Soldi, creatività, visioni sul futuro. Come rivoluzionare la città nella stagione pandemica

Michele Masneri

Il nuovo ordine delle metropoli e la fuga che diventa un’idea non più peregrina. Business, equilibri, rivoluzioni. Un girotondo con Stefano Boeri, Giovanna Melandri, Manfredi Catella

Roma. Riqualificare città e piccoli paesi è un aspetto non indifferente della ripresa che (si spera) verrà dopo il Coronavirus. Ma da che punto ripartire? E come usare i denari che (si spera) arriveranno? Conclusi gli Stati Generali, non mancano le proposte proprio in questo senso. Stefano Boeri ha portato a Conte cinque idee concrete, racconta al Foglio, “per capitalizzare questa crisi facendone un’opportunità e per trasformare in qualità, e in ricchezza per tutti, gli investimenti post-Covid”: tra queste, una rottamazione degli edifici italiani – “almeno quattro milioni sono energivori che andrebbero abbattuti e ricostruiti: il tema è il rilancio del settore delle costruzioni, ma in nome della sostenibilità e delle qualità ambientali". “E poi il ruolo delle scuole, le quarantamila scuole pubbliche italiane, che vanno sì messe in sicurezza, ma anche trasformate in spazi che si aprono ai quartieri, hub di comunità aperti sempre a tutti”. L’architetto milanese poi è tornato sul tema a lui caro dei borghi, dei piccoli centri che devono fungere da contraltare allo sviluppo delle città: centro del dibattito che anche sul Foglio ha avuto luogo negli ultimi mesi.

 

Adesso col Foglio fa un passo avanti: “Un’idea in cui credo molto è quella del contratto di reciprocità”, dice Boeri; “un sistema utilizzato per esempio in Bretagna, a Brest, dove sostanzialmente una grande città adotta un piccolo centro. E’ un contratto, condiviso con Camera di commercio e aziende, un contratto con investimenti veri sulla delocalizzazione vera. Che vede un sostegno della grande distribuzione rispetto alla attività agricola e commerciale, per esempio; e del settore dell’arredo che dà la garanzia sulla produzione legata al legno”. In questo modo, dice Boeri, “garantisci la vera delocalizzazione nei borghi, e contemporaneamente riconosci da parte delle città che questi danno loro già alcuni servizi: l’acqua, l’aria, il cibo. L’acqua di Roma viene da Amatrice, per esempio”. “Il contratto di reciprocità è un modo per riportare veramente popolazione nei piccoli centri, non ricostruire un guscio vuoto”.

 

Anche secondo Manfredi Catella non bisogna cedere all’idea romantica del borgo. Per l’immobiliarista milanese, che ha gestito la trasformazione del nuovo volto di Milano, il ruolo delle città e quello dei piccoli centri deve essere complementare. Partendo dal presupposto che il cosiddetto smart working dal casolare di campagna da solo non può funzionare. “Ho partecipato proprio ultimamente a un workshop sull’argomento con molti giovani”, dice Catella, e “quello che è emerso conferma che la connessione digitale non sostituisce la connessione fisica”. Non sarà come Sala che dice “tornate a lavorare”, ma anche l’idea del buon selvaggio collegato col wifi dal suo orto non convince. “C’è il desiderio di natura, certo, soprattutto nelle generazioni giovani che sono più sensibili ai temi ambientali. Ma poi se devi scegliere tra natura e persone, alla fine scegli le persone. C’è questa irrinunciabilità all’interazione. E il mondo digitale va benissimo, ma se poi sei isolato non basta. Così la connessione fisica la devi mantenere, devi poter stare in territori connessi velocemente, in un’ora di spostamento diciamo. Solo così puoi pensare di portare economia e conoscenza anche delocalizzata nei piccoli centri”. Il tema vero, poi, diciamocelo, è che stanno arrivando un sacco di soldi, tra Recovery Fund e forse Mes e altri strumenti. “E bisogna capire come moltiplicare questi soldi per uno sviluppo sostenibile del paese”, dice Boeri.

 

Un’altra proposta è quella di Giovanna Melandri, già ministro per i Beni culturali e oggi presidente del Maxxi, ma qui nella veste di numero uno presidente anche di Human Foundation e di Social Impact Agenda per l'Italia (SIA). Secondo l’ex ministro, per gestire la riqualificazione delle città e dei borghi italiani lo strumento ottimale può essere quello “degli outcome fund o i fondi di risultato: strumenti finanziari che rispondono a logiche di mercato, incentivando la spesa privata per far funzionare meglio quella pubblica. Sono i Contrat à impact social che Macron sta utilizzando con successo in Francia”, insomma fondi con soldi privati che portino risultati nella società. Non beneficenza né finanza etica ma un sistema che “tramite logiche di mercato porta non solo rendimenti ma anche impatto sociale. Con obiettivi chiari in mente: per esempio, riattivare dieci borghi l’anno. Con questi fondi, dice Melandri, si possono anche superare lungaggini e complicazioni che le regole di spesa pubblica e di pianificazione amministrativa affogano in strati di regole e burocrazia. “Non bisogna aver paura della capacità di impresa”, dice Melandri (anche se pare difficile che tutto questo liberismo possa piacere a un esecutivo non proprio fan scatenato della mano invisibile). A favore dei fondi di risultato per una rigenerazione del territorio è anche Catella, che li ritiene “una grandissima occasione di avere un approccio fondamentalmente di impact investing: approccio che punta a risultati trasparenti e visibili. Se i capitali si concentrassero su questo tipo di veicoli, sarebbe anche un modo di non disperderli o diluirli, rendendo gli obiettivi più a portata di mano”. Insomma, con una buona dose di inventiva (e di soldi), anche la fuga dalle città potrebbe finalmente non essere più un’idea così peregrina.

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