In attesa di Salvini al sud. Parla la sardina calabrese Jasmine Cristallo

Marianna Rizzini

"Dalla Calabria può prendere vita un’azione di nuova unità, che metta insieme sensibilità, identità, anche diverse"

Roma. Il giorno è domani: quando Matteo Salvini arriverà in Calabria, e le sardine calabresi intraprenderanno una serie di “iniziative diffuse”, lungo la regione che andrà al voto il 26 gennaio del 2020. Racconta così l’azione di presenza antisovranista Jasmine Cristallo, sardina calabrese della primissima ora (anche antesignana: nella primavera scorsa ha animato da civica la cosiddetta “rivolta dei balconi” contro l’allora ministro dell’Interno). Jasmine, 38 anni, si definisce “una che ha sempre fatto politica dal basso”, ma “senza tessere se non quella dell’Anpi” e senza intenzione di candidarsi ad alcunché. Dopo il liceo classico, già madre di una figlia ora quasi ventenne (“ho fatto l’esame di maturità incinta”, dice Jasmine), si è poi messa a studiare all’Università “con ritardo ma con passione”, contemporaneamente al lavoro e al lavoro di genitore. E’ lei “la ragazza con i capelli rossi”, come la chiamano fuori dalla Calabria quando compare in tv, recente autrice dell’appello all’unità, con invito alla “rigenerazione” della classe politica antisovranista e al “passo indietro” in favore di candidature che si discostino “dall’album calabrese delle figurine Panini” (così Jasmine allude ai nomi ricorrenti della politica locale). Un atto “politico” nei panni della sardina, ma senza volersi mettere in prima linea, dice Jasmine, dopo che l’appello è stato raccolto dal presidente uscente della regione Mario Oliverio (“non voglio rimanere indifferente”, ha detto Oliverio).

 

L’appello, nato di fronte all’osservazione di una realtà calabrese molto diversa da quella con cui hanno a che fare le sardine gemelle e originarie bolognesi, dove si riscontra, dice Jasmine, “la presenza di formazioni e persone che hanno fatto uno sforzo collettivo e intercettato una reale volontà comune di fermare l’avanzata sovranista”, partiva dal desiderio di tentare in Calabria “un’azione straordinaria, che sia di monito e d’indirizzo anche oltre: cercare di affermare il primato assoluto dei contenuti, della progettualità, esaltare ciò che unisce, far decantare ciò che divide”. L’appello auspicava l’ascesa di “una classe dirigente, presente sul territorio, di giovani calabresi competenti e capaci che sono stati costretti a migrare per poter avere futuro. Dobbiamo far sì che tornino e che si occupino della rinascita di questa nostra terra”. L’idea di fondo era quella di “un atto di coraggio”, per “superare, tutti insieme, senza sopraffazioni o mortificazioni per nessuno, una stagione fratricida che ha allontanato – se non addirittura impaurito – interi settori del polo di sinistra e progressista, relegandoli nello smarrimento, annullando la vitalità individuale e collettiva che si esprime nel quotidiano. Dalla Calabria può prendere vita un’azione di nuova unità, che metta insieme sensibilità, identità, anche diverse. Di fronte all’avanzata di forze politiche culturalmente aggressive, inquietanti, non servono percorsi individualistici”.

 

E oggi, alla vigilia del primo incontro nazionale delle sardine a Roma, il 14 e 15 dicembre, Jasmine si ritiene intanto soddisfatta perché pensa che il suo appello sia stato un primo passo per “provare a raccontare la voglia di riscatto del Sud di fronte a chi in Italia rema a favore di istanze secessioniste”, e anche un primo passo per sottolineare differenze dolorose, a partire dalla piccole cose di tutti i giorni che non funzionano e amplificano il fossato (per esempio “l’aumento dei prezzi dei mezzi di trasporto sotto le feste per chi torna al Sud: ne sanno qualcosa i tanti ragazzi che lavorano e studiano in altre regioni”, dice Jasmine, che però fa parte, dice, “della moltitudine di chi al Sud ci vuole restare”). Nel giorno in cui le sardine (Jasmine compresa) ribadiscono il proprio “antifascismo” per arginare le polemiche sull’annunciata partecipazione di Casapound alla manifestazione di Roma, Jasmine dice che di fronte a Salvini “non c’è un pericolo di fascismo quanto il pericolo della persistenza e della resipiscenza di una mentalità antica e radicata su cui non si è lavorato. Salvini è soltanto uno molto capace di navigare l’algoritmo e intercettare istanze. E allora noi cerchiamo di monitorare, di fare pressione perché l’agire politico non cada in riflessi condizionati”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.