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Arturo Parisi ci spiega perché Zingaretti ha fatto poca strada fin qui

David Allegranti

“La linea di Minniti era discutibile, cioè da discutere, ma quella alternativa non si vede. Il Pd è unito soltanto contro Salvini”

Roma. Professor Arturo Parisi, come valuta la segreteria Zingaretti fin qua? “Diciamo prima del segretario. All’altezza delle premesse e delle promesse. Quelle esplicite dichiarate da Zingaretti nelle primarie e quelle implicite associate al profilo della sua leadership. Purtroppo meno all’altezza rispetto alle urgenze. Il partito è di nuovo in cammino. Ma a pochi giorni passati dai primi classici 100 dobbiamo dire che poca è la strada fatta finora e non tutta in avanti. Basta considerare la composizione della segreteria, e cominciano i guai. Sarebbe sufficiente guardare alla nomina di Giorgis alle riforme istituzionali, un nome certo autorevole ma che nel referendum schierò la sua scienza e spese il suo voto contro il deliberato ufficiale del suo partito per capire che qualcosa non torna. E’ evidente che sulla idea di democrazia qualcuno ha cambiato opinione. O il partito o la nuova segreteria. Sarebbe il momento di fare formalmente chiarezza. In assenza di questo come non definire perciò il richiamo di Zingaretti alla vocazione maggioritaria nell’ultima direzione poco più che un segnale di tregua?”.

 


Arturo Parisi (foto LaPresse)


 

Il basso profilo di Zingaretti alle europee può funzionare anche alle politiche? “Diciamo che è stata difesa e consolidata la posizione di secondo partito. E non è poco. Ma questo è stato più per l’arretramento dei 5S precipitati dalla prima alla terza posizione che per la crescita dei consensi raccolti dalla cosiddetta lista unitaria promossa dal Pd, in gran parte spiegati dal venir meno di LeU e della lista Insieme oltre che dall’attivismo di Calenda. Quanto al futuro diciamo che, se l’allontanarsi della prospettiva di elezioni politiche immediate è una fortuna, lo è soprattutto per il Pd”.

 

Che ne pensa dell’idea di Calenda di un partito libdem accanto al Pd? “Ancora? Il solo dire e ripetere a vuoto ogni giorno che il Pd ha bisogno di un fratellino di centro equivale a riconoscere che il Pd non vuole o non riesce più a parlare alla maggioranza degli italiani. Quelli che si negano alla distinzione tra destra e sinistra, o che, costretti a scegliere, si dicono di centro o di centrosinistra. Continuando di questo passo il partito finirà per rappresentare solo chi si emoziona al sentire la parola sinistra. E prima o poi un partito che si rifiuta di dirsi destra e sinistra nascerà veramente, ma antagonista ad entrambi”.

 

Anche Giuseppe Sala dice che serve un altro partito. E’ finita la vocazione maggioritaria del Pd? “Come vede è una gara. Effetto e causa dell’abbandono dell’ambizione a parlare a tutto il paese. Perché prima che figlia di meccanismi istituzionali la vocazione maggioritaria è fatta di cultura, di idee e di simboli. Della capacità di mettere al centro la soluzione dei problemi comuni attraverso il governo, e non la loro agitazione attraverso la rappresentanza. Rivolgendosi a tutti e non solo ai cosiddetti ‘nostri’”.

 

Il centrosinistra ha sottovalutato il tema dell’immigrazione? "Da una parte abbiamo cooperato a stressare quello che è di certo il problema più rilevante dell’agenda politica. Quello nel quale sono annodate le nostre principali contraddizioni sociali e più evidente che mai la nostra impotenza. Dall’altra quello che riusciamo a dire è che siamo contrari al modo in cui li affronta Salvini. Non come li affronteremmo noi se tornassimo al governo visto che, al di là dei sostegni formali, quello che in troppi rifiutano è proprio il modo col quale li abbiamo affrontati quando eravamo al governo. Forse la linea di Minniti era discutibile, cioè da discutere, ma quella alternativa non si vede. Diviso tra il passato esistito e uno non ancora esistente, il Pd si ritrova unito soltanto contro Salvini e, come abbiamo appena visto sul decreto missioni, nell’astensione. Il paese intanto precipita sempre più in una crisi di nervi, soprattutto tra i cittadini che si sentono più esposti e indifesi. A furia di polemiche tra i partiti e dentro il partito cresce la sfiducia sulla capacità dei politici di governare il problema e si radicalizzano le posizioni. Un paese di tiepidi sta pian piano diventando sotto i nostri occhi un paese xenofobo. Diviso tra il partito degli angeli che soprattutto a parole sembrano dire ‘venite venite’, e il partito dei diavoli che gridano ‘il primo che fa un passo farà i conti con me’. Le due parti ci stanno portando ad assumere posizioni che quelli accusati di tentazioni xenofobe non vorrebbero assumere e gli altri su posizioni umanitarie non riuscirebbero a tenere. Serve una sintesi".

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.