Ma noi abbiamo davvero capito perché si ride?

Matteo Marchesini

Su questi temi classici ragiona Terry Eagleton in una “Breve storia della risata” (il Saggiatore)

Perché si ride? Per Schadenfreude? Perché gli altri ci appaiono dei burattini goffi, come dice Bergson? O perché così ci mostrano ciò che anche noi siamo e non osiamo rivelare? Si ride, freudianamente, se una battuta allenta il morso della repressione? O se scrollandoci di dosso la camicia di forza della logica scorgiamo il nonsenso sotteso a ogni discorso sensato? È più divertente trovare una discrepanza dove si suppone l’uniformità o una ripetizione dove dovrebbe esserci una differenza, come quando un uomo imita scimmiescamente un suo simile?

  

Su questi temi classici ragiona Terry Eagleton in una “Breve storia della risata” uscita ora dal Saggiatore. Lo fa, al solito, con verve e passione politica. Nel pamphlet riecheggia infatti un’altra vecchia domanda: è possibile distinguere “l’umorismo come trasformazione e l’umorismo come diffamazione”? Recitando la crudeltà, gli stand up comedian la straniano o finiscono per esaltarla? Dov’è il confine tra contestazione e apologia dell’esistente? Bisogna guardare a Kundera e a Bachtin, che recuperano il sorriso e il carnevale contro la dittatura, o guardarsi da una pratica che rischia di schernire chi è già schernito dalla vita? E in entrambi i casi “la comicità e il fatalismo” non saranno “in combutta”?

 

“Lo scopo di una battuta”, osserva Orwell, “non è quello di umiliare l’essere umano, ma di ricordargli che è già umiliato di suo”. Ecco: forse il buon umorismo non sovverte il potere né lo rafforza, ma lo relativizza come fa con l’io (perciò i capi carismatici lo detestano scegliendo il sarcasmo). E forse arrendersi in apparenza al disumano aiuta a trasformare una schiavitù dolorosa in un sentimento liberatorio: ci si rilassa proprio perché non si ha e non si è più niente. Secondo Leopardi chi sa ridere è padrone del mondo come chi è pronto a morire.

   

Eagleton, che non cita Pirandello, evita di separare umorismo, comicità e satira. A interessarlo è l’effetto comune di questi fenomeni, una manifestazione animale che gli animali non conoscono. Chi ride può aggredire ma “non può mordere”, nota Elias; e può essere a sua volta oggetto di riso, perché non controlla il corpo.

  

Morire dal ridere, si dice: come letteralmente capita nel “Morgante” a Margutte quando una scimmia si mette i suoi stivali, e dunque lo imita. La risata senza freni minaccia l’io. Per questo se la permette più facilmente chi ha un’identità certa e chi non ha nulla da perdere. Flessibile come un cartone animato, quasi sempre il servo cade e si rialza incolume, mentre “i grandi”, con rigida dignità, “vanno incontro alla disfatta”. Ma i grandi esistono solo nelle tragedie principesche, al di qua di una modernità in cui nessun ruolo rimane stabile. Noi siamo figli di un’idea della storia che è stata chiamata comica, perché ne sottolinea l’eterogenesi dei fini o i rovesciamenti dialettici. E non a caso le maggiori riflessioni sul riso nascono proprio nelle fasi incerte di transizione: l’età romantica, il primo Novecento, il postmoderno.

 

Tuttavia i borghesi che la storia moderna porta alla ribalta sono troppo insicuri per ironizzare sul suo corso con un motto aristocratico o una facezia plebea. Cercano di nobilitarsi facendo i seriosi: altrimenti avvertirebbero la propria inadeguatezza e scoppierebbero a piangere rendendosi ridicoli. Presto però scoprono che anche questa maschera è ridicola, anzi temono che lo sia persino la serietà vera. Allora imparano un’ironia sogghignante, difensiva, e costruiscono una società in cui non si può né parlare seriamente né liberamente ridere: è il regno dell’infotainment.

 

E qui vorrei indicare un aspetto su cui Eagleton tace. Scherzare richiede tatto, senso delle proporzioni e delle posizioni: il modo giusto cambia a seconda del contesto. Ma appunto, serve un contesto. Si può far ridere dove le persone condividono una fitta trama di riferimenti e allusioni. Noi invece oscilliamo tra una miriade di bolle, ognuna col suo gergo incomprensibile alle altre, e una comunicazione generalista per tutti e per nessuno. Quando i due piani s’incontrano senza mediazioni, ogni accento che colora la lingua del minimo comune denominatore sociale non può che venire frainteso. Di qui le polemiche grottesche su politically correct e cancel culture, in cui si trattano come input decontestualizzati battute o concezioni che per essere discusse esigono un linguaggio stratificato, in grado di cogliere i presupposti e il tono delle parole. Ma spesso non ci si capisce più nemmeno nella stessa bolla.

  

Piergiorgio Paterlini teneva su “Cuore” la rubrica “Parla come mangi”: un esempio di prosa impettita, tratta da giornali o libri, e a fianco la sua “traduzione” krausiana. Oggi la ripropone su Robinson, parodiando i risvolti dei romanzi appena usciti. Già una decina di volte, editori e autori hanno rilanciato le sue parodie come “stupenda recensione”. Viene da ridere. Ma con chi farlo?

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