Aristotele contempla il busto di Omero è un dipinto a olio su tela (143,5x136,5 cm) realizzato nel 1653 dal pittore Rembrandt Harmenszoon Van Rijn

Individui spaesati e virtù svuotate. Quanto è distante il pensiero di Aristotele

Sergio Belardinelli

In attesa che anche lui venga messo all’indice. Il filosofo giustificava la schiavitù, discriminava le donne e disprezzava il lavoro manuale. Per molto meno si stanno abbattendo statue e bruciando libri

Considerato il furore iconoclasta che infiamma gli odierni adepti del politicamente corretto, c’è da temere che prima o poi persino un pensatore come Aristotele possa venire messo all’indice. D’altra parte, perché studiare ancora un filosofo che giustificava la schiavitù, discriminava le donne e disprezzava il lavoro manuale? Per molto meno si stanno abbattendo statue e bruciando libri. Nulla di strano quindi se qualche autorevole accademico dicesse (forse è già stato detto) che per i suddetti motivi Aristotele non merita più di essere studiato. L’umana stupidità non ha limiti.

   

Sciocchezze a parte, resta pur vero che oggi siamo piuttosto lontani dalla costellazione del pensiero aristotelico. Per noi contemporanei è difficile condividere in toto il suo realismo etico fondato su una forma di biologismo metafisico; una teleologia tale per cui il fine dell’uomo è una perfezione oggettiva che ci offre anche il massimo della soddisfazione individuale.

  

Le cause di questo allontanamento sono molteplici. Alcune sono strettamente filosofiche altre sono di tipo socio-culturale. Le cause filosofiche hanno a che fare con quel modo di pensare divenuto dominante nella riflessione morale moderna e contemporanea, in virtù del quale il bene e il giusto vengono definiti in termini soggettivistici, utilitaristici, edonistici, non più con riferimento a una natura dell’uomo che ne costituisce il criterio. Le cause socio-culturali, intrecciate ovviamente a quelle filosofiche, riguardano invece principalmente la frantumazione dell’organicismo tipico del mondo antico verificatasi a seguito dei moderni processi di individualizzazione e differenziazione.

  

Prendiamo ad esempio la virtù, la vera chiave di volta dell’etica aristotelica. Chi conosce l’incipit dell’“Etica Nicomachea” sa che il discorso sulla virtù viene preceduto da un’indagine preventiva in ordine alla natura della politica. Trattasi di materia, dice Aristotele, di cui si può avere una conoscenza soltanto “grossolana e approssimativa”, ma questo non significa che il bello e il giusto di cui la politica si occupa esistano “solo per convenzione, e non per natura”. Anzi il fine della politica, agli occhi di Aristotele, è chiarissimo ed è la felicità, il “più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione”, “il fine e il principio, ossia la causa di tutto ciò che facciamo”, “una attività dell’anima secondo perfetta virtù”.

  

A differenza della sapienza che ha a che fare con la necessità e la perfezione, tipiche delle cose celesti e quindi “è scienza e intelletto” (si pensi alla matematica), le virtù riguardano invece “i beni umani su cui è possibile deliberare” e quindi “situazioni particolari”, la cui conoscenza è sempre grossolana e approssimativa. Se un’attività pratica, poniamo la politica, avesse il carattere di una scienza, non ci sarebbe alcun bisogno della virtù. C’è bisogno di saggezza, di phronesis, che è esattamente la capacità di deliberare bene, perché per deliberare bene non è sufficiente la conoscenza, ci vuole esperienza; bisogna essere esperti e in questo senso saggi.

  

Secondo Aristotele, sapienza e saggezza hanno però anche qualcosa che le accomuna: l’essere entrambe virtù “per se stesse”. Ciò che esse “producono” non lo producono come la medicina produce la salute, bensì come la salute produce se stessa; attualizzano insomma in se stesse il loro fine, cioè il bene e la felicità dell’uomo. Tradotto sul piano politico, la bontà di un’azione politica non sta nel produrre degli effetti allo stesso modo in cui il falegname produce un tavolo. In questo genere di attività infatti il fine, il tavolo, è sempre più importante dei mezzi, i chiodi e il legno, con i quali lo si è raggiunto. Se nella politica è in gioco il bene dell’uomo, allora ogni azione politica si giustifica soltanto in quanto attualizzazione di quel bene che persegue. Il bene coincide con l’esercizio della virtù.

   

Oggi, come dicevo, siamo molto lontani da questo modo di pensare. A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, con la diffusione del benessere, abbiamo visto allentarsi poco a poco la coesione dei gruppi tradizionali (la chiesa, la classe sociale, i partiti); la gente finisce per concentrarsi sempre di più sulla propria vita e su quella del proprio gruppo di riferimento, che oltretutto la rete allarga a dismisura, rendendolo però ancora più chiuso (le famose “camere dell’eco”); assistiamo insomma all’affermarsi di un nuovo individualismo morale, un individualismo che sembra richiamare certi ideali romantici, già presenti nelle “Lettere sull’educazione estetica dell’uomo” di Schiller, e che Charles Taylor definisce giustamente individualismo “espressivo”.

   

Difficile in questo contesto continuare a parlare di virtù come attualizzazione di un modello universale di bene e di felicità umana. La ricerca della felicità assume un significato nuovo. Nello spazio aperto del mercato dei beni, il cliente è sempre più incoraggiato a esprimere i propri gusti, a vivere secondo le proprie inclinazioni personali. Se nel passato era un privilegio di pochi, oggi tutti siamo chiamati a essere in primo luogo noi stessi, a essere ciò che siamo. Anziché conformarci ai modelli imposti dall’esterno, dalla società, dall’autorità politica o religiosa, siamo tutti chiamati a vivere la nostra unicità e originalità, in una parola, a essere autentici. L’autenticità sembra essere diventata la virtù per eccellenza.

   

In tutto questo c’è sicuramente molto di buono, che qui non posso approfondire. E’ certo, ad esempio, che l’autenticità è una grande virtù rispetto all’ipocrisia e all’opportunismo. Tuttavia non si può trascurare il fatto che essa continua a essere un privilegio di pochi, sempre sul punto di scadere a semplice soddisfazione dei propri egoistici desideri e di generare quindi degli “autentici” disadattati: una prospettiva morale che, mentre esalta l’autorealizzazione individuale, finisce per trascurare il fatto che spesso ciò che dovremmo fare è proprio non essere noi stessi, ciò che spontaneamente vorremmo fare. Così la virtù si svuota e diventa una “funzione” variabile a seconda degli interessi, in un mondo di uomini del tutto spaesati rispetto al loro bene. A tal proposito, e concludo, si pensi all’uso osceno che della virtù viene fatto in questi giorni contro quei politici sfigati che si sono avvalsi dei bonus dell’Inps per alleviare i danni del Covid-19 sulle partite Iva. La virtù aristotelica non starebbe né con i politici che hanno approfittato del bonus, né con quelli che stanno agitando un gran polverone per farli dimettere. Detto un po’ bruscamente, essa di certo non ha nulla a che fare con chi non riesce a trattenere la propria avidità di denaro, ma nemmeno coi giacobini da quattro soldi.