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Ostaggi della presunzione di colpevolezza

Claudio Cerasa

L’attacco al nostro giornale ci ricorda che in Italia ha preso il sopravvento la cultura del sospetto. Gli indizi diventano fatti, l’onere della prova è invertito, il diritto alla difesa è un simulacro. Dalla prescrizione ai sequestri preventivi. Catalogo degli orrori

Il simpatico attacco sferzato contro il nostro giornale alla vigilia di Natale – con la scelta cautelativa di sospendere a titolo di garanzia l’erogazione dei finanziamenti pubblici a causa di una vecchia inchiesta della Guardia di finanza piena zeppa di falsità rimasta in giacenza per sette anni e riesumata tra il 2018 e il 2019 all’epoca in cui il dipartimento dell’Editoria a guida grillina prometteva un giorno sì e l’altro pure di far chiudere il Foglio – può essere studiato utilizzando due chiavi di lettura diverse anche se probabilmente simmetriche.

 

  

Una prima chiave di lettura è quella che può riguardare l’indifferenza complice di chi sceglie di restare neutrale di fronte al tentativo di aggredire una testata giornalistica per via politico-giudiziaria. Una seconda chiave di lettura è quella che ha a che fare con un altro aspetto non meno importante e che riguarda un tema legato a un altro tipo di indifferenza nociva che esiste nel nostro paese: l’incapacità di combattere con forza una cultura politico-giudiziaria che tende costantemente a trasformare ogni minimo sospetto in una sentenza di condanna.

 

In questo caso il tema, che ci riguarda, non è tanto la trasformazione teorica della cultura del sospetto nell’anticamera della verità ma è la codificazione di un sistema all’interno del quale gli indizi vengono trasformati in un fatto e in cui si registra, nell’ordine: (a) lo slittamento del diritto dalla centralità del fatto alla centralità del sospetto; (b) la progressiva inversione dell’onere della prova; (c) la scelta di fare alla lunga delle garanzie della difesa un semplice simulacro. In ambito penale, ma non solo in questo ambito, esistono e cominciano a essere molto diffuse misure di prevenzione che prescindono dall’accertamento dei reati e che si applicano a soggetti ritenuti, in base a una semplice serie di indizi, socialmente pericolosi e potenzialmente criminali, per i quali la garanzia costituzionale dell’essere innocenti fino a prova contraria semplicemente non esiste più.

 

In questo senso, la decisione del dipartimento dell’Editoria di bloccare l’erogazione dei finanziamenti pubblici del 2018 al Foglio sulla base di un semplice sospetto è in qualche modo figlia di una consuetudine alla quale buona parte del paese, e non solo la parte grillina che lo rappresenta, sembra essersi abituata. L’Italia è il paese in cui, in attesa di chiarire la fondatezza di molti capi d’imputazione, può succedere che un’impresa possa subire, per ragioni legate a scelte cautelative, danni economici irreversibili, capaci di precludere la sopravvivenza stessa di un’attività. L’Italia è il paese in cui gli imprenditori possono anche fallire e chiudere bottega per avere subito sequestri preventivi anche in assenza di una sentenza definitiva (chiedere a Matteo Brusola, imprenditore della Brianza, che nel giugno 2014 ricevette dalla prefettura di Milano un’interdittiva antimafia che portò alla chiusura della sua azienda salvo poi quattro anni dopo vedersi scagionato da ogni accusa con l’impresa andata nel frattempo fallita). L’Italia è il paese in cui grazie a una legge scellerata approvata nella precedente legislatura – legge 17 ottobre 2017, n. 171 – viene consentito sulla base di meri indizi di colpevolezza l’applicazione di misure di prevenzione personali (sequestro o confisca) anche per reati contro la Pubblica amministrazione, rendendo così forte il rischio che in attesa di chiarire la fondatezza dei capi di imputazione un’impresa possa subire un danno economico irreversibile.

 

L’Italia, poi, è anche il paese che ha scelto di avere numerosi protocolli di legalità che prevedono l’impossibilità per un operatore economico rinviato a giudizio (come se il rinvio a giudizio fosse una sentenza di condanna) di continuare a partecipare alle gare o di continuare a eseguire un contratto in essere. L’Italia, grazie alla legge “spazzacorrotti” introdotta in questa legislatura dalla maggioranza gialloverde, è lo stesso paese che, abolendo la prescrizione, ha trasformato ogni processo in una pena potenzialmente eterna ed è lo stesso paese che ha introdotto la possibilità di mantenere la confisca di un’impresa anche quando dopo il giudizio di primo grado sia intervenuto un proscioglimento del reato per prescrizione o per amnistia. L’Italia, infine, è il paese in cui i detenuti presenti in custodia cautelare nell’arco degli ultimi 11 anni sono pari al 40,77 per cento del totale, il che significa che su cinque persone “custodite” dallo stato nelle nostre prigioni almeno due si trovano oggi rinchiuse senza che la loro responsabilità penale sia stata accertata in via definitiva.

 

L’Italia, per concludere, è il paese in cui sono più di 1.000 le persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno e che ricevono – dopo una lunghissima e mortificante procedura – denaro quale retribuzione per la sottratta libertà (l’Italia ha speso, nel 2017, circa 35 milioni di euro per indagini sbagliate che hanno costretto persone a privarsi del diritto fondamentale in uno stato civile). “Questo – ci dice il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia – è un paese slegato dai suoi fondamentali e dalla realtà della vita quotidiana, che non ha alcuna sensibilità della realtà e di come la questione reputazionale impatti sulla vita delle imprese, delle imprenditrici e degli imprenditori e di come si possano distruggere imprese. E di quale ansia generi nel nostro mondo l’assoluta sottovalutazione degli impatti di questi provvedimenti, con il combinato disposto della questione della prescrizione,  che invece di risolvere i problemi a monte, ossia la durata dei processi, parte dalla direzione opposta”.

 

L’eccessiva lentezza del sistema giudiziario, in altre parole, ha fatto sì che negli ultimi vent’anni siano stati introdotti provvedimenti così detti anticipatori che il giudice può emettere all’inizio o durante il giudizio senza che sia presente una sentenza definitiva. Lo schema di gioco è chiaro: poiché il sistema non riesce a essere celere, si è scelto di sacrificare alcune prerogative indispensabili per un giudizio equilibrato pur di arrivare velocemente a una decisione (con il rischio che questa possa anche essere ingiusta). Un paese normale, e sano, dovrebbe scommettere su processi più rapidi e dovrebbe punire chi ha responsabilità solo alla fine di un iter giudiziario. Un paese non normale, e malato, sceglie invece di scommettere sui processi lenti, per esempio abolendo la prescrizione, e sceglie di limitare la libertà di imprese e individui solo sulla base di indizi e di sospetti. L’Italia, almeno fino a oggi, ha deciso di puntare sul secondo modello e la politica, pur potendosi ribellare, almeno finora ha scelto di essere complice di un sistema osceno che trasforma il sospetto nell’anticamera della verità. Non sarebbe ora di finirla?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.