Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Conte alla prova

Valerio Valentini

Il virus e la trattativa europea. La necessità dell’unità nazionale toglie alibi a tutti. Anche al premier

Roma. Chi ha modo di parlarci spesso, riferisce che Giuseppe Conte s’è affezionato a un vecchio adagio che Fedele Confalonieri raccomandava al Cav.: quello, cioè, secondo cui basta guadagnare una settimana per guadagnare un mese, e superare un mese per valicare un anno. Ma siccome non puoi ipnotizzare un nemico coi trucchi che lui conosce bene, ieri mattina Renato Brunetta, su mandato dei vertici di FI, ha posto l’ultimatum prima ancora che Federico D’Incà, che pure vestiva i panni del padrone di casa, potesse parlare: “Se Conte non riceve i capi dell’opposizione, incontri del genere non hanno alcun senso”. E così il ministro grillino per i Rapporti col Parlamento, incaricato di allestire questo tavolo bipartisan, ha dovuto promettere che sì, un nuovo vertice del premier con Meloni, Salvini e Tajani ci sarà: “La settimana prossima”. E al centro delle riunioni, formalmente, verrà posta la discussione sul Cura Italia (per cui verranno nominati due relatori, uno di maggioranza e l’altro di minoranza) e quella, più delicata, sul prossimo decreto di aprile, ancora da costruire. Ma, al di là dei formalismi, a dover essere “condivisa” sarà, come ha ammesso lo stesso D’Incà, “la gestione dell’emergenza”. In ogni suo aspetto, dunque. Compreso quello meno chiacchierato, ma più temuto (anche dai servizi di sicurezza): e cioè l’ordine pubblico, che potrà vacillare non poco col prolungarsi della quarantena, specie al sud: “Per questo ho voluto rassicurare i lavoratori in nero del meridione”, s’è sfogato coi suoi confidenti il ministro dem Provenzano. E proprio alla luce di questa consapevolezza del rischio incombente, ognuno rivede le sue strategie. Lo fa, innanzitutto, Conte. 

 

 

Il premier s’è rassegnato alla collaborazione con le opposizioni quando ha capito che è forse l’unico modo per condividere le responsabilità di misure alla lunga impopolari, e anche rischiose (non a caso l’idea di una commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza, evocata da Matteo Renzi, ha scosso non poco, al di là dell’utilità dello strumento in sé, alcuni funzionari di Palazzo Chigi: “Mica siamo a Norimberga?”). Ma del resto, se è vero – come ha detto Casini – che “siamo in guerra, e non si ammettono diserzioni”, è vero anche che in guerra non si accettano neppure generali non all’altezza.

 

Conte è convinto di esserlo. Ma sa anche che il fantasma di Mario Draghi incombe ora sulla sua testa, stando almeno a come lo descrive un ministro grillino: “L’ombra si è allungata su Chigi, e allora Conte è diventato subito caparbio in Europa”. Il che spiega anche l’ansia di mostrare i muscoli (tutti apparenti, per ora) durante il Consiglio europeo di giovedì sera, un’ansia che portato Conte anche a un eccesso improvvido di gagliardia, quel “faremo da soli” che tanto ha allarmato i ministri del Pd. “Il governo Conte – ragiona, infatti, il dem Andrea Marcucci – sta reggendo una situazione gravissima e potrà conquistare tanto consenso nel paese, ma evitando con cura qualsiasi colpo di testa. Il nostro orizzonte è comunque quello europeo”. Del resto, è proprio quello europeo l’altro banco di prova del premier. E il sentiero è quanto mai stretto. Perché da un lato c’è l’obbligo di non indispettire il M5s, così esagitato da promuovere una mezza sedizione al Senato che lascia sconcertato perfino Sergio Battelli: “Resto basito – ci dice il deputato grillino, presidente della commissione Affari europei – nello scoprire che, mentre il premier è impegnato in una trattativa così complicata in Europa, alcuni nostri senatori lo incalzino con un’interrogazione priva di qualsiasi opportunità, visto che nelle conclusioni del Consiglio di Mes neppure si parla”. E dall’altro, però, c’è la necessità di ottenere una concessione dai governi europei del nord, che di condivisione del debito non vogliono saperne. Proprio per questo, ieri, Mattarella s’è sentito in dovere di appellarsi, anche lui, al Consiglio europeo, alla “solidarietà” come “comune interesse”, in un’azione di sostegno a Conte che agli occhi di qualcuno svelerà anche i limiti del premier. Non a caso Salvini, per giustificare la sua ennesima capriola antieuropeista che lo ha portato a vagheggiare l’Italexit dodici ore dopo aver elogiato Draghi, ha fatto intendere che l’unità nazionale sì, ma non con Conte: “Tanto, se mai da Bruxelles daranno qualcosa all’Italia, non la daranno certo a Giuseppi”.

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