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Natale a Trani

Ricordate Azzollini? Nella procura pugliese gli imputati vengono assolti (anche da morti) e i pm condannati

21 Dicembre 2019 alle 06:00

Natale a Trani

(foto LaPresse)

Roma. L’inchiesta sul porto di Molfetta partì nel 2013, un’operazione colossale con un notevole impatto mediatico: due arresti, circa 60 indagati, tra i quali i pm avevano pescato un pesce grosso, Antonio Azzollini, ex sindaco di Molfetta, ma soprattutto potentissimo presidente della commissione Bilancio al Senato. Inoltre la magistratura aveva ottenuto il sequestro del porto e di circa 30 milioni di finanziamenti non ancora erogati.

 

I magistrati della procura di Trani – sempre quella – erano convinti di aver scoperto una maxitruffa da circa 150 milioni di euro: Azzollini, in accordo con i funzionari pubblici e le imprese, avrebbe fatto lievitare i costi del nuovo porto commerciale della cittadina pugliese con il pretesto della bonifica dei fondali da migliaia di ordigni bellici inesplosi. Le accuse erano: associazione a delinquere, falso, abuso d’ufficio, truffa, frode in pubbliche forniture, rifiuto di atti d’ufficio, violazioni ambientali e paesaggistiche, minaccia a pubblico ufficiale, concussione per induzione e via di seguito: 16 capi di imputazione.

 

Ieri gli imputati, che nel frattempo sono scesi a 28 dai 60 indagati iniziali, sono stati assolti da tutte le accuse perché il fatto non sussiste. Tutti, anche un morto, deceduto da poco e accusato di otto reati contabili, per cui gli avvocati hanno chiesto espressamente al tribunale di rendere giustizia anche a lui. E così i giudici hanno fatto. La cosa ancor più paradossale di questa vicenda è che, tra i protagonisti di questo processo, gli imputati sono stati assolti mentre i pm sono stati condannati.

 

I pm che si sono occupati dell’indagine e hanno chiesto il rinvio a giudizio sono due nomi noti, che hanno portato alla ribalta delle cronache nazionali la procura di Trani: Michele Ruggiero e Antonio Savasta. Il primo è il magistrato con la celebre cravatta tricolore delle inchieste contro le agenzie di rating per il presunto complotto dello spread ordito contro l’Italia, nel “processo del secolo” finito – anche questa volta – con raffiche di assoluzioni. Stessa sorte, archiviazione o assoluzione, per tutte le altre fragorose inchieste contro il mondo della finanza, sia privati (American Express, Unicredit, Bnl, Mps) sia pubblici (i dirigenti del Tesoro per i derivati e della Banca d’Italia addirittura accusati di usura). Ebbene, circa un mese fa, Ruggiero è stato condannato in primo grado a 1 anno di reclusione per tentata violenza privata per aver esercitato pressioni e minacce in un interrogatorio al fine di costringere dei testimoni ad accusare un indagato di aver preso tangenti. L’altro pm che ha avviato l’inchiesta sul porto di Molfetta, Antonio Savasta, che invece ha già ammesso le sue responsabilità all’interno di un’inchiesta che ha travolto la procura e il tribunale pugliesi: il cosiddetto “sistema Trani”, un sistema articolato e diffuso di corruzione, estorsione e truffa che vede indagati pm, giudici e avvocati.

 

Per tornare alla vicenda del porto di Molfetta, il pesce grosso dell’inchiesta, l’ex senatore Azzollini, e anche l’ex dirigente comunale ai lavori pubblici Vincenzo Balducci, uno dei due arrestati, hanno rinunciato alla prescrizione. E, a dire il vero, lo stesso magistrato che è subentrato a sostenere l’accusa, il pm Giovanni Lucio Vaira, aveva smontato tutto l’impianto dell’inchiesta, chiedendo l’assoluzione per 14 capi d’accusa su 16 e la condanna per soli quattro imputati su 38. Alla fine il tribunale di Trani ha assolto tutti, anche i morti, per tutte le accuse, incluse quelle ambientali che riguardavano la presenza di una prateria di posidonia che invece non c’era. E ha anche disposto la restituzione al comune di Molfetta del finanziamento di 30 milioni sequestrato da anni.

 

Azzollini era già stato mandato a processo dai magistrati tranesi per aver bloccato i lavori di ristrutturazione di un torrino edificato a ridosso del duomo duecentesco: è finita con un’assoluzione e gli elogi per aver tutelato il patrimonio storico della città. Gli resta un ultimo processo, quello sul crac della Divina Provvidenza, per cui il pm ha chiesto quattro anni e mezzo. Quando era ancora in Parlamento la procura chiese il suo arresto, ma il Senato negò l’autorizzazione: “Non siamo dei passacarte della procura di Trani”, disse l’allora premier Matteo Renzi. Poco dopo la Cassazione annullò la richiesta di arresto.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    21 Dicembre 2019 - 18:37

    Vabbè in Italia c'è la obbligatorietà dell'azione penale anche se non esistono indizi per farla scattare ,ma giusto non infierire contro magistrati che non fanno sempre il loro dovere,ma almeno la Corte dei conti -che ormai vigila dormendo o con occhi strabici -il danno erariale per costi giudiziari inutili potrebbe pure intervenire e chiedere di risarcire lo stato .Boh!

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