aperta, non può escludere la prospettiva che hai ipotizzato. Credo poco all’idea di un “governo mondiale”, ma sarebbe sciocco escludere a priori che, in un modo o nell’altro, questa nuovo Impero della comunicazione possa generare una rinnovata stagione di democrazia. Anche se mi torna in mente quel saggio di Toni Negri e Michael Hardt, titolato appunto Impero, nel quale era descritta – forse con una certa lungimiranza – la fine dei conflitti sociali caratteristici delle vecchie democrazie, soppiantati da imprevedibili lotte di “moltitudini” contro il potere. Moltitudini senza nessuna regola e nessuna omogeneità tra loro, risultato di rivolte nate nelle periferie del potere. Quando ci siamo trovati di fronte ai gilet gialli o a altri fenomeni simili, un po’ il pensiero a quello scritto mi è tornato. In ogni caso una cosa è certa: qualsiasi cosa accadrà nel lungo periodo noi non la vedremo. Perciò dobbiamo chiederci che cosa possiamo fare nel frattempo. Diceva un vecchio proverbio cinese: piuttosto che maledire il buio è meglio accendere una candela. Ma quali accendere oggi? Male non farebbe tornare a condurre l’antica e dimenticata battaglia in difesa della democrazia pluralistica e dei valori storici delle civiltà liberali, ormai vilipesi quasi dappertutto. C’è ormai persino il presidente degli Sati Uniti che governa con i tweet! Al di là delle simpatie o antipatie sulla persona, è la funzione istituzionale a venire snaturata. Una seconda candela, perdonami se insisto, riguarda i diritti umani. Negli anni Trenta e Quaranta abbiamo chiuso gli occhi di fronte all’incedere dell’Olocausto, oggi li chiudiamo di fronte ai lager cinesi, ai diritti delle donne in tante parti del mondo, al nuovo imperialismo putiniano. E sono solo alcuni esempi. Questi nostri valori “occidentali” sono ormai solo dei simulacri, dei fantocci. Nobody cares about it, non gliene frega niente a nessuno. Sarebbe infine necessaria, incredibile dictu, anche una battaglia in difesa della Politica: sia dai cittadini inferociti che dai politicanti. Perché la vera Politica non si trova più né nelle parole dei populisti né in quelle dei politici. Merkel e Macron, per quanto non siano Adenauer o De Gaulle, restano figli di una civiltà politica che sa stare a tavola. Ma nel resto del mondo è buio totale. Forse ci vorrebbe un nuovo Tocqueville che scrivesse nuovi valori e ragioni della democrazia dell’era digitale. E inventasse istituzioni capaci di salvaguardare insieme le opportunità dello sviluppo tecnologico e le prerogative della democrazia, gli strumenti dell’immediatezza e quelli della mediazione. Non vedo però in nessuna parte del mondo istituzioni o singoli che mostrino l’intenzione di avviare tale percorso. Neanche nei testi di un intellettuale che si avvicina molto alle cose di cui discutiamo, Yuval Noah Harari.

  

De Giovanni. Adorno, Benjamin,

È necessario interpretare l’estremo sviluppo tecnologico non come qualcosa di distruttivo, ma come una potenziale opportunità

Heidegger e, in Italia, Severino per far qualche nome. Il dominio della Tecnica è stato il tema che ha occupato i loro pensieri. Severino diceva che la Tecnica è ormai l’unica potenza, diventata fine non più semplice mezzo. Se così fosse, saremmo davvero senza speranza. Allora l’unica chance di pensiero di cui disponiamo, sebbene oggi possa sembrare lontana, è che sia necessario interpretare l’estremo sviluppo tecnologico non come qualcosa di distruttivo, ma come una potenziale opportunità. Certo, non più agito né dalle tradizionali democrazie politiche né tantomeno dalle dittature ma che può nascere solo attraverso la reinterpretazione che l’umanità può dare di se stessa nell’età della Tecnica. Perciò, non potendo proporre un ritorno del vecchio Stato sociale, dobbiamo immaginare che la tecnologia possa diventare il volano di una nuova mediazione tra globale e locale, tra cosmopolitismo e territorialità per far uscire l’umano dai confini entro i quali è fin qui vissuto, ponendosi come elemento di unificazione del mondo, dell’ambiente, della difesa della vita, della sua conservazione e di risposta ai problemi della fame e della miseria. In definitiva qualcosa che potremmo chiamare “globalizzazione dell’umano”. E’ certo possibile che il dominio della Tecnica ci conduca verso i nostri peggiori incubi, sopraffatti come nel mondo di Orwell ma è anche possibile che una società mondiale, dove la rivoluzione tecnologica contribuisca a rifondare il rapporto tra natura e cultura, dischiuda gli orizzonti di un pianeta diverso. Parliamoci chiaro: è inutile proclamarsi antiglobalisti. Dall’interdipendenza mondiale non si esce più. Il problema è come essa si svilupperà. Diventerà il dominio della potenza o lo scenario di una nuova mediazione mondiale, non più nazional-statale? La globalizzazione ha in sé l’abisso dell’omologazione ma anche la possibilità della rinascita.

  

Adornato. Permettimi di introdurre un maggior tasso di realismo nella nostra conversazione. Oggi non c’è traccia significativa nel mondo di domande del genere. In ogni caso, ammesso che siano fondate, chi potrebbe porsele? Chi potrebbe ragionare intorno alla “globalizzazione dell’umano”? Solo gli occidentali, gli europei, gli americani. Perciò, se vogliamo che un giorno esse si possano affermare, e perfino trovare risposte positive, dobbiamo oggi fare in modo che Europa e Stati Uniti non escano sconfitte da questa fase della storia del mondo. Non so se le tue speranze siano ragionevoli, ma quello che so è che esse non verranno soddisfatte né da Pechino né da Mosca, né da Huawei né da Microsoft. E che, dunque, per renderle agibili occorre difendere la sopravvivenza unitaria dell’Europa e fare in modo che gli Stati Uniti d’America rimangano un faro delle democrazie liberali. Purtroppo entrambe le cose oggi sono fortemente in discussione. Possiamo dividere l’attuale pianeta in quattro grandi macro-aree. La prima è quella costituita dalle democrazie costituzionali o liberali, il vecchio Occidente, un’area forte ma relativamente piccola del pianeta. La seconda è quella asiatica, assai vasta, nella quale prevale il capitalismo totalitarista in joint venture con le nuove potenze di India e Brasile. La terza è l’area islamica, che sulla carta è gigantesca, ma è divisa e quasi sempre in guerra. Infine c’è l’area africana, contesa dalle grandi potenze. Da questa fotografia consegue che, se Stati Uniti e Europa si dividono, come Trump irresponsabilmente spera oppure se Washington, come molti pensatori hanno ritenuto nel recente passato, perderà nel XXI secolo la leadership mondiale, ecco che il clima mondiale si farà più cupo. E scemerà sicuramente la possibilità stessa di un ragionevole governo della Tecnica. Perché tale questione possono risolverla solo gli eredi della tradizione democratico-liberale, coloro che hanno attraversato le contraddizioni di Auschwitz e della democrazia di massa, coloro che sanno che la dittatura può nascere persino dal popolo di Beethoven e di Kant. Comunque essendo io, come si è capito, meno ottimista di te mi accontenterei di sapere che, superando le vecchie antinomie tra apocalittici e integrati, tra detrattori e fanatici del tweet e dei social, un sempre maggior numero di persone capisse che l’obiettivo da prefiggersi è quello di comporre un inedito tableaux di valori e di regole della nuova interconnessione mondiale. Intanto, però per salvarmi, mantengo sempre aperta l’opzione Leopardi, la renitenza al fato….

  

De Giovanni. Terribile provocazione quella

“Forse mi illudo ma voglio vivere nella speranza che l’uomo trovi le forze, anche quelle della Tecnica, per risolvere i problemi del pianeta”

di chiedermi chi sarebbe in grado di porsi le questioni di cui trattavo… Sic rebus stantibus è impossibile rispondere. Se non tornando a riflettere sulle nuove dinamiche che saranno necessarie in un mondo globale e sulle profonde trasformazioni di ciò che oggi chiamamo “reale”. Attento, però, io non sottovaluto certo il ruolo dell’Occidente ma non riesco neanche a vederlo nella relativa luminosità che tu descrivi. La perdita della sua storica centralità è stata uno shock tale… Persino i grandi filosofi, quando hanno capito che l’Europa non era più il centro del mondo, hanno perso la bussola. Anche Benedetto Croce, a cui ho dedicato recentemente uno studio, ha perso la serenità quando negli anni Trenta ha capito che quella storia era finita. E così anche Husserl e tanti altri… Ma si illudono populismi e sovranismi: la risposta non può essere “sto dentro i miei confini”, “basto a me stesso” o “America first”. Sono slogan di divisione, di chi grida alla luna. Mentre, al contrario, la Tecnica è un elemento unificante perché non ha confini. La tecnologia che si usa in Cina è la stessa che si usa in America o in Europa o nel mondo islamico. Perciò ritengo possibile che questa innovazione senza confini possa essere un affascinante volano di modifica globale contrastando ogni arroccamento autarchico. Bada, a questa possibilità non vedo alternative se non un orizzonte carico di oscurità e di crisi. Le democrazie non possono più essere solo nazionali: o tendono a trovare il punto d’unione tra nazionalità e sovranazionalità, territorialità e cosmopolitismo oppure muoiono. La disuguaglianza mondiale non può più crescere in questa maniera drammatica, accentuata dalle gravi crisi pandemiche che probabilmente si ripeteranno (il mescolamento animale-uomo è diventato tale che nulla più ci garantisce). È possibile che il mondo si rassegni a questo, ma è anche possibile che raggiunga un grande compromesso dentro il quale governare le mutazioni in atto. L’Unione Europea può dare un esempio, su questo non ci sono dubbi, perché è il più grande aggregato culturale che cerca di mettere insieme delle diversità. Vediamo però con quante difficoltà! Oggi l’unica speranza è che la Germania accolga l’idea di essere leader in Europa in forma nuova, e questa cosa, dopo la pandemia, forse si intravede. Si potrebbe dire: ci voleva un virus! Forse mi illudo ma voglio vivere nella speranza che l’uomo trovi le forze, anche quelle della Tecnica, per risolvere i problemi del pianeta.

   

Adornato. Diciamo che oggi un libro di fantascienza può insegnarci più cose di un libro di storia. Basta questo per capire la dimensione del “passaggio di civiltà” che stiamo vivendo.