Grand Central Terminal, a New York (foto Unsplash)

Il mito della velocità a tutti i costi non è stato superato. Leggendo Illich

Alfonso Berardinelli

Macchine moderne e orari stretti. La rivoluzione dell'orologio

Stavo giusto riflettendo su quanto la nostra idea di velocità sia legata alla velocità delle macchine e non a quella degli esseri viventi e di noi esseri umani, quando il caso, con mirabile e insondabile prontezza, mi ha fatto incontrare tre testi dedicati allo stesso tema. Di testa mia e forse ispirato da un pregiudizio negativo nei confronti dell’attuale orgia tecnologica, ero velocemente arrivato alla conclusione che quanto più numerose sono le attività della nostra vita rese tecnologicamente veloci, tanto più la nostra vita passa velocemente, diventa breve e ci rende esseri sempre più effimeri. Se c’è una cosa che aiuta a capire che gli esseri umani, la loro vita fisica e mentale, non è sempre stata la stessa, è lo studio del passato, il senso del passato e della diversa antropologia non solo dei nostri remoti predecessori, ma ormai perfino dei nostri nonni. Mi vengono le vertigini quando penso che i più giovani dei miei nonni, mai conosciuti, erano coetanei di Thomas Mann e di Gaetano Salvemini e i più vecchi avevano l’età di Pascoli e di Cechov. Essendo io il figlio minore della minore delle figlie dei miei nonni più anziani, ho avuto in sorte di aver sentito fin dall’infanzia discorsi che riguardavano anche i lontani anni venti e trenta del secolo scorso. Ho avuto il vantaggio crono-culturale di aver avuto genitori che sono diventati antifascisti appena ventenni intorno al 1925, non nel 1943-’45. Avevano visto come ottimisticamente nasce il fascismo e non solo come disastrosamente crolla.

 

Chiudo questa parentetica digressione personale e passo ai testi che ho letto in questi giorni. Sono ancora un anacronistico lettore di riviste e sul numero 78-79 (agosto-settembre) della rivista “Gli Asini” trovo un discorso tenuto da Ivan Illich, geniale sociologo non professionista, sulla nozione e sull’esperienza della velocità, testo accompagnato da quelli di due suoi amici, un biologo e un musicologo, che parlano della velocità negli uccelli da preda e nel rapporto fra velocità delle percussioni e danza del ventre.

 

E’ tuttavia la mente critico-speculativa di Illich a focalizzare il tema che fu proposto nel 1996 dal convegno ad Amsterdam “Doors of Perception”. Se il biologo e il musicologo sottolineano entrambi il passaggio epocale dovuto all’invenzione e rapida diffusione del trasporto ferroviario nel primo Ottocento, Illich comincia con l’osservare che ancora per John Milton, autore del Paradiso perduto (1667), “to speed” non voleva dire “andare veloce” ma “prosperare”, svilupparsi bene, favorevolmente. Già con questo Illich dice di accollarsi il compito di “scuotere il senso comune” attuale mettendolo a confronto con il passato. E’ infatti solo con la modernità delle macchine e dei motori che “l’homo technologicus è stato ossessionato dall’esperienza della velocità: dalla casa alla fabbrica, attraverso le scuole e i mestieri, dal lavoro alla vacanza, soffrendo sempre di mancanza di tempo con orari stretti scanditi dall’orologio”.

 

Tutto il discorso di Illich è piuttosto rapsodico: propone tra l’altro l’idea provocatoria che anche l’età della velocità è finita, ma poi si concentra sul fatto che il design, l’arte socialmente più potente perché dà forma a tutti gli oggetti, strumenti e spazi della nostra vita quotidiana, è una forma di liturgia come era la sciamanica danza della pioggia, che non aveva certo il potere di far piovere, ma serviva a creare e soddisfare il bisogno di ballare.

 

Ma più che invitare alla velocità, i designer fanno da decenni, dice Illich, soltanto propaganda formale alla velocità, arrivando a dare forma aerodinamica perfino alle sedie e alle caffettiere, che senza dubbio non ci rendono più veloci: succedeva questo negli anni Settanta, quando “velocità significava mettersi al passo con i tempi e l’alta velocità sembrava seducente quanto l’ultima moda femminile”. Poi sarebbe arrivata, all’inizio del Duemila, la novità di coloro che la velocità vorrebbero governarla e controllarla, proposito che in realtà conferma soltanto “l’onnipresenza e l’onnipotenza di questa droga che dà assuefazione”.

 

Dunque il mito della velocità è tutt’altro che superato, anzi con i ritmi dell’infosfera la velocità si sublima in simultaneità. Le conclusioni di Illich confermano la sua intenzione di “scuotere il senso comune”. Parlando a un pubblico di intellettuali e artisti che vorrebbero virtuosamente attenuare il dominio della velocità, Illich dichiara invece di voler “esplorare le zone di esperienza trascurate e prive di velocità”, cercando di capire “se e dove l’ombra della velocità può essere evitata del tutto”: per esempio nell’esecuzione e nell’ascolto di musica dal vivo, o nella lettura di poemi scritti in esametri. La velocità delle macchine e non dei nostri corpi “è in conflitto con la vita”, crea e isola dal nostro qui e ora uno spazio-tempo astratto, quello con cui hanno lavorato i fisici da Keplero e Galilei in poi, “mentre noi cerchiamo soltanto di goderci la vita con i nostri amici”, passo dopo passo, finché abbiamo tempo.

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