La delizia del mare che si ribella a Salvini

Salvatore Merlo

Perché Guardia costiera e pescatori mandano in tilt la bestia populista

Poiché è un vero maestro della propaganda, animato da una sorta di audacia sfrontata e tranquilla, da una completa mancanza di scrupoli e dalla convinzione che il mondo politico sia popolato d’imbecilli (e potrebbe avere ragione), allora tende a ridurre ogni cosa a una scala monodimensionale, modica e accessibile, come i bambini: bello/brutto, buono/cattivo, bianco/nero, italiano/straniero, militari/delinquenti. Quindi ovviamente per lui migranti e “sinistri”, negri e zecche, sono come l’asola e il bottone, come l’usura e l’ebreo nel Mercante di Venezia, come il mafioso e il siciliano nella Torino che vietava l’ingresso ai cani e ai terroni. Deformazioni razziste, e trasfigurazioni ideologiche tanto semplici quanto efficaci. E infatti da subito, Matteo Salvini, rapidissimo com’è a differenza dei suoi poveri oppositori della sinistra, si era specchiato in Carola Rackete, avversaria da manuale, la ragazza con l’identikit perfetto, senza punti deboli: la sua biografia e il suo aspetto, la sua nazionalità, sono stati caratteri avvincenti per il ministro twittante. Carola è stata l’incarnato di un’ossessione e di una banalità. Ma che succede se a salvare i migranti sono gli uomini in divisa della Guardia Costiera, e non i rastoni dei centri sociali? E che succede se quei pescatori di Sciacca che sembrano usciti da una novella di Verga (e non da un saggio altermondista di Toni Negri), si mettono anche loro a raccogliere naufraghi in mare com’è accaduto questa settimana nel canale di Sicilia?

 

Succede qualcosa d’incredibile. Ecco che il demagogo inarrestabile si fa afono. Non twitta più, non fa post su Facebook, niente foto su Instagram, nessuna denuncia d’indignazione con tanti bacioni a tutti. Di fronte alla nave militare Gregoretti, ferma da tre giorni nel porto di Augusta con a bordo 115 naufraghi, ecco che per la prima volta Salvini non sa bene cosa dire. E infatti non dice. La corrispondenza tra “divisa militare” e “neri”, quella tra “pescatori italiani” e “immigrati”, disinnesca il luogo comune e la semplificazione della propaganda, fa esplodere la scala monodimensionale, inceppa il sociologismo ideologico che generalizza e astrae, crea insomma un cortocircuito e manda in tilt il sistema binario della Bestia: che s’impappina, tentenna, biascica, scivola, e infine si blocca come un computer quando riceve due ordini contraddittori le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza. Com’è possibile che “patria e onore”, cioè la candida divisa della Guardia costiera, salvi i “neri” e “delinquenti”? E com’è possibile che i pescatori del mare nostrum, quelli che Salvini difende perché “ci fanno mangiare italiano”, non peschino solo acciughe nostrane ma anche uomini africani?

 

Per la prima volta un gesto che dovrebbe essere normale diventa abbagliante come un fulmine, e per un attimo, fresco come l’ossigeno, affranca l’Italia dalla dimensione piatta e soffocante cui Salvini ha costretto il dibattito pubblico. Il codice d’onore della Guardia costiera, come l’umanità marinara dei pescatori, potevano persino liberare il Pd e la sinistra dall’ipocrita beatificazione delle Ong e dei centri sociali, di quei nemici speculari del Truce. Ma questo invece non è accaduto. Soffici e ignari, pronti a saltare sulle battaglie altrui come sulla nave Sea Watch di Carola o sulla Mediterranea di Luca Casarini, in pochi a sinistra si sono accorti della Gregoretti, dei militari e anche dei pescatori di Sciacca. Nessun parlamentare ha provato a far valere il ruolo ispettivo per entrare nel porto militare di Augusta. Salvini non ha fiatato, e loro nemmeno, a riprova che la sinistra non ha idee in proprio: fa da coro, si muove sulle scene disegnate dal Truce, vivacchia in una dimensione di propaganda che si abbevera proprio a quella di Salvini. Lui suona, quelli ballano il tip-tap.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.