Perché Salvini non rompe con Di Maio? Il mistero allarma i leghisti

Il grillino debole sembra troppo sicuro di sé. Nella Lega avanza la sindrome del complotto: cosa sa che non sappiamo?

Roma. Perché Matteo Salvini non molla il M5s? Perché l’uomo più popolare d’Italia non raccoglie il suo straordinario consenso e si propone per Palazzo Chigi? Ma soprattutto, perché Luigi Di Maio, che affronta il suo momento di maggior debolezza, si dimostra sicuro – proprio adesso – ovvero convinto che Salvini non voglia o non possa in nessun modo andare alle elezioni? Sicuro al punto da sfidare Salvini persino sulle autonomie.

 

In queste domande è contenuto, forse, il mistero della legislatura. Sono d’altra parte le stesse domande che all’incirca tormentano, stupiscono e confondono molti dei colonnelli della Lega – non quelli più vicini a Salvini, come Nicola Molteni, Andrea Crippa e Lorenzo Fontana che si atteggiano a soldati o a monaci – i leghisti di maggiore esperienza, quelli che insomma si muovono nella seconda cerchia, negli anelli satellitari esterni che ruotano attorno al capo. C’è per esempio il vecchio Roberto Calderoli che a quanto pare, a intervalli regolari, quando incontra Salvini gli presenta una sorta di calendario della crisi: tutte le finestre possibili, tutte le date eventualmente utili per un rapido processo d’eutanasia di questa esperienza gialloverde. Ogni volta Calderoli presenta il calendario a Salvini, e ogni volta Salvini sorride. Poi però l’ora x passa, il momento buono non viene sfruttato, e allora Calderoli, con monotona pendolarità, ri-aggiorna il calendario. Le scuole di pensiero, i tentativi d’interpretare le inclinazioni di Salvini sono ormai innumerevoli. Alcune, adesso, sempre più, iniziano a trascurare gli aspetti politici (“teme che Mattarella non gli conceda subito le elezioni”), e dopo aver costeggiato quelli psicologici (“ha paura di fare il presidente del Consiglio”), ormai corrono a briglia sciolta lungo il sentiero del complottismo spinto.

 

“Ogni volta che si deve approvare un provvedimento, in Parlamento o in Consiglio dei ministri, ci dobbiamo sedere a un tavolo io, Conte e quell’‘altro là’ e dobbiamo fare un accordo”, aveva detto domenica scorsa Luigi Di Maio. Poi il capo dei Cinque stelle si era spinto, con una baldanza che poco si accorda al suo fragile gradimento personale e ai magri sondaggi del M5s, fino al punto di mettere in discussione persino l’autonomia, cioè la grande bandiera della Lega Nord, il provvedimento sul quale – letteralmente – è seduto addirittura un ministro, Erika Stefani, assieme alla coppia dei governatori di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana.

 

“L’autonomia?”, aveva detto Di Maio, “ne stiamo scrivendo una nuova, una migliore”. Boom. “Sleale”, fu la risposta della Stefani. E com’è facile immaginare, anche Zaia aveva fatto un salto sulla sedia: “La misura è colma. O si fa l’autonomia o cade il governo”. E Salvini, invece? Salvini, con tono dimesso, si era limitato a dire: “Posso non stare simpatico ma ho un nome, mi chiamo Matteo”. Ieri il ministro grillino, ringalluzzito, ha respinto pure i “no” leghisti alla riforma della giustizia. E Salvini si è mostrato ancora sottotono, anzi (quasi) silente. Così, alla fine, dicono che anche Zaia sia sempre più sorpreso, persino spiazzato. Di Maio, il debole, precipitato al 17 per cento, fa il ganassa. Mentre Salvini, quello apparentemente forte, al 38 per cento, quello che viene accolto come un eroe al funerale del brigadiere Cerciello Rega, sembra invece la vittima. Un’inversione dei ruoli da capogiro. Quello privo di strumenti di tortura si fa aguzzino, e avanza minacciosamente armato di stuzzicadenti.

 

Dunque anche Zaia, che si è da tempo iscritto al partito della crisi assieme a Giancarlo Giorgetti (e assieme agli imprenditori del nord, e pare anche al Dipartimento di stato americano) si è fatto, ancora una volta, la fatidica domanda: ma perché Matteo non chiude con questi pagliacci? Che succede? Forse Salvini teme che Pd e M5s possano mettersi insieme, in caso, in questa legislatura, con i buoni auspici di Mattarella, gli hanno risposto alcuni. Ma davvero il presidente meno interventista della storia recente si spingerebbe a garantire una manovra che certo incuriosisce parte del M5s e parte del Pd, ma trova resistenze enormi e rappresenta un salto nell’incognito? Chissà. Possibile. Ma non sicuro. Non abbastanza da spiegare, da giustificare il paradosso che sempre più appare inoccultabile agli occhi dei colonnelli della Lega: com’è possibile che un leone sdentato come Di Maio possa sentirsi così certo e saldo? Perché Di Maio sembra così sicuro che Salvini, spazientito, non lo molli?

 

Ed ecco allora la giostra dei retropensieri: cosa sa Di Maio? Ha forse un patto segreto con Mattarella? O addirittura con Renzi? Ci sono forse movimenti nella magistratura, e i Cinque stelle, che hanno il ministero della Giustizia, ne sono al corrente? C’entra forse il contenuto del telefonino di Gianluca Savoini, l’uomo incastrato nella ben poco chiara faccenda dell’hotel Metropol di Mosca? E insomma: cosa diavola sa Di Maio su Salvini? Come ben si vede, quando la realtà e gli eventi sfidano la logica, quando le spiegazioni plausibili si assottigliano sempre di più, ecco che la mente dell’uomo si consegna alle vaste praterie della fantasia. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, dicono adesso nella Lega.