Milano, marcia dei comuni per la Senatrice Segre, il 10 dicembre 2019 (LaPresse)

Cari sindaci, uscite dalla grotta

Claudio Cerasa

Lavoro che muta, uffici che si trasformano, politici che non cambiano. Ma quanto siamo pronti ad affrontare senza ipocrisie le trasformazioni permanenti con cui le metropoli faranno i conti dopo la pandemia? Chiacchiere sul futuro con Stefano Boeri

Che cosa c’entrano le polemiche innescate dalle parole pronunciate ieri pomeriggio da Beppe Sala sullo smart working e l’esito del voto al Senato sull’Election day del prossimo 20 settembre che, referendum a parte, coinvolgerà, tra regioni e città, la bellezza di circa 24 milioni di elettori? Apparentemente, le più che ragionevoli affermazioni del sindaco di Milano sui rischi dell’eccessivo lavoro da remoto – “lo smart working ci ha insegnato molto ma è arrivato il momento di tornare a lavorare perché l’effetto grotta, del lavorare a casa, presenta i suoi pericoli” – non c’entrano nulla con l’accorpamento deciso ieri in Parlamento di regionali, comunali e del referendum sul taglio dei parlamentari.

 

Ma se ci si riflette un istante si capirà facilmente che entrambe le notizie hanno a che fare con un tema molto importante sollevato con intelligenza dall’ultimo numero dell’Economist e che grosso modo potremmo sintetizzare così: quanto siamo pronti ad affrontare senza ipocrisie le trasformazioni permanenti con cui le grandi metropoli faranno i conti in seguito alla pandemia indotta da coronavirus? Si può credere che la vita delle grandi città – che sono state quelle più colpite dal Covid-19: con il 3 per cento della popolazione americana, New York ha subìto il 19 per cento dei decessi dell’intera America, in Francia un decesso su quattro è avvenuto nella zona intorno a Parigi, in Italia la provincia di Milano ha subìto una media di un contagiato ogni dieci registrati in tutto il paese – tornerà a essere a poco a poco simile a quella conosciuta prima della pandemia. O si può invece iniziare a credere che il passaggio del coronavirus avrà sulle metropoli una sorta di effetto uragano. E se si accetta di usare questa chiave di lettura, si capirà facilmente che per avere un futuro le grandi città non potranno limitarsi a ricostruire i vecchi equilibri ma dovranno necessariamente costruire qualcosa di nuovo.

 

Gli amministratori delle grandi città, suggerisce l’Economist, devono rendersi conto che hanno il dovere di attrezzarsi per una nuova stagione, completamente diversa rispetto a quella del passato. E per capire cosa sta succedendo, e comprendere che le trasformazioni promettono di non essere reversibili, è sufficiente guardarsi intorno. Si noterà così che le grandi aziende italiane hanno scelto di tenere i loro dipendenti in smart working fino al primo gennaio. Si noterà così che aziende come Facebook hanno comunicato ai propri dipendenti che il lavoro da remoto diventerà una costante della nuova stagione. Si noterà così che i proprietari dei grandi palazzi e dei grandi centri commerciali temono di dover fare presto i conti con lo scoppio di una grande bolla immobiliare. Si noterà così che gli uffici più all’avanguardia stanno cercando di riorganizzare il lavoro ritarando il rapporto con i dipendenti, puntando meno sulla cultura orientata alla presenza e puntando più sulla cultura orientata al risultato. Si noterà tutto questo ma si noterà anche molto altro. E si noterà che nei cambiamenti che si stanno manifestando nelle grandi città sotto i nostri occhi c’è già una tendenza che indica la presenza di una rivoluzione non transitoria.

  

La pensa così anche l’architetto Stefano Boeri che, conversando gentilmente con il Foglio, ci aiuta a mettere in fila alcuni tratti della rivoluzione in corso. Boeri nota che le trasformazioni delle grandi città, in Italia e non solo, sono avvenute spesso dopo una crisi sanitaria, “gli edifici più alti sono un’eredità della lotta contro la peste bubbonica mentre il sistema di fognature che costituisce il telaio delle città è un’eredità della lotta contro il colera”, ma al contrario di quello che si potrebbe credere la pandemia non ha semplicemente accelerato processi già in corso ma ne ha determinati altri che meritano di essere approfonditi. La pandemia non cambierà solo il modo in cui vivremo gli uffici ma cambierà anche molto altro. Cambierà il destino dei centri commerciali, “destinati progressivamente a sparire”. Cambierà il destino dei così detti negozi di prossimità, “che potrebbero trovare nuova linfa tornando a essere luoghi più sicuri, essendo meno affollati, dei centri commerciali”. Cambierà il destino degli architetti delle case, “stanno aumentando di giorno in giorno le richieste di adattare le case al nuovo mondo, creando più spazi separati, trasformando le camere da letto in uffici, immaginando di utilizzare in un modo nuovo anche i tetti delle case”.

 

Cambierà la geometria delle strade, “le città avranno sempre più dehors e i sindaci dovranno adattarsi a queste nuove esigenze”. Cambierà il mondo delle librerie, con le piccole catene che facendo squadra con un buon servizio di delivery potrebbero iniziare a fare concorrenza anche ad Amazon. Cambierà anche la fisionomia degli ipermercati e delle grandi catene, che si trasformeranno sempre meno in negozi dove acquistare e sempre più in magazzini da cui far partire le consegne. “In definitiva – aggiunge Boeri – entreremo nella stagione 15-20, che prevede la necessità per le città di dotare i suoi cittadini di un’organizzazione tale da poter mettere i servizi più importanti a una distanza massima di venti minuti dal posto in cui si abita”.

 

Per quanto si possa dunque sperare che la nuova normalità sia simile a quella della stagione precedente alla pandemia, la verità è che nelle grandi città le trasformazioni prodotte dal Covid promettono di essere tutt’altro che transitorie. E le prossime elezioni, le prime che si svolgeranno in Italia dopo l’esplosione della pandemia, saranno lì a ricordarci un dato da non dimenticare: mai come oggi a essere smart non dovranno essere le city, ma dovrà esserlo prima di tutto chi le city le governa. Cari sindaci, è ora di uscire dalle grotte.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.