Che cosa non va nel decreto rimpatri

Redazione

Presentato ieri da Di Maio e Bonafede, molti dubbi sull’applicazione

Il decreto rimpatri presentato ieri mattina alla Farnesina dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede contiene una serie di indicazioni che sollevano dubbi sulla sua effettiva applicazione e sulla sua capacità di ottenere i risultati rivendicati dai due esponenti del Movimento 5 stelle. Alla conferenza stampa, Di Maio ha esordito spiegando che grazie al decreto i tempi di trattamento delle richieste di asilo saranno ridotti: dagli attuali circa due anni a soli quattro mesi. Questo grazie all’inversione dell’onere della prova: spetterà adesso al richiedente asilo dimostrare che la sua condizione soggettiva è sufficiente per richiedere protezione internazionale.

 

Il decreto, non ancora pubblicato ma che il Foglio ha potuto leggere, è piuttosto scarno, e si limita all’individuazione dei paesi considerati sicuri: Algeria, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina.

I termini della procedura amministrativa possono effettivamente essere ridotti, perché, come previsto dal decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, in caso di provenienza da paese sicuro la domanda deve essere trattata in maniera “prioritaria” rispetto alle altre. Tuttavia, questo non garantisce in sé tempi più rapidi: contro un’eventuale decisione negativa da parte della commissione territoriale per il riconoscimento della protezione, il richiedente ha 30 giorni di tempo per presentare ricorso. Il ricorso non ha effetti sospensivi in sé cosa che invece accade per i rifugiati provenienti da paesi considerati non sicuri, che quando presentano ricorso vedono la propria condizione tutelata, e possono rimanere sul territorio italiano fino alla fine del processo. In caso di paesi considerati sicuri, invece, l’avvocato dovrà richiedere espressamente al giudice che il provvedimento di espulsione non venga eseguito. In caso di diniego, la persona potrà essere espulsa, e dovrà aspettare l’esito del processo dal paese di origine, con tutto quello che comporta in termini di rischio per la propria incolumità.

 

Tuttavia, l’azione fisica di riportare una persona nel suo paese d’origine è slegata dall’individuazione dei paesi considerati sicuri, come ha spiegato all’Ansa Mario Morcone, ex capo del Dipartimento libertà civili ed immigrazione del ministero dell’Interno: “Senza gli accordi di riammissione, che sono ancora i soliti quattro (Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria) il migrante per il quale viene dichiarata manifestamente infondata la domanda di asilo non potrà comunque essere rimpatriato e resterà in un limbo, tenuto anche conto che dovrebbe essere trattenuto in uno dei Centri di permanenza per il rimpatrio che hanno solo poche centinaia di posti a disposizione”.

 

Inoltre, la formulazione del decreto non prevede eccezioni, come invece era lecito aspettarsi. Un esempio concreto aiuterà: una persona omosessuale che arriva dalla Tunisia o dall’Algeria, paesi dove può essere punito con il carcere, vedrà la sua procedura sprovvista di alcune garanzie, che invece potevano essere inserite. Non solo, stupisce che non vengano menzionate eccezioni territoriali, come invece previsto dalla legge: l’Ucraina è considerato paese sicuro, e ciò vale anche per il Donbass, dove da anni va avanti una guerra.

Sempre in ciò che non dice, il decreto rivela una contraddizione nella politica del governo: tra i paesi considerati sicuri non figura la Libia, dunque considerata dal governo italiano uno stato dove non è garantito il rispetto dei diritti umani. Una circostanza che smentisce, dal punto di vista politico, quanto siglato dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, alla riunione di Malta. In quell’occasione, Lamorgese aveva difeso gli accordi con il paese nordafricano: “Gli accordi con la Libia li teniamo, stiamo operando bene con la Guardia costiera, che fa un gran lavoro”. Non consideriamo la Libia un paese sicuro, e però accettiamo che la sua Guardia costiera riporti sulle sue coste chi prova a partire.

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