Perché Di Maio non si decide a dare le deleghe al ministero degli Esteri

Francesco Maselli

La mancata assegnazione può sembrare una questione tecnica senza particolari conseguenze, ma comporta un problema amministrativo e uno politico

Roma. Luigi Di Maio è ministro degli Esteri dal 5 settembre 2019, e il suo primo atto politico, peraltro molto apprezzato alla Farnesina, è stato trasferire al suo nuovo ministero la competenza per il commercio estero, fino a quel momento allo Sviluppo economico. Gran risultato, ma seguito da pochi fatti. Di Maio, come molti altri ministri, non ha ancora assegnato le deleghe ai suoi sottosegretari, benché queste fossero già state decise quando fu siglato l’accordo sulla composizione del governo. Il fatto è significativo visto gli Esteri rappresentano in piccolo l’articolazione dell’esecutivo: due sottosegretari dei 5 stelle, Emanuela Del Re e Manlio Di Stefano, uno del Pd, Marina Sereni, uno del Movimento associativo degli italiani all’estero, Ricardo Merlo, uno di Italia Viva, Ivan Scalfarotto.

 

 

La mancata assegnazione delle deleghe può sembrare una questione tecnica senza particolari conseguenze, ma comporta due problemi concreti. Il primo è amministrativo: in assenza di competenze predeterminate tutti i dossier che deve trattare la Farnesina arrivano al gabinetto del ministro, che di volta in volta li smista ai sottosegretari. E’ un processo bizantino, si decide con pochissimo anticipo chi, tra i membri politici del ministero, prenderà in carico la missione, che naturalmente viene preparata in fretta e furia: “Si crea un collo di bottiglia che fa lavorare tutti male, i diplomatici interni, quelli che sono all’estero e i livelli politici”, ci spiega una fonte diplomatica. Le disfunzioni non terminano qui, perché con procedure così lente è impossibile pianificare le partecipazioni ai summit internazionali di medio livello che non prevedono la presenza del ministro. Questo tipo di eventi viene in genere seguito dai sottosegretari di competenza, ma se queste non sono definite come si fa a sapere in anticipo chi parteciperà? Ciò è vero anche per chi arriva a Roma dall’estero, e che non conosce di cosa si occupano i suoi interlocutori, in questo modo meno credibili. Un diplomatico italiano in missione all’estero ci dice che la situazione non aiuta le nostre ambasciate: “Le competenze delle ambasciate sono molto ampie, e per ognuna di queste c’è un interlocutore politico. Non per caso esistono cinque sottosegretari, soltanto l’Economia e lo Sviluppo economico ne hanno altrettanti. Non è una tragedia, intendiamoci, ma preferiremmo che le deleghe venissero assegnate, ormai è passato del tempo”.

 

 

L’indecisione di Luigi Di Maio crea anche un problema politico: “Ogni sottosegretario ha delle ambizioni, e si muove come se avesse le deleghe senza coordinarsi con gli altri, perché vuole mettere il ministro di fronte al fatto compiuto. Non è esagerato dire che c’è una concorrenza spesso poco sana tra loro”, continua la nostra prima fonte. Marina Sereni ha mostrato interesse per il Sud America e per i dossier di sicurezza, ma per quanto riguarda l’America latina è in concorrenza con Ricardo Merlo; Emanuela Del Re continua a occuparsi di Africa e cooperazione internazionale senza perdere tempo a coordinarsi con i colleghi. La vera rivalità, per il peso che ricopre la delega al commercio estero, è tra Ivan Scalfarotto e Manlio Di Stefano. Lo scontro tra i due è tutto politico: Scalfarotto è l’unico sottosegretario di Italia Viva, e Di Maio vorrebbe evitare che la competenza più importante da assegnare finisca a un renziano, anche se è quanto previsto dall’accordo chiuso con Dario Franceschini; d’altro canto Manlio Di Stefano, attivissimo in questi mesi per cercare di accreditarsi come miglior candidato al commercio estero, è uno dei pochi membri del Movimento 5 stelle rimasto fedele al capo politico. Una fedeltà apprezzata da Di Maio, che vorrebbe evitare frustrarne le ambizioni. Così, sceglie di non decidere, anche se il prezzo da pagare è un ministero senza una direzione chiara.

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