Matteo Salvini (foto LaPresse)

Salvini e l'immigrazione. Il sovranismo che fa da schermo al cialtronismo

Claudio Cerasa

Il decreto “sicurezza bis” incostituzionale o inutile. I rimpatri che non funzionano. Il flop della strategia nei confronti delle navi che salvano vite. Fino a quanto può durare il bluff internazionale del ministro truffa

O è una legge incostituzionale oppure è una legge inutile. In un intervento alla Camera di qualche giorno fa, il deputato del Pd Stefano Ceccanti ha riassunto nel modo migliore possibile il senso di un decreto importante che proprio in queste ore il Parlamento italiano sta convertendo in legge. Il decreto in questione è quello genericamente denominato dai partiti di governo “sicurezza bis” e l’onorevole Ceccanti, esaminando il contenuto del provvedimento, ha giustamente notato che il cuore della legge, ovvero gli articoli 1 e 2 del provvedimento, configurano una normativa che è o incostituzionale o inutile. “Se il provvedimento è o incostituzionale o inutile – sostiene Ceccanti – allora non favorisce né gli ultimi, né i penultimi, né i terz’ultimi, né i primi, ma è semplicemente sbagliato”. Nell’articolo 1 del decreto sicurezza si stabilisce che il ministro dell’Interno “può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per ragioni di ordine e sicurezza, ovvero quando si presuppone che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e in particolare si sia compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Nell’articolo 2 si prevede invece una sanzione che va da un minimo di 150 mila euro a un massimo di un milione di euro per il comandante della nave “in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane” e come sanzione aggiuntiva viene previsto anche il sequestro della nave e l’arresto in flagranza per il comandante che compie il “delitto di resistenza o violenza contro nave da guerra, in base all’art. 1100 del codice della navigazione”. 

 

 

Prosegue Ceccanti portando avanti un filo logico che vale la pena non perdere: “Questa cosa non è importante che la dica il gruppo del Partito democratico. L’ha detta un organismo di questa Camera. L’ha detta, all’unanimità, il Comitato per la legislazione e l’ha detta, lavorando a dieci metri dalla sala del Mappamondo, quella in cui ci siamo riuniti, come commissioni. Evidentemente, pur stando a dieci metri di distanza, quello che si dice in una stanza non si capisce nell’altra. E lo ha detto con una relazione, non mia, ma della collega Dadone del Movimento 5 stelle, esposta quel giorno dalla collega Corneli del Movimento 5 stelle”. E cosa dice la relazione? Dice questo: “Andrebbe approfondita l’effettiva portata normativa dell’articolo 1, che appare suscettibile di determinare contenziosi. L’articolo 1 consente, infatti, con provvedimenti del ministro dell’Interno di limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di determinate tipologie di navi nel mare territoriale, nel rispetto, però, degli obblighi internazionali. Anche se non esplicitamente richiamato nella relazione illustrativa tra tali obblighi rientra evidentemente anche il principio di non respingimento, non-refoulement, come ricavabile dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati. Conseguentemente, un eventuale provvedimento del ministro dell’Interno che vietasse l’ingresso nel mare territoriale a una nave che avesse rifiutato l’attribuzione, in base alla Convenzione di Amburgo sulla sicurezza del salvataggio marittimo, di un porto sicuro, non italiano, invocando il principio di non respingimento, potrebbe essere comunque ritenuto in sede giurisdizionale in violazione del disposto dell’articolo 1, qualora il giudice ritenesse legittima l’invocazione di tale principio, vanificando così parzialmente la finalità della norma indicata nella relazione illustrativa”.

 

In estrema sintesi: o il testo che sta esaminando il Parlamento è incostituzionale – e in contrasto con la normativa internazionale e in particolare con le convenzioni Unclos, Solas e Sar e con l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, che stabilisce il principio di non respingimento – o è del tutto inutile ed è solo propaganda, propaganda, propaganda. Il principio vale quando si ragiona attorno al singolo decreto sicurezza ma vale anche quando si ragiona più in generale sulla strategia adottata da Salvini per governare l’immigrazione. E la verità è che ci sono diversi indizi che suggeriscono che la strategia del ministro dell’Interno sui migranti è sempre più destinata a essere un successo solo a livello mediatico. Nella pratica, oltre a essere un bluff, è una truffa che si basa tutta sull’assenza di problemi reali da risolvere.

 


Il ministro dell’Interno ha affermato di non voler dare nessun permesso di sbarco a una nave della Guardia costiera italiana con 135 migranti a bordo salvati da un peschereccio “finché dall’Europa non arriverà l’impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave”. Peccato che nell’ultimo anno, imponendo delle alleanze suicide in Europa, abbia fatto di tutto per evitare che l’Ue ridistribuisse i richiedenti asilo


 

Matteo Salvini, come qualcuno ricorderà, aveva promesso seicentomila rimpatri durante la campagna elettorale, ma dopo dieci mesi di governo i risultati sono quelli che forse già conoscete. Di rimpatri ne sono stati fatti poco più di seimila (l’1 per cento) e a dirlo sono gli stessi dati diffusi pochi mesi fa dal Viminale: 7.383 rimpatri nel 2017, 7.981 nel 2018 e 2.143 fino al 23 aprile del 2019. Il che significa, come ha ricordato qualche settimana fa Linkiesta, che siamo passati da una media di 20,2 rimpatri al giorno con il ministro Marco Minniti durante il governo Gentiloni a 19,30 del ministro Salvini e che a questo ritmo il Viminale ne farà 7.046 nel 2019 (di questo passo ci vorranno 85 anni per rimandare a casa tutti gli irregolari), il dato peggiore degli ultimi tre anni, lontano dai diecimila rimpatri l’anno promessi da Salvini durante la campagna elettorale (senza contare che secondo l’Ispi il decreto sicurezza voluto dal governo, rendendo irregolari tutti i richiedenti asilo, farà aumentare di 140 mila il numero di migranti irregolari nel nostro paese).

 

Su questo tema, poi, Matteo Salvini è riuscito nella non semplice impresa di far dire una cosa giusta persino al Movimento 5 stelle, che lo scorso 21 aprile ha scritto sul blog delle stelle che la politica dei rimpatri del suo stesso governo non funziona, che l’Italia deve capire che “l’Unione europea ha un potere negoziale decisamente superiore rispetto a quello dei singoli stati membri” e che “gli accordi di riammissione (è bene che) vengano conclusi a livello europeo”.

 

I rimpatri non funzionano dunque per questioni di incapacità. Mentre per questioni legate alla volontà non funziona neppure la strategia messa in campo dal ministro dell’Interno per giustificare i suoi atti di ritorsione politica nei confronti di buona parte delle imbarcazioni che salvano persone in mare. Venerdì scorso il ministro dell’Interno ha affermato di non voler dare nessun permesso di sbarco a una nave della Guardia costiera italiana con 135 migranti a bordo salvati da un peschereccio (mentre Salvini negava il permesso di sbarco il ministro responsabile della Guardia costiera, Danilo Toninelli, faceva dichiarazioni sull’importanza dei monopattini) “finché dall’Europa non arriverà l’impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave”. L’elemento significativo presente nella dichiarazione di Salvini non è tanto la rivendicazione dell’ennesimo sequestro illegale di una nave della Guardia costiera italiana (era successo anche con la Diciotti e sappiamo come è finita) ma è il fatto che il ministro dell’Interno abbia sequestrato una nave per chiedere la ridistribuzione dei richiedenti asilo nell’Ue dopo aver fatto di tutto nell’ultimo anno per evitare che l’Ue ridistribuisse i richiedenti asilo. Lo ha fatto, Salvini, imponendo delle alleanze suicide in Europa, che non avevano altro scopo strategico se non quello di rafforzare il profilo di lotta della Lega di governo. Lo ha fatto, Salvini, ribaltando la promessa fatta in campagna elettorale, dimenticando cioè di far sentire la voce dell’Italia alle riunioni dei ministri dell’Interno dell’Europa (la percentuale di presenze si aggira attorno al 10 per cento) e ritrovandosi così nel giro di poco tempo da ministro che doveva battere i pugni sul tavolo a ministro che ha preso molti pugni sul tavolo delle trattative. Lo ha fatto, Salvini, accettando che l’Europa trasformasse la sua missione navale nel Mediterraneo, la Sophia, in una missione navale senza navi, lasciando dunque il Mediterraneo centrale di fatto sguarnito. Lo ha fatto, Salvini, rinunciando a combattere con il suo partito e con il suo governo l’unica battaglia europea che un paese come l’Italia avrebbe il dovere di combattere e continuando cioè a insultare e a osteggiare tutti coloro che in Europa suggeriscono di cambiare il trattato di Dublino.

 

L’illusione del Salvini domatore di leoni è un’illusione che può reggere la scena solo a condizione che in Italia e in Europa non esistano veri problemi relativi all’immigrazione e il ministro dell’Interno italiano può permettersi di giocare con il diritto del mare e fare il bullo con le navi che salvano vite nel Mediterraneo solo perché da anni e non per merito di Salvini le partenze dal nord Africa verso l’Italia si sono drasticamente e gradualmente ridotte. Ma se la guerra civile a bassa intensità della Libia dovesse tornare a essere ad alta intensità (secondo il premier libico Serraj ci sono 800 mila tra libici e migranti pronti a sbarcare in Italia dalla Libia in caso di ulteriore destabilizzazione del paese) e se il trend delle partenze dovesse crescere con un ritmo più sostenuto rispetto a quello registrato negli ultimi mesi (a gennaio 2019, la percentuale di sbarchi in Italia rispetto al 2018 era calata del 96 per cento, a luglio la percentuale è peggiorata di 16 punti) l’Italia rischia di scoprire con la sua pelle cosa può significare avere un ministro sciacallo, non in grado di sfruttare i periodi favorevoli per mettere in sicurezza la sua nazione e incapace di portare avanti politiche finalizzate a migliorare non il benessere del proprio partito ma il benessere del proprio paese. E dato che Salvini tutto è tranne che un fesso, la domanda a cui sarebbe utile rispondere nei prossimi mesi suona più o meno così: ma Salvini i problemi non li sa risolvere, perché non ha idea di dove cominciare, o non li vuole risolvere perché sa che il suo consenso è direttamente proporzionale all’incapacità di avere un sistema capace di risolvere i problemi legati all’immigrazione? La risposta forse la conoscete già: si scrive sovranismo, si legge cialtronismo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.