L'agenda, il cronoprogramma e la verifica

Salvatore Merlo

Conte e il Pd si consegnano alle parole morte della politica per attestare un’illusione di esistenza

Tra l’avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e il muovercisi dentro perfettamente a proprio agio esiste la stessa differenza che passa tra l’avere il senso del comico e essere ridicoli”, diceva Giorgio Gaber. Dice invece Giuseppe Conte con l’aria entusiasta di chi scopre qualcosa di nuovo, moderno e persino avvincente: “Presenterò un’agenda per il 2023. Voi ragionate con vecchi schemi, io invece sono fresco”. E dunque ecco subito la sua intervista al Corriere della Sera: “Il governo ha bisogno di un rilancio. Dobbiamo correre tutti insieme”. Conferma infatti Marcucci: “Facciamo un cronoprogramma”. Ammette Bellanova: “Dobbiamo discutere di più tra noi e in Parlamento”. Rincara Franceschini: “Avvieremo un cambio di passo”. Insiste Speranza: “Mettiamoci tutti insieme attorno a un tavolo”. Annuncia Bettini: “A gennaio avremo una verifica di governo”. E insomma, fra tanta freschezza, manca solo quell’altra benedetta procedura, quello scambio di ardua scorrevolezza interministeriale a suo tempo battezzato con fantasia di panettieri “rimpasto” – assieme all’imperitura “fase due” e all’immortale “cabina di regia” – per completare la polverosa sensazione di déjà vu che in questo autunno del 2019, grazie al governo rossogiallo, ci rimanda più che alla freschezza della Terza Repubblica alla versione parodistica di un’Italia pre-televisiva, ancora in bianco e nero, con il Carosello al posto delle televendite e Fanfani assiso a Palazzo Chigi.

 

Ecco dunque il ribollire di “agende”, “cronoprogrammi”, “tavoli”, “verifiche” che sono non a caso le parole morte della politica, o forse sarebbe meglio dire che sono diventate le parole della politica morente. Vengono cioè maneggiate ormai – l’ultima volta ai tempi di Enrico Letta – quando un governo boccheggia, annaspa, non sa che fare e dunque prova a rifugiarsi debolmente nel passato, in quegli antichi canoni da Prima Repubblica che rimandano al precario e vischioso equilibrio tra crisi e continuità, al desiderio di un voluttuoso immobilismo dietro cui tuttavia non s’intravvede più la geometrica furbizia italiana dei tempi di Andreotti ma più che altro si avvertono le inquietanti nubi del Nulla così ben descritto dall’esistenzialismo francese e tedesco. In pratica: un modo per rimanere sereni nelle sventure, organizzando quel tanto di vita che è possibile metter su continuando a deperire.

 

E così a gennaio, come promesso o minacciato con freschezza da Conte e dal Pd, partirà il “tavolo di verifica per analizzare l’agenda del cronoprogramma”, un giro che si presume intricatissimo di consultazioni, un brulichio di incontri, preamboli, aperture, fronte del sì, corrente del forse, ala del magari, zoccolo del tuttavia, pattuglia del chissà e del volemose bene, una manfrina o una tarantella per cui tutti vedranno tutti e sarà così per parecchie settimane se non per mesi. L’anticamera, par di capire, di quella che negli annali delle innumerevoli perdite di tempo andava sotto il nome di “pre-crisi” (oggi lo chiamano “rilancio”). Proviamo a immaginare. Di Maio si ferma sotto il portone del rivale Zingaretti, scende dalla macchina, viene gravemente introdotto in un salottino al Nazareno, e bevendo un caffè o un centrifugato di carota dice per alcune ore cose che ha già detto. Zingaretti, che già le ha sentite, gli dà risposte che l’altro già conosce.

 

Passa qualche giorno, e le parti s’invertono. Macchina, portone, salottino, centrifugato, e di nuovo le stesse domande, le stesse risposte, la stessa mosca che si posa sugli stessi nasi. Era già un rito gratuito nella Prima Repubblica, che pure era ordinata da precisi canoni estetici e sintattici, figurarsi oggi che i ministri sbagliano il congiuntivo. E insomma tutti, da Mattarella in giù, sanno cosa rischia di diventare – o forse è già – Giuseppe Conte: il capo di un governo socialmente e politicamente esautorato che riesce ad attestare e giustificare un’illusione d’esistenza solo nel richiamo sonnolento (ma “fresco”) a parole, e istituzioni politiche, che si credevano morte per sempre.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.