Stile Lamorgese

Marianna Rizzini

Non c’è più l’emergenza migranti e nemmeno l’emergenza Viminale. Fatti e parole della vera anti Truce

Roma.Non c’è nessuna emergenza migranti”, aveva detto un mese fa il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, già prefetto, intervistata a Firenze da questo giornale. L’aveva detto con toni che confermavano l’impressione del primo momento, quello immediatamente successivo alla crisi estiva di governo: il ministro dell’Interno del Conte bis è l’antitesi anche retorico-stilistica, oltre che sostanziale, del ministro dell’Interno del Conte primo. E ora i dati di fine anno del Viminale confermano quelle parole: secondo il ministero, nel 2019 sono arrivati 11.439 migranti, circa la metà rispetto al 2018, e quasi un decimo rispetto al 2017, anche come conseguenza delle nuove politiche europee di ricollocamento (la redistribuzione aveva riguardato 85 richiedenti asilo durante la gestione di Matteo Salvini, diventati 196 con Lamorgese, con redistribuzioni negli altri paesi che hanno aderito all’accordo di Malta, di cui l’attuale ministro è stata parte attiva).

 

“In Italia non esiste un problema sicurezza, esiste piuttosto un problema di sicurezza percepita”, aveva detto Lamorgese, mandando un messaggio agli allarmisti che, specie sul web, si erano allineati per mesi allo stile dell’ex ministro dell’Interno ed ex vicepremier leghista, che per tutto il corso del governo gialloverde aveva lanciato allarmi sul tema (e aveva impostato sulla modalità “kombat”, di conseguenza, la sua azione e la sua comunicazione). “Posso dire”, erano le parole di Lamorgese, dette quasi sottovoce alla maniera di chi al Viminale è stata, in altro e più defilato ruolo, per più di quattro decenni, “che da qualche anno a questa parte la situazione è sotto controllo. L’Italia è uno dei paesi che ha affrontato meglio la crisi dei migranti, che è strutturale. Servono misura e pacatezza, ma la situazione è gestibilissima”. E anche quando, da prefetto di Venezia e di Milano, Lamorgese si era trovata a gestire locali crisi-immigrazione, aveva sempre ribadito che l’immigrazione in sé non comportava rischi, ma che i rischi provenivano dalla mancata integrazione.

 

Misura e pacatezza, dunque: non a caso Lamorgese non è una presenza fissa sui social network (anzi) ed è nota per l’atteggiamento di bilanciamento tra posizioni antitetiche fin dai tempi in cui, capo di Gabinetto prima di Angelino Alfano e poi di Marco Minniti, si definiva “collante tra istituzioni e cittadini”, giù giù fino al giuramento del settembre 2019, quando, diventando ministro, si è trovata sul tavolo la questione decreti-sicurezza, tra un Pd che chiedeva “discontinuità” rispetto alla gestione Salvini e un Luigi Di Maio che, per non far esplodere anzitempo la parte più nostalgica dei Cinque stelle (nostalgica del governo gialloverde), a parole cercava di mantenere la linea dura. E se i rilievi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella andavano in direzione dell’obbligo di salvare persone in mare, il programma del nuovo governo, in cui Lamorgese ricopriva una delle posizione più ambite e delicate, puntava sul superamento della “pura logica emergenziale a vantaggio di un approccio strutturale” che affrontasse la questione “nel suo complesso”. E insomma Lamorgese, nel giro di tre mesi, si è trovata catapultata dal dietro le quinte alla ribalta, dove procede con gli stessi foulard da tè delle cinque che indossava quando era prefetto a Milano (inizio sindacatura Sala) e si sentiva, come ha raccontato un giorno, soldato al fronte ma “al di sopra delle parti”.

 

L’approccio (il suo) vorrebbe essere ancora quello, anche lungo il confine tra governanti gialli e rossi ed ex governanti verdi (primo tra tutti Salvini che, al primo giorno di Lamorgese al Viminale, come a sottolineare preventivamente una sospetta linea dell’inconcludenza presso gli avversari politici, aveva sottolineato che lui era sempre stato uomo “che lavora per risolvere i problemi”). Non che Lamorgese fosse lontana, nel suo lavoro di prefetto, dal rigore law&order (a Milano era conosciuta come “prefetto degli sgomberi”), ma se è anche il tono a fare la linea, la linea Lamorgese è quella del dominio della paura: in questo senso il ministro parla oggi di sicurezza percepita, e in questo senso sembra mettere in pratica l’idea dell’ex ministro pd Marco Minniti che, dopo le elezioni 2018, rifletteva sulla mancata risposta del centrosinistra a “due sentimenti molto forti, la rabbia e la paura”.

 

Non si sentirà dunque Lamorgese alludere a possibili “invasioni”, ma la si è sentita parlare di “gestione ordinata” dell’immigrazione all’indomani dell’incontro con l’omologo ministro libico Fathi Bashagha, con cui aveva affrontato la questione del memorandum tra i due paesi e della sua riforma. “Questa è un’epoca in cui bisogna reinventarsi, anche a costo di cambiare mentalità”, diceva Lamorgese qualche anno fa, intervistata da questo giornale, non immaginando ancora il (proprio) passaggio dalla retrovia alla prima linea. E però, suo malgrado, quella volta era stata profeta di se stessa.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.