Il cronoprogramma è una boiata pazzesca

Claudio Cerasa

Fatti, non chiacchiere. La candela del governo mostra ogni giorno di essere un po’ meno accesa rispetto al giorno prima ma ci sono almeno otto ragioni che possono dare al Bisconte una spinta per non tirare a campare. Numeri, idee e suggestioni

Quando un governo non sa più che pesci pigliare, come ricorda oggi sul Foglio il nostro Salvatore Merlo, solitamente si inventa formule senza senso utili a riempire un vuoto pneumatico di contenuti. Nel caso specifico, la formula senza senso, vuota cioè come un contenitore forato, questa volta coincide con l’idea che per risollevare le sorti del governo sia sufficiente, oltre che necessario, mettere in cantiere una sorta di fase due, un famigerato “crono-programma” utile a scandire i tempi della svolta del governo di svolta.

  

Ogni volta che si ripropone sulla scena della politica l’opzione del cronoprogramma lo si fa, solitamente, per cospargere con un po’ di cipria un volto di governo diventato improvvisamente poco presentabile. Eppure se il governo avesse davvero intenzione di fare qualcosa di diverso dal tirare a campare – condizione che solitamente, come teorizzava Giulio Andreotti prelude allo stato successivo, che è quello del tirare le cuoia – più che concentrarsi su programmi da eseguire (i contratti non portano bene) dovrebbe concentrarsi su qualcosa di diverso che ha a che fare meno con le promesse e più con i risultati.

  

Maurizio Landini, nel corso della prima di tre manifestazioni convocate nel mese di dicembre a Roma a piazza Santi Apostoli da tutti i sindacati, ieri ha invitato il governo a passare dalle parole ai fatti e ha ricordato che ciò che i sindacati chiedono in modo unitario è avere la possibilità di confrontarsi con esecutivi disposti a fare di tutto per creare più posti di lavoro. Più che occuparsi di crono-programma e angosciarsi per i risultati in Emilia-Romagna, il governo di svolta dovrebbe dunque ricordare che la sua unica possibilità di sopravvivere nel tempo è legata non al modo in cui riuscirà a motivare i gruppi parlamentari ma al modo in cui riuscirà a dare una svolta alla traiettoria dell’Italia.

  

L’Europa, da mesi, attraversa una fase di leggero rallentamento, con l’Italia che in quanto a crescita è il paese dell’Eurozona ad avere i numeri peggiori, con un pil previsto in crescita allo 0,2 per cento nel 2019 e allo 0,6 per cento nel 2020 e con una produzione industriale in calo a ottobre dello 0,3 per cento rispetto a settembre. Ma l’alibi della congiuntura internazionale che rende impossibile all’Italia crescere come potrebbe e come dovrebbe è un alibi che lascia il tempo che trova – in Germania, nonostante il governo instabile e la crescita bassa, a dicembre l’indice Zew, che misura la fiducia delle imprese tedesche, è balzato in alto a quota 10,7, al top da ventuno mesi a questa parte, e in Francia, nonostante gli scioperi e le proteste contro il presidente Macron, la produzione industriale, proprio ieri, ha fatto segnare numeri superiori alle aspettative, con un aumento dello 0,4 per cento a ottobre rispetto al mese precedente.

 

E se gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo volessero individuare la ricetta giusta per dare un senso alla propria esperienza di governo, non dovrebbero fare altro che trasformare il Bisconte in un acronimo. È solo un piccolo gioco ma ci può aiutare a capire perché al governo più che un cronoprogramma servono solo risultati.

  

Bisconte, dunque.

  

B come Btp: un governo che nasce per dare maggiore affidabilità rispetto a quello precedente non può permettersi di avere rendimenti sui titoli di stato a dieci anni peggiori rispetto a quelli della Grecia (e occhio allo spread).

 

I come Iva: un governo nato anche per non far scattare le clausole di salvaguardia e dunque per non alzare le tasse dovrebbe avere la creatività e l’onestà di non far rientrare le clausole di salvaguardia dalla finestra come fatto dalla maggioranza rossogialla all’interno di questa manovra (tra il 2021 e il 2024 il governo ha previsto un aumento di 5,218 miliardi delle accise sui carburanti che è una cifra superiore rispetto ai quattro miliardi di aumento dell’Iva che il governo gialloverde aveva aggiunto ai 19 miliardi di clausole di salvaguardia già previsti dai precedenti governi).

 

S come Salvini: un governo che nasce per non dare pieni poteri a un leader intenzionato a mettere i suoi voti al servizio di un progetto antieuropeista non può permettersi né di far rimpiangere il governo precedente né di offrire assist continui per permettere al leader escluso dal governo di avere un domani “più pieni poteri” rispetto a quelli di oggi (dateci la legge proporzionale).

 

C come crescita: un governo nato per provare a ridare ossigeno economico all’Italia non può permettersi di reiterare gli stessi errori (quota cento, reddito di cittadinanza, investitori terrorizzati) che hanno permesso al governo precedente di dilapidare un patrimonio di risorse e di credibilità (il guaio creato su Ilva dalla maggioranza di governo pesa sulla nostra affidabilità quasi come le politiche antieuropeiste).

 

O come operosità: un governo nato per ridare ossigeno alle imprese non può permettersi di considerare gli interventi a sostegno del lavoro come una parte accessoria della propria legge di Stabilità (all’interno di una manovra da quasi trenta miliardi sono appena tre quelli stanziati per ridurre il cuneo fiscale).

 

N come Nazionalismi: un governo nato per arginare il nazionalismo non può cadere per nessuna ragione nella tentazione di fare concorrenza ai nazionalisti con i temi dei nazionalismi (fare battaglia contro il Mes significa fare battaglia contro l’euro). 

 

T come tempi, nel senso dei tempi dei processi: un governo intenzionato a restituire più credibilità all’Italia (vaste programme) non può permettersi di togliere ancora più credibilità al paese creando un sistema giudiziario governato dall’abominio della irragionevole ed eterna durata dei processi (dal primo gennaio 2020 la prescrizione non ci sarà più).

  

E come Europa. Un governo nato per non fare uscire l’Italia dall’Europa avrebbe il dovere di occuparsi di come non far uscire l’Europa dall’Italia (Ilva e Alitalia saranno i due banchi di prova per capire se dopo aver avvicinato l’Italia all’Europa il governo riuscirà a far riavvicinare all’Italia i capitali europei).

  

La candela del governo Conte è una candela che mostra ogni giorno di essere un po’ meno accesa rispetto al giorno prima. Ma l’asticella che delimita una buona performance da una scarsa performance ormai è così bassa che anche un risultato minimo potrebbe dare al governo la possibilità di scoprire il suo senso più di mille inutili cronoprogrammi, il cui stato successivo, di solito, è quello del tirare le cuoia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.