Le piazze contro l'odio e il rancore come lutto non elaborato

Marianna Rizzini

Il fenomeno sardine visto dal fondatore del Censis, Giuseppe De Rita

Roma. Che cosa sta succedendo nelle piazze che da un mese si sono riempite di persone unite da un “no al linguaggio d’odio”? A che cosa corrisponde, quel “no all’odio” che corre da Bologna (sardine) a Milano (sindaci)? Il professor Giuseppe De Rita, presidente della fondazione Censis, osserva il fenomeno e nota delle similitudini con il passato che, pur confermando quello che in una recente intervista a Repubblica ha descritto come stemperarsi del livore collettivo, a suo avviso tuttavia non portano a novità significative sulla scena politica. Nella “componente tecnica” del fenomeno, infatti, De Rita nota “il ripetersi di piazze che negli anni cambiano nome ma hanno caratteristiche comuni: abbiamo avuto gli arancioni, abbiamo avuto gli indignados. Bisogna ora capire se le sardine rappresentano un riproporsi di quel tipo di popolo sotto altra forma oppure se sono un meccanismo nuovo di presenza organizzata. In linea di massima propendo per la prima ipotesi, e se è così non so se questo potrà essere un fenomeno di ampio respiro”.

 

 

Sembra intanto a De Rita che, nelle pur pienissime piazze che porteranno domani alla manifestazione nazionale delle sardine a Roma, “manchi lo slogan che può unificare. Il ‘vaffa’ di Beppe Grillo, ai tempi del primo grande evento a cinque stelle di Bologna, ormai molti anni fa, con l’ex comico che giocava da grande attore, aveva intercettato un bisogno, azzeccato appunto la parola su cui poi una parte del paese ha vissuto per dieci anni. Anche la destra sovranista ha trovato le parole che uniscono chi si riconosce in quegli slogan”. Il “no all’odio” non sembra insomma a De Rita sufficiente a scongiurare il rischio, per le sardine, “di diventare uno dei quadretti della galleria di ‘popoli’ che via via si sono avvicendati in piazza”. La predominanza decennale del “vaffa”, secondo De Rita, corrisponde come arco temporale agli anni in cui l’Italia ha vissuto il suo “periodo del rancore”: “Il rancore è lutto per ciò che non è stato, ma non è odio”.

 

 

La diffusione del rancore corrisponde al momento in cui, dice De Rita, in Italia “si è fermato l’ascensore sociale” e in cui si è giunti “all’esasperazione emotiva e alla rottura delle relazioni. Oggi soffriamo di questo: l’individuo vive le proprie ansie in solitudine e quelle ansie diventano rancori. E se rompi le relazioni, il tessuto sociale si impoverisce”. Uno degli esempi che De Rita ama fare, dice, è quello del ragazzino di “Miracolo a Milano”, il film di Vittorio De Sica scritto nel 1951 da Cesare Zavattini. Il ragazzino, uscito dall’orfanotrofio, procede per strada salutando tutti e dicendo “buongiorno” a gente ingrugnita. Qualcuno lo ignora, qualcuno lo manda all’inferno, infine il decimo passante gli chiede perché. Era soltanto un buongiorno, dice lui. “E però l’Italia è rinata su quel buongiorno. Ricominciamo a dirlo. Sui social ci insultiamo? Ma abbiamo bisogno di relazioni proprio perché è stata esasperata la rottura delle stesse che veniva dal rancore. Il lutto non è stato elaborato: da lì è disceso l’odio, la cattiveria verso chi resiste alla degenerazione del rancore e al suo farsi delegittimazione. Fa comodo dire: reagiamo all’odio. Ma la delegittimazione bisogna combatterla andando a fondo sulle sue cause, non come generico odio”. La parola chiave del Censis per il 2019 non è infatti odio, ma “incertezza”. Il presente è asfittico, lo sguardo non riesce a proiettarsi oltre. Nel 53esimo rapporto Censis, l’Italia è descritta come un paziente che vive una sindrome da stress post-traumatico e che cerca risposte con “stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro: consumi controllati, corsa alla liquidità e nero di sopravvivenza”. Dopo gli anni di solitudine del “vaffa”, “il livore sta passando di moda”, dice De Rita.

 

 

E però quel “lutto per quel che non è stato” è ancora da sciogliere. “Abbiamo visto in questi mesi”, dice il rapporto Censis, “l’accentuarsi di reazioni positive, di contrapposizione a una prospettiva di declino”. Non è una reazione positiva, la piazza dilagante delle sardine? “Suscita indiscutibilmente simpatia, ma non basta che una piazza cambi colore o simbolo – prima l’arancione, poi la sagoma di un pesce – per farsi davvero novità”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.