Enzo Amendola (foto LaPresse)

“Lo scudo della Bce è molto importante, ma non basta. Ora gli Eurobond”

Valerio Valentini

Parla Enzo Amendola, ministro degli Affari europei. “O l’Europa dimostra di esistere adesso, oppure non esisterà mai più”

Roma. Oggi che è così difficile non dirsi europeisti, giustamente c’è da rallegrarsi: “L’Europa è la nostra comunità di destino”, sottolinea Enzo Amendola. E però ci sono stati giorni, e non sono stati pochi, in cui il destino dell’Europa, la sua stessa esistenza, sono parsi vacillare. “Sulla mia scrivania – ci confessa il ministro che proprio agli Affari europei sovrintende – ho un calendario in cui, dal 13 febbraio, annoto le riunioni coi nostri colleghi dell’Unione. E sì, a rivederlo ora mi pare un crescendo di tensione, in cui dalle incomprensioni si è passati alla paura, per poi arrivare a un buon livello di cooperazione. Ma del resto, è stato un salto nel buio. Per una crisi del genere, una pandemia che ha messo in ginocchio l’economia reale di un intero continente, non c’era un libretto di istruzioni. L’Unione europea, inutile negarcelo, c’è arrivata impreparata a questa sfida. Ma ora deve trovare il coraggio di affrontarla. O dimostra di esistere adesso, l’Ue, oppure non esisterà più”. La decisione della Bce è un segnale di vita, dopo i tentennamenti e le dichiarazioni improvvide di Christine Lagarde. “Un segnale importante, certo, necessario benché ancora non risolutivo. Perché nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, serviranno ancora sforzi poderosi. E a farli dovranno essere anche i governi nazionali. Un dato acquisito, dalle istituzioni comunitarie sono stati messi sul tavolo tutti gli strumenti utili. Non solo i miliardi della Bce, ma anche la sospensione del Patto di stabilità con l’escape clause, e l’apertura sugli aiuti di stato da parte della Commissione”. Pensa al ricorso al Mes senza condizionalità stringenti? “Questa è una richiesta avanzata dalla Spagna insieme ad altri governi socialisti. 

 

“Il premier Conte, insieme a Macron, ha proposto, invece, l’emissione di ‘corona bond’”, ci dice il ministro Amendola, che è stato per anni responsabile Esteri per il Pd. “Sono tutte opzioni a disposizione dell’Europa – prosegue – e nulla è escluso nelle prossime settimane”.

 

 

Molto dipenderà allora dal volere della Germania, che si è allontanata da certe intransigenze dei paesi del nord, ma è ancora titubante sulla linea mediterranea. “L’Europa è nel nuovo mondo, e tutti dobbiamo essere consapevoli che gli schieramenti del passato, le cautele e le timidezze di ciascuno non hanno più senso. Nel 2008 l’Unione impiegò mesi per reagire alla crisi finanziaria, e quel ritardo fu fatale. Oggi, di fronte a questa crisi ancora più tragica, l’architettura europea ha disvelato tutte le sue debolezze, le sue storture. Ma per rispetto della partecipazione popolare, questo senso di responsabilità e spirito di sacrificio dimostrato da milioni di persone in ormai tutti gli stati membri, i governi nazionali devono accelerare sull’innovazione e sul cambiamento. Sapendo che, al termine di questa emergenza, nessuno potrà tornare nelle sue casematte”.

 

Possibile, però, che solo dalle crisi l’Europa tragga la forza di cambiare, di crescere e rafforzarsi? “E’ un dato storico ricorrente, è vero. E però nelle ultime settimane, tutte le dichiarazioni dei leader politici italiani, tanto quelli europeisti quanto quelli sedicenti sovranisti, si sono concluse con un’invocazione a ‘più Europa’. Paradossalmente, proprio chi ha vagheggiato per anni il ritorno agli stati nazionali e all’innalzamento di muri e frontiere, certifica che il nazionalismo è un bluff di fronte alla grandezza dei problemi del mondo di oggi”. Ce l’ha insomma con Salvini e Meloni. “Non voglio alimentare polemiche. Non davanti alle immagini delle bare portate via dai camion militari a Bergamo. Non di fronte alle alte parole del presidente Mattarella. Dico però che, se la retorica nazionalista svela la sua inconsistenza, allora è oggi più che mai che dobbiamo attraversare il guado, attuando una maggiore integrazione. Questa crisi, ad esempio, ci ha insegnato quanto drammatica possa essere la mancanza di una politica sanitaria comune. Come si può pensare che di fronte a una sfida globale, siano 27 stati membri, ciascuno con le sue sole forze, a potersela cavare?”.

 

E c’è infatti chi, forse anche in virtù di certe timidezze europee e dell’isolazionismo americano, si lascia attrarre dal fascino della Cina, con tanto di dirette Facebook per celebrare l’arrivo di aiuti. “Non giudico le azioni altrui. Io, personalmente, non ho alcuna tentazione e sconsiglio di cedere ai facili entusiasmi. La cooperazione internazionale è sacrosanta, la solidarietà non la si rifiuta e non la si nega mai. A nessuno. Ma non possiamo mai dimenticarci che la nostra casa è l’Europa, ed è con l’Europa, peraltro, che al termine della crisi ci troveremo dinanzi a un nuovo scenario geopolitico, e la sua sovranità deve spingerla a non farsi escludere dalla condivisione di informazioni strategiche”. Ed è inutile cercare conferma più esplicita di un risentimento che pure è vivo, nelle diplomazie di mezza Europa: quello, cioè, per la mancata trasparenza cinese nei mesi passati, quando la gravità del virus è stata da Pechino ridimensionata, se non negata, agli occhi del mondo. “Io mi limito a osservare che un’Europa forte, unita, è l’unica dimensione in cui i vari stati europei possono pensare di esercitare un loro protagonismo nel mondo di oggi e di domani”.

 

E magari, però, anche l’Italia dovrà metterci del suo, non scaricando sempre su Bruxelles la responsabilità delle proprie debolezze. “Assolutamente sì. Dobbiamo uscire da questi anni di incertezze, rimuovendo finalmente tutto ciò che limita la nostra produttività. Cito tre temi. La semplificazione burocratica e amministrativa; gli investimenti pubblici orientati su progetti di qualità, a partire dalla ricerca tecnologica e l’innovazione; un impegno per un’economia sostenibile imperniata su un grande piano di infrastrutture”.

 

Prima, però, bisogna permettere al nostro sistema produttivo di sopravvivere a questa crisi. “La Commissione europea ha concesso ampi parametri di flessibilità, sia in termini di bilancio sia di aiuti di stato, come certificano le ultime dichiarazioni della responsabile alla Concorrenza Margrethe Vestager. Queste leve andranno utilizzate con coraggio. E lo scudo della Bce ci consentirà di essere più ambiziosi in vista del nuovo decreto, che arriverà ad aprile. E, peraltro, ci permetterà di essere più rigorosi anche nella difesa della nostra industria, dissuadendo qualsiasi tentativo di scalata ostile sui mercati. Faremo tutto quel che servirà per proteggere non solo i nostri campioni, i nostri ‘gioielli di famiglia’, ma anche tutto quel tessuto di piccole e medie imprese così prezioso per la nostra economia. Che va salvata, così come la salute dei nostri cittadini, a qualsiasi costo. Noi lo abbiamo ripetuto, urlato, per mesi, a partire da quel 13 febbraio che è il primo giorno segnato in rosso sul mio calendario. Da ieri, l’Unione intera ne è consapevole”.

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