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Elogio di quelli che l’hanno capita

Il liberalismo è in crisi ma Tsipras e Landini hanno capito che è insostituibile e che oltre il liberalismo c’è solo l’illiberalismo, una democrazia trombona, nazionalista un po’ fascia e senza diritti. Dio benedica e moltiplichi chi impara dai propri errori

11 Giugno 2019 alle 06:28

Elogio di quelli che l’hanno capita

Ci sono anche quelli che hanno capito. Il liberalismo è in crisi ma Alexis Tsipras e Maurizio Landini hanno capito che è insostituibile, che è di sinistra, per dirla con Giavazzi, che oltre il liberalismo c’è solo l’illiberalismo, una democrazia trombona, nazionalista squinzia e un po’ fascista, e senza veri diritti. Così pare, almeno. Tsipras è elettoralmente in difficoltà, d’accordo, non si salva impunemente un paese che si prometteva di riscattare e distruggere, con una svolta di 180 gradi, dal populismo antiturbocapitalista alla saggia transizione postdebito, fatta di rigore nei conti pubblici e di privatizzazioni, con lo sconto dei costi sociali di un’austerità dopo la baldoria: gratificati e disciplinati, i tuoi in parte ti abbandonano, sfidati e battuti, quelli più liberali di te ti incalzano. Vabbè. Intanto dalla bella Grecia è venuta una lezione di realismo politico, che perfino Luciana Castellina è stata in grado di apprezzare senza riserve. E un’esperienza di ricostruzione di un’identità di governo e di trasformazione, da sinistra, nel segno delle coerenze di un’economia libera e che deve guadagnarsi la propria indipendenza combattendo l’isolamento e la furia autarchica dei populisti, cercando di limitare i danni della vecchia e nuova demagogia dei Varoufakis. Perderà, forse, ma resterà, con tanti che vincono e promettono di passare presto senza lasciare altro che macerie. 

 

Quando tirava la volata a leghisti e grillozzi nei talk-show, Landini era insopportabile, come unica scusante aveva un effettivo e, a guardar dietro con il senno di poi, insensato disinteresse verso la concertazione politica con il sindacato di buoni governi di sinistra troppo innamorati delle startup e delle vecchie intraprese della borghesia industriale zuzzurellona, Marchionne a parte. Minacciato di rottamazione, Landini partiva piano, finiva sempre forte e sempre nello stesso modo: il mondo è pieno di ricchi che non pagano le tasse, bisogna impoverirli di brutto, e di lavoratori protetti che devono difendere la loro cittadella nel segno della passività conservatrice e di leggi a tutela varate nel 1968. Si esibiva regolarmente come un trofeo per i cazzabubboli dell’onestà-tà-tà, era il loro operaio-eroe, quello, e l’unico del loro fronte combattivo, che in vita aveva lavorato, una sponda perfetta per i redditi di debitanza e per i pensionamenti anticipati, per non parlare della palla degli esodati. Eppure alla lunga Landini non ha retto a sé stesso, e già allora in fondo si vedeva che parlava anzi urlazzava di malavoglia dal corner, dall’angolo a cui lo aveva costretto il liberalismo di governo della sinistra che ebbe l’illusione di fare da sola, peraltro tra i miei stolidi applausi. Acquisita una dimensione nazionale e confederale, proprio quando l’onda demente con cui era stato in sintonia come capo dei metallos aveva travolto tutto, è rimasto come paralizzato per un tempo anche lungo. Quelli dicevano di voler fare quanto lui aveva preconizzato con oltranzismo e imprudenza e intanto realizzavano recessione e disoccupazione anche precaria nel nome della dignità e del lavoro nero: che fare?

 

Landini vuole ora un sindacato unico, parla come un nuovo Di Vittorio, si reinscrive con naturalezza nella teoria dei capi Cgil riformisti, che sono sempre stati nel bene e nel male i più combattivi e i più efficaci, e annuncia lotta dura, e scioperi generali, contro le politiche di un governo che ha sollevato i fantasmi della paura in nome del popolo e al popolo finisce per far pagare il conto stesso della paura autarchica. Al figliol prodigo si sacrifichi ovviamente il vitello grasso. Le vecchie talpe scavano sempre bene, ben scavato, e alla fine uno che viene dall’industria ha deciso di non morire per i valori della pigrizia e della demagogia, il che è come per Tsipras un bel passo in avanti. Dio ci conservi quelli che l’hanno capita, e li moltiplichi. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    11 Giugno 2019 - 15:03

    Leggevo di Lula. Il soccorso s'è messo in moto. Lo mettiamo tra i benedetti che hanno imparato dai propri errori?

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    11 Giugno 2019 - 15:03

    È merito intellettuale aver capito. Bene. Diamolo per scontato, non mettiamolo nella bacheca delle sue aguzze provocazioni paradosse. Resta il fatto che ciascuna delle due visioni politiche e sociali, Adam Smith e Karl Marx hanno un senso solo se impostate sulla reciproca perenne conflittualità. La socialdemocrazia è stata il tentativo più riuscito di convivenza tra i Due. S’è però consumata nella ineludibile necessità della conflittualità. Il Riformismo, pure. Ammirevole, encomiabile lo sforzo del pensiero di creare un’armonia feconda. Ma la vita, in senso omnicomprensivo, vive sulle disuguaglianze. Non dobbiamo mai cessare di pensare che la composizione dell’ambaradan della vita non trovi la sua quadra. Giusto che il Pensiero si spenda in tal senso. Semper ultra dimidium.

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