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I liberali non esistono se sulla globalizzazione fanno i populisti

No: una forza liberale non può limitarsi a essere a favore della redistribuzione. Una lettera a Carlo Calenda

20 Giugno 2019 alle 10:31

I liberali non esistono se sulla globalizzazione fanno i populisti

Carlo Calenda (foto LaPresse)

Il dibattito politico non dovrebbe essere confinato agli addetti ai lavori ma, se possibile, allargato agli elettori. Ed è in questa veste – e solo in questa veste – che ci permettiamo di dare seguito a quanto scritto da Carlo Calenda sul Corriere della sera qualche giorno fa, ponendo in particolare a quest’ultimo una semplice domanda. Se – come Calenda sostiene – “nessuno mette più in discussione il fatto che le disuguaglianze vadano ridotte anche attraverso l’azione dello stato, le transizioni governate a partire dalla globalizzazione e i pilastri del welfare pubblico rafforzati”, a che serve una forza liberale?

 

In presenza di una legge elettorale ormai proporzionale, è comprensibile che si provi a differenziare l’offerta politica, nella consapevolezza che si può essere decisivi anche con percentuali modeste. Ha tuttavia poco senso “differenziarsi” se si parte dalla convinzione che alcune cose nessuno le mette più in discussione. Una “forza liberale” dovrebbe invece proprio metterle in discussione certe cose. Le proposte populiste – in senso lato – girano attorno all’aspirazione a un maggior grado di redistribuzione all’interno di una comunità che sappia tornare culturalmente omogenea. Una forza liberale dovrebbe spiegare che sia una maggiore redistribuzione che una maggiore omogeneità culturale hanno dei costi in termini di crescita economica e, soprattutto, di libertà delle persone. Una forza liberale dovrebbe ricordare i benefici di una intensificazione degli scambi internazionali, che si traducono in una migliore allocazione dei fattori produttivi e, in ultima analisi, in più beni e servizi, a costi accessibili come non mai per quote crescenti della popolazione mondiale (i liberali, com’è noto, sono rimasti gli unici a preoccuparsi di chi non ha, dovunque egli si trovi).

 

Nessuno nega che gli aggiustamenti possano rivelarsi dolorosi: ma la storia italiana anche recente insegna che se si cerca in tutti i modi di evitarli, gli aggiustamenti, non si fa che costringere il contribuente a sopportare i costi dell’inefficienza. Questo indipendentemente dalle buone intenzioni dei governanti: le tante crisi industriali che stanno venendo al pettine in queste settimane dovrebbero essere maestre. Una forza liberale dovrebbe pensare alla lotta alla povertà, più che sostenere che l’esistenza dei poveri sia una conseguenza dell’esistenza dei ricchi (il dibattito sulle disuguaglianze, purtroppo, molto spesso si riduce a questo). E, esattamente per questo motivo, dovrebbe spiegare come i pilastri del welfare pubblico molto spesso tutto facciano fuorché innalzare chi sta peggio, ma anzi abbiano costruito un complesso schema redistributivo a vantaggio delle classi medie e più abbienti. E questo tanto più in quanto lo si è fatto e si intende farlo a debito. Una forza liberale dovrebbe chiarire, invece, che disciplina di bilancio e regole di responsabilità fiscale sono strumenti potenti per la promozione dell’equità e la difesa della libertà delle persone.

  

Carlo Calenda sembra convinto, e non da oggi, che le risposte offerte dai cosiddetti populisti siano grosso modo quelle giuste, e proprio per questo sarebbe meglio se trovassero alfieri più eleganti, posati, di mondo. Il tempo ci dirà se e fino a che punto gli elettori guarderanno con simpatia ai “populisti con i guanti bianchi”. A noi appare al contrario che le risposte offerte dai populisti siano pressoché sempre quelle sbagliate, e che se c’è un ruolo, dentro e fuori la politica, per i liberali, sia proprio quello di spiegare perché si tratta delle risposte sbagliate. Se gli obbiettivi sono altri, non c’è nessun bisogno di scomodare la cultura liberale. Se si vuole praticare la nobile arte della differenziazione nella omogeneità, basta riscoprire la tradizione – così diffusa ai tempi del proporzionale – degli indipendenti. Una nobile tradizione particolarmente presente a sinistra e alimentata dai tanti che pur essendo eletti nelle liste di un partito o, addirittura facendone parte, avvertivano l’urgenza impellente di dover segnalare in qualche modo il loro “essere altro”.

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Commenti all'articolo

  • giuseppek

    20 Giugno 2019 - 16:04

    Finalmente un approccio culturale serio al problema. Sarebbe cosa buona e giusta poter leggere un commento di Calenda a questo articolo.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Giugno 2019 - 13:01

    Al direttore – Dovremo farcene una ragione e valutare tutto di conseguenza: la cultura politica italiana, diciamo dal primo De Pretis, 1876, ha relegato la dottrina liberale al margine di ogni impostazione politicamente e socialmente operativa in senso liberale. La Chiesa e il Fascismo, un binomio antiliberale. La chiesa e la sinistra la continuazione di quel binomio. La “redistribuzione” non coincide col concetto “della mano invisibile”. Calenda ben lo sa. Ma tant'è: tempi oscuri, contorti e immaginari, messaggi altrettanto oscuri, contorti e immaginari. La forza tremenda del conformismo prevale.

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  • branzanti

    20 Giugno 2019 - 12:12

    Considerazioni apprezzabili, ma seguo Mingardi da tempo e mi permetto di ricordargli la sua ammirazione per Reagan, le cui politiche avviarono la rovina della classe media, anzi della quasi totalità della popolazione Usa. L'interpretazione del liberalismo in quel senso è, inconfutabilmente, a favore soltanto dei ricchi, perché ridurre le tasse ai redditi più alti non favorisce gli investimenti o gli incrementi contrattuali, ma solo il patrimonio di qualcuno. Stesso discorso per la riduzione del welfare perché come si curerebbero le persone a medio e basso reddito senza la presenza della sanità pubblica, un tema questo che non viene mai affrontato, ma che negli Usa causa autentiche stragi anche di persone che dispongono di copertura assicurativa, ma non sufficiente. Le assicurazioni in sanità non sostituiranno mai la presenza pubblica, ma potranno solo offrire un contributo (io stesso ne sottoscrivo una da molti anni). Quindi da liberale, mi permetto di concordare con Calenda.

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    • CohleandHart

      20 Giugno 2019 - 14:02

      l’affermazione secondo cui le politiche di reagan avrebbero avviato la rovina di quasi l’intera popolazione degli usa é talmente surreale che se la dice negli stati uniti probabilmente la internano. ma si rende conto? e tra la fiscalità italiana e quella americana corrono oltre 20 punti percentuali per cui eviterei confronti. quei venti punto finiscono nelle tasche dei dipendenti pubblici che al sud costituiscono ormai una casta di mandarini che impedisce ogni crescite del settore privato. vediamo di pagare i dipendenti pubblici non uguale ma secondo il costo della vita. vedrete che fiorire di iniziative private, allora e che cambio di mentalità.

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      • branzanti

        20 Giugno 2019 - 20:08

        Gentilissimo ero ammiratore di Reagan e filoamericano, ho cambiato idea. Le sue politiche fiscali e di liberalizzazione andarono a beneficio di una esigua minoranza e le retribuzioni Usa, dall'inizio degli '80 mostrano una piattezza che contrasta con la crescita esponenziale degli utili. Reagan qualche responsabilità non può non averla. Lei cita la diversa incidenza fiscale dei due paesi, ma se guardo i tassi di mortalità per patologia, l'impossibilità di accedere a cure efficaci, la strage da overdose di oppioidi, il tasso di obesità ed alcolismo, la violenza endemica, l'inaccessibilita' degli studi superiori che caratterizzano gli Usa e li paragono alla nostra situazione, mi dico che quei venti punti fiscali produrranno certo iniefficienze e sprechi, ma almeno in parte producono risultati positivi. E per l'internamento sono tranquillo perché ho giurato a me stesso di non rimettere piede in Usa.

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      • Skybolt

        20 Giugno 2019 - 16:04

        Secondo me piuttsto falsificherebbero le statistiche.

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    • flaneurotic

      flaneurotic

      20 Giugno 2019 - 13:01

      Sottoscrivo sino all'ultima virgola.

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  • luigi.desa

    20 Giugno 2019 - 11:11

    Il liberalismo nel suo senso pieno non ha mai attecchito in Italia .Prima del 1945 era vagheggiato da qualche pensatore ( Magna carta y habeas corpus cuselè) e dopo è entrato con enunciazioni di principio nella costituzione ma in modo aleatorio sempre visto alla luce della legge penale ed ai pm inquisitori non accusatori . Ammesso che il PLI possa essere stato indice liberale degli italiani nella sostanza non è mai andato oltre il 4%. Per età ricordo che l'unico periodo della storia italica del dopo-guerra sotto lo stimolo della cultura delle forze alleate vincitrici sono stati gli anni '50 con i governi del pentapartito nel quale forze politiche autenticamente liberali tentarono di civilizzare il Bel Paese. .Tutti gli altri partiti di liberalismo lo osteggiavano troppo presi dalle loro ideologie usate come gabbie nelle quali restringere il pensiero comune. Più di tutti il Pci che aveva la pretesa ( ancora oggi il Pd) di essere riformista ma guardava al paradiso del Gulag.

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