Il nuovo governo nasce con un contratto mica male: vaffa Brexit

Claudio Cerasa

Niente scherzi su euro, Europa, trattati, Russia. Rousseau dice sì a un programma dove ciò che conta è ciò che non c’è

L’elemento più rilevante presente all’interno del programma di governo diffuso ieri mattina dalla piattaforma Rousseau non riguarda tutto ciò che il programma prevede (tra i punti elencati mancano solo la promessa di lavorare con urgenza alla pace nel mondo e la garanzia di offrire cchiù pilu pe’ tutti, come direbbe Antonio Albanese), ma riguarda una serie di punti specifici che il programma, grazie al cielo, non prevede e la cui assenza rappresenta un’assicurazione sulla salute futura del nostro paese. La forza possibile del governo del Ripensamento, a cui ieri ha offerto il suo voto di fiducia anche la piattaforma Rousseau con una percentuale pari al 79 per cento dei votanti, non è in ciò che il Movimento cinque stelle ha promesso di fare insieme con il Pd ma è in tutto ciò che il M5s ha promesso di non fare, a differenza di quanto fatto un anno e mezzo fa quando i grillini presentarono ai loro iscritti un programma di governo dannatamente più dettagliato di quello offerto ieri mattina. Grazie a quel programma, e grazie soprattutto alle bozze diffuse prima della presentazione del programma ufficiale, l’Italia entrò in una spirale di profonda sofferenza, generata dall’incertezza prodotta dall’ambiguità alimentata dal governo uscente su temi sensibili come l’appartenenza all’Europa, il rispetto dei trattati, la difesa dell’euro, la volontà di tornare a stampare moneta, la convinta fedeltà al Patto atlantico, la possibilità che il governo fosse disposto a chiedere alla Bce di cancellare centinaia di miliardi di euro di debito pubblico. Rispetto a quella fase storica, quando i mercati iniziarono a sospettare che il populismo di governo avrebbe portato a sbattere l’Italia, oggi si può dire che la traiettoria della maggioranza rossogialla è del tutto diversa (ieri lo spread è sceso ancora) e in questo senso ciò che conta all’interno del programma è proprio quello che non c’è: nessun riferimento alla revisione dei trattati, nessuna parola ambigua sull’euro, nessuna minaccia nei confronti dell’Europa, nessuna volontà di rivedere le sanzioni alla Russia, nessuna promessa di stampare minibot. Si potrà ironizzare quanto si vuole sulla magnifica vacuità del parziale programma rossogiallo (ma ricordate un programma dettagliato che abbia avuto successo?), ma ciò che varrà la pena tenere bene a mente nelle ore che verranno è che non si può capire il senso di questo pazzo governo (un governo sbagliato nato per fare una cosa giusta) senza comprendere un punto chiave della sua missione: evitare che l’Italia possa ritrovarsi all’improvviso in uno scenario non troppo diverso rispetto a quello vissuto nel 2015 dalla Grecia, ai tempi del referendum sull’Europa, e rispetto a quello vissuto oggi dalla Gran Bretagna, alle prese con il dramma delle trattative per la Brexit. Il governo del Ripensamento nasce per offrire all’Italia un governo capace di ridare ossigeno al paese (nel programma rossogiallo si promette di fare il contrario di quanto fatto dal precedente governo, ovvero ridurre drasticamente i tempi della giustizia, ridurre le tasse sul lavoro, abbassare la pressione fiscale, razionalizzare la spesa pubblica e, in attesa di capire in che modo e con quali soldi, basterebbero questi punti per essere un briciolo ottimisti). Ma nasce prima di tutto per evitare che il sovranismo possa ottenere i pieni poteri per fare quello che Matteo Salvini promise di fare nel 2017 quando si candidò alla guida della Lega, mettendo nero su bianco un’idea precisa: “E’ solo conquistando l’egemonia di governo che potremo rimettere in discussione la moneta unica, prima che imploda sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Senza queste premesse di sovranità e agibilità democratica, ogni altro progetto autonomista rischia di avere i contorni della visione effimera e di precario avvenire”. Nel governo che nascerà, il Pd e il M5s avranno il dovere di allontanare lo scenario della Brexit all’amatriciana e avranno l’opportunità di dimostrare che la difesa degli interessi italiani non è compatibile con alcuna forma di nazionalismo sfascista. Indebolire l’Europa significa togliere sovranità ai suoi paesi membri. Come programma non è un cattivo inizio. O no?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.