Quel che gli stranieri vedono bene

Maurizio Crippa

Dal New York Times al Figaro, elogi ben ragionati sull’Italia di questi mesi. Da paria a modello da seguire

La fine è ancora lontana e i conti si fanno alla fine, ma non c’è bisogno di sbilanciarsi più di tanto per poter dire: sì, c’è del talento in Italia. Se Jason Horowitz del New York Times, lo scorso venerdì, ha scritto che l’Italia è riuscita con successo a passare dalla condizione di “pariah globale” della pandemia a essere un modello del contenimento del virus, così che ora “dà lezioni ai suoi vicini e anche agli Stati Uniti”.

 

E se ieri il Figaro, dedicando la prima pagina a Giuseppe Conte che “esce rafforzato dalla crisi” tesse l’elogio delle sue capacità negoziali in Europa ma soprattutto del modo in cui il suo governo ha agito nei drammatici mesi scorsi: “Durante la crisi del Covid ha fatto da apripista all’Europa. Oggi l’Italia è uno dei paesi europei in cui la situazione sanitaria sembra più o meno sotto controllo”.

 

Non manca, per sovrammercato, l’esperienza positiva del ponte di Genova. Un successo dell’Italia cui ieri anche il Monde ha dedicato ampio spazio. C’è talento, in Italia, e non è dovuto al caso. Per questo risulta assai interessante l’articolo del New York Times. E’ evidente che per il giornale liberal il punto di polemica sia la catastrofe sanitaria di Donald Trump, puntualmente richiamata nelle prime righe attraverso la sua nota e mal riuscita dichiarazione del 17 marzo: “Guardate a quel che sta succedendo in Italia, noi non vogliamo ritrovarci in quelle condizioni”.

 

 

Ma il lungo articolo firmato da Jason Horowitz, capo della redazione italiana del Nyt, con copertura anche per il Vaticano e parte dei paesi del sud Europa, non può essere ricondotto unicamente a questa prospettiva di politica interna americana. Da un lato perché, da quando è a Roma, Horowitz ha sempre portato sul nostro paese uno sguardo attento, spesso più di quanto ne abbiano i giornali italiani.

 

Dall’altro, perché basta leggere. Pochi mesi dopo quelle parole di Trump sull’Italia, “gli Stati Uniti stanno soffrendo decine di migliaia di morti più di ogni altro paese”. E Boris Johnson ha dovuto rinunciare al suo piano di alleggerimento delle misure, mentre persino nella virtuosa Germania crescono le preoccupazioni.

 

“E in Italia? – si domanda Horowitz – I suoi ospedali sono praticamente vuoti di pazienti Covid, i morti attorno allo zero”. Perché, come spiega Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive all’Iss, “noi siamo stati molto prudenti”. Spiega Horowitz: “L’Italia ha consolidato, o almeno mantenuto, un difficile lockdown attraverso un mix di vigilanza e un controllo medico dolorosamente guadagnato. Il suo governo è stato guidato da comitati tecnici e scientifici”.

 

Anche la riconferma dello stato d’emergenza, scrive Horowitz, permetterà al governo di imporre le misure che si rendessero necessarie in modo rapido. “Medici locali, ospedali e funzionari sanitari raccolgono quotidianamente più di 20 indicatori sul virus e li inviano alle autorità regionali, che poi li inoltrano al Sistema sanitario nazionale”.

 

Il risultato è che oggi lo stato di salute del paese “è molto lontano dallo stato di panico, e quasi dal collasso, che ha colpito l’Italia a marzo”. Non ci sono dubbi che il lockdown sia costato molto economicamente, e che ci siano state e sussistano critiche legittime. Ma la strategia italiana si è rivelata “più vantaggiosa che non il tentare di riaprire l’economia mentre il virus è ancora diffuso, come sta accadendo in paesi come gli Stati Uniti, il Brasile e il Messico”.

 

Il punto non è crogiolarsi per un giudizio pacatamente positivo sul nostro paese. E’ più interessante notare come a un giornalista straniero, capace di uno sguardo prospettico rispetto alle distorsioni ravvicinate del dibattito politico, i punti focali risultino chiari: il governo ha saputo fare la scelta meno populista e più logica: affidarsi alle competenze scientifiche. E si è dato strumenti che permettono di gestire l’emergenza. Così “l’Italia ha ribaltato la calamità del coronavirus”.

 

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"