Maurizio Landini (foto LaPresse)

“Il governo blocca l'Italia: è ora di reagire”. Parla Landini

Claudio Cerasa

“L’esecutivo ha generato sfiducia, indebolito il paese, peggiorato il lavoro e crea emergenze false per nascondere emergenze vere. La Tav? Facciamola. La patrimoniale? Sì, per equità”. Sportellate con il capo della Cgil  

Il lavoro e il governo. La sinistra e la fiducia. La Tav e le Olimpiadi. Lo sciopero e le pensioni. La delusione e la ribellione. Abbiamo passato una mattinata in compagnia del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, e abbiamo provato a capire se tra le ragioni che hanno spinto il sindacato dei lavoratori più importante d’Italia a schierarsi contro il governo ci sia qualcosa che possa permetterci di dire che alla Cgil, rispetto al passato, vi sia una qualche novità, una qualche traccia di riformismo, un qualche segno di pragmatismo.

 

Maurizio Landini non è mai stato la nostra cup of tea e in passato lo abbiamo spesso criticato per le sue posizioni sul metodo Marchionne, per le sue posizioni sulla riforma del lavoro, per le sue posizioni su welfare e pensioni che spesso  si sono incrociate con le traiettorie politiche dei due azionisti del governo del cambiamento. C’era la Lega e c’era il M5s quando la Cgil e anche la Fiom di Landini proponevano di superare via referendum il Jobs Act. C’era la Lega e c’era il M5s quando la Cgil e anche la Fiom di Landini proponevano di superare la legge Fornero. E il fatto che oggi la Cgil si ritrovi contro un governo che ha scelto di fare quello che in passato chiedeva proprio la Cgil è qualcosa che non può lasciare indifferenti. La nostra conversazione con Maurizio Landini comincia proprio da qui. Dalla parola scritta a caratteri cubitali in quasi tutte le pareti di Corso Italia 25, sede della Cgil: lavoro, lavoro, lavoro. Ma dopo un anno e passa di governo, segretario, il lavoro sta meglio o peggio rispetto a quando questo governo si è insediato? “Il lavoro e le persone che avrebbero bisogno di lavorare sono messi peggio perché c’è più sfiducia rispetto al passato. Il governo attuale, come quello precedente, non ha restituito fiducia alle persone, non ha dato l’impressione che vi sia una nuova visione. Tutto questo genera insicurezza, paura e disincanto. La condizione materiale delle persone purtroppo, in quest’anno, si è modificata molto poco. Chi era precario è rimasto precario e i molti annunci non hanno portato a nulla. Sta aumentando la cassa integrazione, siamo in presenza di accordi stipulati che poi non vengono rispettati, gli effetti delle crisi aziendali stanno spingendo sempre più persone ad andare via dal Mezzogiorno e non è stato fatto nulla per aggredire le ragioni che hanno messo negli ultimi anni l’Italia in crisi”. Motivi? “Non c’è una ripresa degli investimenti pubblici, non c’è una strategia industriale che chiarisca quali sono i settori strategici su cui operare e anche il decreto crescita non fa altro che offrire un po’ di incentivi senza alcuna visione sul futuro”. 

 

Dietro al caso Ilva, ha detto ieri al Foglio Marco Bentivogli, c’è la patologia di un governo nemico dello sviluppo. Anche Landini la pensa così? “Io dico che bisogna essere coerenti e che quando fai delle scelte difficili devi difenderle. Quando è stato trovato l’accordo tra il governo e ArcelorMittal eravamo in presenza di una legge in vigore dal 2015 che aveva garantito l’immunità penale non a Mittal ma ai commissari. E l’accordo prevedeva un rapporto molto logico secondo cui non potevi dare la colpa all’ultimo arrivato. I commissari non erano responsabili di ciò che è successo prima, ma  di ciò che sarebbe avvenuto dopo il loro arrivo. Lo stesso deve valere oggi. Quando sei al governo devi rispondere non solo al tuo elettorato, ma anche agli interessi di tutto il paese”.

 

Landini parla di Mezzogiorno, del lavoro che non c’è, di quello che c’è e che un domani potrebbe non esserci più e la nostra conversazione non può che virare su un altro tema centrale: possiamo dire o no che un governo che struttura una manovra per occuparsi esclusivamente di chi non lavora sia un governo che non ha idea di come il lavoro lo si può creare? “L’errore del reddito di cittadinanza ha coinciso non con la misura, ma con le modalità con cui la misura è stata fatta. Bisognava ampliare ciò che già c’era, ovvero il reddito di inclusione, e questo avrebbe funzionato meglio del reddito di cittadinanza. Il Rei era limitato, perché stabiliva una soglia. Veniva dato solo a chi aveva un reddito familiare sotto ai seimila euro. Bisognava alzare quella soglia, arrivando anche a 10 o 12 mila euro, e occorreva non perdere lo spirito giusto con cui il Rei era strutturato: ragionare cioè su come combattere la povertà non concentrandosi solo sul reddito ma costruendo una rete di servizi sul territorio per fare uscire la gente dalla povertà. Il secondo errore, rispetto al reddito di cittadinanza, è stato annunciare che i centri per l’impiego avrebbero creato il lavoro che non c’è. Il lavoro non si crea con i centri per l’impiego”. E come si crea? “Favorendo le condizioni affinché le aziende possano assumere le persone. Si crea attraverso un grande piano di investimenti pubblici. Da questo punto di vista non ho paura a dire che è stato un errore impostare una manovra tutta sul reddito di cittadinanza e quota cento. E’ stata una manovra recessiva anche perché si è occupata più di passato che di futuro. E quando penso al futuro penso alle infrastrutture materiali e sociali, alla tutela del territorio, a un modello sostenibile di produzione, al diritto alla formazione tecnologica e digitale. Il governo non ha mai discusso di problemi di questa portata, pur essendo stato eletto sulla scia di una domanda di cambiamento”.

 

“E più i partiti di governo continueranno a comportarsi così più saranno destinati a perdere voti e a ingrossare il bacino dell’astensione”. Landini fa una pausa e poi riparte. “A molti non interessa ma dalle elezioni politiche alle elezioni europee si è molto ampliato il bacino dell’astensione e mi sembra un dato rilevante. Alle politiche del 2018,  13 milioni di persone  non sono andate a votare, alle europee del 2019 la cifra è salita a quasi 20 milioni. Secondo le nostre analisi,  7,5 milioni di persone sono pensionati, 5,5 milioni sono lavoratori dipendenti, 1,2 milioni sono precari, 1,4 milioni sono disoccupati e poi c’è una quota rilevante di studenti. Queste persone non si sentono più rappresentate da nessuno. E francamente non mi sento di dire che questo governo ha il consenso della maggioranza del paese”. 

 

Possiamo dire che con il decreto dignità è stato dimostrato che combattere la flessibilità piuttosto che aiutare a combattere la disoccupazione aiuta a combattere l’occupazione? “Non condivido. Semmai il vero problema del governo è che non ha fatto nulla di concreto per combattere come aveva promesso la precarietà e per permettere alle aziende di assumere con più semplicità. E per farlo non serve togliere diritti a chi lavora, serve ridurre il carico fiscale sul dipendente”. E’ sempre convinto Landini che sia necessario ragionare su una patrimoniale per trovare le giuste coperture all’interno della futura legge di stabilità? “Io faccio un ragionamento più semplice. Io dico che una legge di Stabilità fatta a colpi di condoni sarebbe un qualcosa di preoccupante – e dopo tutti quelli fatti in questi mesi non si sente il bisogno di avere altri condoni. Io dico solo che è arrivato il momento per la politica di fare i conti con la realtà del nostro paese. Abbiamo un debito pubblico tra i più alti d’Europa, abbiamo un’evasione fiscale molto elevata ma allo stesso tempo siamo uno dei paesi con i livelli di risparmio privato più alti nel nostro continente e siamo talmente sfiduciati dal futuro che la maggior parte di questo risparmio lo teniamo nel conto corrente. La Banca d’Italia dice che la ricchezza patrimoniale è quattro volte il debito pubblico e che il 48 per cento è in mano al 10 per cento degli italiani. Il quadro che emerge è che non è vero che in Italia non ci sono soldi, anzi non ce ne sono mai stati tanti come oggi. Anche per questo credo sia arrivato il momento di una grande riforma fiscale, incentrata sull’equità, e credo sia arrivato anche il momento di intervenire sui grandi patrimoni, non per una forma di disprezzo verso chi è ricco ma per una forma di rispetto verso il principio di equità. Non basta, naturalmente, e sarebbe bene che il governo facesse altro, che la smettesse di creare sfiducia, che la smettesse di far aumentare i tassi di interesse sul debito pubblico e che mettesse in piedi un piano credibile per combattere le regole dell’austerità in Europa. Ma per farlo bisognerebbe essere credibili. Purtroppo giocare con la fiducia di un paese, con tutto il rispetto, significa non esserlo”.

 

Ci sta dicendo che non si farebbe pagare lo stipendio con i minibot? “Come ho già detto in passato, comincino prima a pagarsi gli stipendi loro. Se chi li ha pensati ritiene siano una cosa così utile, inizino a usarli per pagare i loro stipendi. Io preferisco farmelo pagare in euro”.

 

Nel corso della nostra chiacchierata, Maurizio Landini, sgranocchiando un paio di biscotti al cioccolato poggiati sulla sua scrivania, ha spesso ripetuto che per combattere l’evasione fiscale occorre affidarsi ai nuovi strumenti della tecnologia. E al segretario della Cgil giriamo una provocazione: sarebbe favorevole o no a rendere ogni transazione tracciabile attraverso una politica di progressiva eliminazione del contante? “Il mio è un estremismo, lo so, ma arriverei a dire che, come stanno facendo alcuni paesi in Europa, con tutti gli accorgimenti doverosi, avere in prospettiva l’obiettivo di eliminare il contante non dovrebbe più essere un tabù. Se sei tracciato, non puoi barare”.

 

Aggredire l’evasione fiscale significa anche aggredire il lavoro nero. Possiamo dire o no che i principali provvedimenti portati avanti dal governo, dal reddito di cittadinanza alla quota cento, hanno contribuito a creare maggiori condizioni per lavorare in nero rispetto al passato? Landini si fa prudente: “Se devo essere sincero, così mi sembra un po’ forzato. Certo, misure per combattere il nero non ne ho viste, ma un governo che vuole combattere il nero, e non i neri, deve assumere questo tema come un obiettivo centrale, e non laterale”. E come? “Per esempio investendo seriamente su chi fa i controlli perché oggi, chi evade, chi lavora in nero, chi offre lavoro  nero, punta sul fatto che tanto, prima che lo becchino, chissà quanto tempo passerà. Poi però il lavoro nero devi anche renderlo sconveniente. Se sai che fai una cosa e non verrai punito, continui a farla. Se sai che se fai una cosa verrai punito, non continui a farla. Ed è arrivato il momento, se mi consentite, che anche chi fa impresa dica che il lavoro in nero non va sopportato ma va combattuto fino in fondo.  Combattere il lavoro nero significa questo ma significa anche molto altro. Significa ripristinare un diritto al lavoro trasparente. Significa anche evitare che ci siano leggi capaci di incentivare i lavoratori e i datori di lavoro a firmare contratti senza garanzia, con partite Iva”. Landini si riferisce anche al fatto che l’ultima legge di Stabilità ha esteso il regime forfettario per le partite Iva, portandolo da 50 mila a 65 mila euro e facendo aumentare in modo considerevole il numero di partite Iva rispetto allo scorso anno: più 7,9 per cento nei primi tre mesi del 2019 con un aumento dei regimi forfettari del 40 per cento rispetto a quanto registrato nello stesso periodo del 2018 che lo stesso segretario della Cgil considera “se non sospetto certamente pericoloso per chi ha a cuore le garanzie dei lavoratori”. 

 

Dai problemi del lavoro  nero, con Landini, ci spostiamo ai problemi relativi alla corruzione e al numero uno della Cgil chiediamo se sia d’accordo con Raffaele Cantone, capo dell’Anac, quando dice che  l’approccio contro la corruzione scelto dal governo sia “oggettivamente preoccupante”. Cantone si riferisce al provvedimento dello “sblocca cantieri” grazie al quale gli appalti tra i 40 e i 200 mila euro possono essere assegnati attraverso procedure semplificate, soltanto con tre offerte. Come fai a combattere la corruzione se poi moltiplichi le occasioni in cui la corruzione può maturare? “Sono d’accordo con Cantone: noi abbiamo contrastato duramente lo ‘sblocca cantieri’ anche per questa ragione, perché il provvedimento che è stato partorito non solo non sblocca i cantieri, perché non riduce la burocrazia, non accelera i tempi ma dà risposte sbagliate. Non solo perché aumenta dal 30 al 40 per cento il subappalto. Ma in più introduce la logica del massimo ribasso sulle gare. E’ una logica che si trova esattamente all’opposto di chi dovrebbe spazzare via la corruzione, come ho sentito dire spesso all’interno di questo governo”.

 

In più, dice Landini, a proposito di azioni di politica industriale fuori dal mondo, c’è un altro elemento di debolezza all’interno della strategia del governo e quell’elemento riguarda ciò che la politica sta facendo per supportare un settore in crisi come quello degli edili: “Nei primi dieci grandi gruppi edili, in Italia, ce ne sono sette che si trovano in amministrazione controllata, e che corrono il rischio di saltare, e sei nella contraddizione dunque che se anche sblocchi e fai ripartire le attività hai imprese che avrebbero le commesse ma che non hanno le risorse economiche e finanziarie per farle funzionare. Noi allora, come Cgil, abbiamo detto al governo: che aspetta la Cassa depositi e prestiti a intervenire? Perché non si avvia un processo di unificazione di queste imprese anche con una presenza pubblica? Non puoi sbloccare i cantieri e non porti il problema di quale sia il sistema industriale del tuo paese che quei cantieri può farli”. Vista da questa prospettiva, la critica della Cgil al governo è chiara. Meno chiara potrebbe essere la ragione per cui il primo sindacato italiano ha scelto di mobilitarsi, in questi mesi, per contrastare il governo sul tema delle pensioni.

 

Ma come, chiediamo noi a Landini, questo governo inizia a fare quello che la Cgil chiede da anni, ovvero rivedere la legge Fornero, e la Cgil si mette a criticare chi ha applicato un pezzo della sua vecchia agenda economica? Landini sgranocchia un altro biscotto e la mette così: “Per cominciare, la legge Fornero non è stata cambiata. Hanno modificato in modo contraddittorio solo norme che consentono ad alcuni di andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi ma non lo permettono a chi avendo 60 anni di età e 40 anni di contributi, e avendo cioè lavorato di più, raggiunge ugualmente quota cento. I pensionati, poi, sono arrabbiati perché tra gli impegni non rispettati dal governo c’è un accordo non mantenuto che era stato firmato dal precedente governo con le organizzazioni sindacali. Un accordo che andava verso un riconoscimento e una rivalutazione del valore reale delle pensioni. Quindi avere in qualche modo fatto saltare questo impegno ha portato a una riduzione delle pensioni. Il problema però non riguarda solo ciò che i pensionati hanno perso. Riguarda un problema più importante: la ragione per cui hanno perso ciò che gli era dovuto. Se il governo avesse detto: non possiamo in nessun modo darvi quanto vi era stato concesso perché con quei soldi vogliamo creare più posti di lavoro, al limite avrebbe avuto un senso. Invece è successo quello che tutti stiamo vedendo: le pensioni sono calate e in cambio non è stato dato nulla, né per i pensionati né per i loro figli, né per i loro nipoti”.

 

Facciamo un piccolo salto carpiato e arriviamo a un tema che c’entra poco con le pensioni e che riguarda invece il futuro, anche del lavoro. Ma Landini, delle Olimpiadi, cosa ne pensa? Pensa sia una vittoria della lobby degli affari o pensa sia invece una vittoria importante per l’Italia? “E’ una vittoria importante per l’Italia e sono contento che nel 2026 le Olimpiadi invernali saranno qui. Dobbiamo smetterla di immaginare il futuro, e le grandi e piccole opere, i grandi e i piccoli eventi, come se fossero a prescindere non delle potenziali opportunità ma delle occasioni di potenziale malaffare. E’ ovvio che poi il problema sia legato a come si fanno le cose. E’ ovvio che l’espressione sostenibilità ambientale non può più essere un concetto retorico ma deve essere un obiettivo vero, strategico, di chi vuole evitare che la difesa dell’ambiente e la difesa del progresso siano due princìpi non compatibili. Ma dobbiamo smetterla di ragionare con la logica del non facciamo le cose per non fare danni. Dobbiamo iniziare a essere pragmatici e capire che la vera rivoluzione è spiegare come si fanno le cose per farle bene e non bloccare un paese”. 

 

Lo stesso ragionamento, in un certo senso, Landini lo fa quando parla di Tav: “Anche qui bisogna essere pragmatici. Non è che tutte le grandi opere vadano bene a prescindere o tutte le grandi opere vadano male a prescindere. Occorre fare i conti con la complessità dei temi. Nel caso specifico, il problema non è solo come far viaggiare le merci e le persone e dove passano i binari e i tunnel. Io credo che la Tav possa essere non solo una infrastruttura che permette di trasportare merci a una velocità maggiore rispetto a oggi ma possa diventare un modo per unire e valorizzare quelle che sono le esperienze e i contenuti di questi territori”.

 

E a proposito di esperienze e di contenuti: ma Landini cosa pensa del nuovo Partito democratico? Crede che vi sia davvero una discontinuità rispetto al passato? “L’elezione di Nicola Zingaretti è avvenuta con una promessa di cambiamento e per questo credo sia stato eletto: per superare una vecchia gestione del più importante partito della sinistra”. E c’è stato? “Non lo so, dico che questa era la premessa, e non a caso alle primarie sono andate a votare molte persone non iscritte al Pd”. Compreso Landini? “No, io alle primarie non ho votato, finché sono un dirigente di un sindacato sto lontano dalla politica di partito. Mi sembra però che tra gli annunci di discontinuità e di innovazione e le azioni concrete io continuo a registrare una distanza”.

 

E secondo il segretario della Cgil, chi è Matteo Salvini. E cosa rappresenta? “Salvini ha avuto la forza di capire e saper bene utilizzare il disagio sociale che c’è nel paese ed è riuscito a trovare la forma e il modo di farsi percepire dagli elettori come uno di loro. Salvini è stato capace di far leva sulle paure, alimentandole, di indicare di volta in volta il nemico contro cui rivolgere l’astio e a cui addebitare i mali del paese. Il calcolo politico di Salvini è intercettare il bisogno tra i cittadini dell’uomo forte che risolve tutto e si è inserito nella rottura che si è determinata tra il mondo del lavoro e la sua storica rappresentanza politica. Salvini parla in modo diretto e si fa capire da tutti semplificando problemi complessi. Trovo inquietante e pericoloso questo modo di far politica che alimenta la competizione tra persone, l’egoismo e rompe i necessari legami di solidarietà che ritengo indispensabili per una società sana. A essere onesti, poi, dovrei chiedergli il copyright dell’uso delle felpe…”.

 

Siamo sicuri che Salvini e questo governo abbiano copiato dai sindacati solo l’uso delle felpe? Siamo sicuri che non sia stato una parte di populismo sindacale ad aver tirato la volata al populismo politico? “Credo che lei si sbagli. Il problema è diverso: Salvini è riuscito a occupare un vuoto che si è creato tra la politica e la rappresentanza del lavoro. Il sindacato ha sempre fatto il suo mestiere mantenendo una sua autonomia dalla politica e così come in passato abbiamo criticato chi ha fatto riforme che non abbiamo apprezzato, come il Jobs Act, oggi diciamo che siamo pronti a scendere in piazza, se necessario, a organizzare, insieme con Cisl e Uil, uno sciopero generale per denunciare la pericolosità di un governo che fa tutto l’opposto di quello che avrebbe bisogno il mondo del lavoro. Negli ultimi anni uno dei problemi, nel mondo della rappresentanza, è stata la divisione tra i sindacati. Oggi i sindacati sono uniti e hanno scelto di farsi sentire, anche per evitare che le emergenze farlocche, come quella dell’invasione degli immigrati, possano coprire le emergenze vere, che riguardano l’economia. E’ ora di farsi sentire”. 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.