I 90 giorni del governo senza discontinuità

Claudio Cerasa

Per salvare l’Italia non basta arginare il salvinismo ma occorre infilare il grillismo nei cestini della storia

Il governo del male minore, che da 90 giorni, da quando è nato, offre ogni giorno un valido motivo per essere considerato un male non del tutto minore rispetto al male maggiore scongiurato quest’estate all’epoca della politica del Papeete, dopo appena tre mesi di vita si ritrova a vivere in una condizione non troppo diversa da quella vissuta nei suoi ultimi mesi dal governo Prodi, nel 2008, e se nel governo ci fosse oggi un Fausto Bertinotti non faticherebbe a descrivere il futuro di Giuseppe Conte con le stesse parole usate alla fine del 2007 dall’ex leader di Rifondazione comunista per descrivere l’ex premier dell’Unione: “Come vedo Prodi? Con tutto il rispetto, di lui mi viene da dire quello che Flaiano disse di Cardarelli: è il più grande poeta morente… Visse ancora alcuni anni. Ma gli ultimi furono terribili”.

 

Giuseppe Conte, oggi, come Romano Prodi, ieri, si porta con sé un peccato originale che non è il riflesso delle capacità di cui è dotato il presidente del Consiglio ma che è il riflesso dei guai della maggioranza di cui il premier in fondo è solo lo specchio. Nel 2008 la maggioranza implose a causa dell’impossibilità di combinare all’interno di un unico governo anime molto distanti l’una dall’altra (in quel caso ciò che fece detonare il governo fu la giustizia e chissà che anche il destino di questo governo non sia legato al tema della giustizia: vedi alla voce prescrizione) e nel 2019 la maggioranza potrebbe implodere per ragioni non così differenti. Ci si può girare attorno quanto si vuole ma il vero guaio del metodo rossogiallo è quello di aver messo il paese nelle mani di un governo che sotto molti aspetti, come credibilità, come affidabilità, come capacità di lavorare alla crescita, come propensione a creare lavoro, come inclinazione a proteggere le imprese, presenta gli stessi vizi che aveva quello precedente.

 

Rendere compatibile il grillismo con l’economia italiana, come ha scoperto la Lega di Matteo Salvini e come sta scoprendo il Pd di Nicola Zingaretti, è possibile solo in quei casi in cui il grillismo smentisce se stesso. Ma a voler essere onesti, dire che il problema del governo di oggi è rappresentato solo dal grillismo è oggettivamente riduttivo perché ci impedisce di mettere a fuoco un altro aspetto della realtà che è quello che riguarda i partiti incapaci di raggirare l’agenda dai campioni del maoismo digitale. E’ vero che buona parte dei guai con cui deve combattere questo governo sono eredità del governo precedente. Pensiamo al caso Ilva (il primo passo per eliminare l’immunità fu fatto dalla maggioranza precedente). Pensiamo al caso Alitalia (la Lufthansa che oggi potrebbe comprarsi Alitalia venne messa in fuga dal governo precedente). Pensiamo alle clausole di salvaguardia (ad alzarle a dismisura è stato il governo precedente). Pensiamo a quota cento (i 15 miliardi di spesa pubblica impegnati nell’arco di tre anni sono stati programmati dal governo precedente). Pensiamo al caso del Mes (il partito che oggi difende il negoziato del governo precedente dalle aggressioni di Lega e M5s era quello che stava all’opposizione quando al governo c’erano Lega e M5s). E pensiamo ovviamente anche al caso della prescrizione (l’abolizione della prescrizione entrerà in vigore il primo gennaio del 2020 come previsto da una legge votata dalla vecchia maggioranza formata da Lega e M5s). Eppure la verità che meriterebbe di essere illuminata è che se un governo che nasce per risolvere problemi causati dal governo precedente non è in grado di risolvere quei problemi – e in alcuni casi riesce persino ad amplificarli: vedi l’Ilva – quel governo avrebbe il dovere di chiedersi urgentemente se abbia ancora un senso oppure no.

 

Governare con il grillismo è impresa pressoché impossibile, nonostante il professor Domenico De Masi sostenga molto autorevolmente che Luigi Di Maio abbia un curriculum “che nessun trentatreenne, salvo Gesù Cristo, potrebbe vantare”. Ma se il partito di Zingaretti e quello di Renzi vogliono provare davvero a governare il grillismo (lo possono fare: qualcuno pensa che il M5s vorrebbe tornare al voto?) avrebbero una strada: dimostrare che questa maggioranza non differisce da quella precedente solo per questioni di colore. Il governo gialloverde è stato un guaio. Se il governo rossogiallo vuole essere un guaio minore dovrebbe ricordare che per governare l’Italia non basta provare a contenere il salvinismo ma occorre prima di tutto infilare il grillismo nei cestini della storia.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.