La libera città-stato europea di Milano? Un'immagine da maneggiare con cura

Maurizio Crippa

La città antisovranista dove il Pd vince e Salvini non passa

Una leggenda metropolitana milanese, anche se si tratta di un aneddoto veritiero poiché la fonte è integerrima, racconta di una volta che Gabriele Albertini, sindaco-borgomastro quant’altri mai, andò in visita dal collega Francesco Rutelli. Il sindaco di Roma lo invitò da un terrazzino del Campidoglio a godere lo spettacolo dei Fori e Albertini, che di suo preferiva forse i condomini, estasiato dallo splendore disse, con cortesia: “E’ una cosa che invidio a Roma”. Rutelli, dal liberal europeista che è, rispose girandola in politica: “A Milano invidio il suo popolo”. A nostra volta ringraziamo, dalla città che ha visto un paio di settimane fa l’adunata dei sovranisti d’Europa eppure, domenica, ha retto l’urto e si è riconfermata città europeista, con il Partito democratico al primo posto con il 35,97 per cento dei voti, davanti alla Lega che trionfa nel resto della Lombardia e del paese ma a in città si ferma sotto il muro del 27,39. Che è un gran risultato per Salvini, con ogni evidenza, ma segnala anche la tempra di una diversità meneghina che fa parte non tanto del suo “popolo”, inteso come tradizione e ancoraggio al passato, antifascismo compreso, ma al suo essere città multipla e aperta, oggi. A Milano, per dire, ha passato il quorum anche +Europa (5,3 per cento) che alle scorse politiche era stato votato dai giovani. In ogni caso il risultato di Milano, pure con una Lega in grande ascesa, è l’indice di più cose: la composizione sociale della metropoli, in cui tra storica immigrazione interna e nuove cittadinanze l’idea di essere “luogo di tutti” e moneta corrente, anche nelle periferie più difficili. Poi l’economia, che guarda all’estero e non fa discendere ricchezza e possibilità da rendite di posizione o da immaginarie cinte daziarie, quanto mai invise se il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, ha di recente definito il sovranismo “un delitto contro le imprese”. Poi l’incidenza delle professioni: i colletti bianchi, a Milano, sono davvero colletti bianchi globalizzati. Eccetera.

 

 

Il rischio, per il Pd in primis, è girare sempre attorno a un equivoco: il modello Milano. E’ un modello buono soltanto per la sinistra (fosse capace di esportarlo, ma i dubbi sono molti: nelle preferenze, in città ha vinto tre volte di più la sinistra-sinistra che il riformismo lib-lab). O è un modello aperto che può attirare tutto il paese? O forse, a questo punto, Milano è di fatto una città-stato, un ducato di Milano che ha poco da spartire col resto della nazione? La domandina è uno dei classici da caffè e da circoli cultural-politici milanesi da tempo immemorabile, e un certo geloso far da sé, o disinteressarsi della dimensione politica nazionale, è sempre stato tipico di una borghesia che ritiene di avere altro da fare. E adesso che il sogno di diventare un cantone svizzero – ma per diventare meno italiani e più europei – è uscito dagli statuti della Lega che fu di Bossi e di Gianfranco Miglio, l’ideuzza ogni tanto fa capolino nei settori illuminati della sinistra: non sarebbe più utile alla modernizzazione dell’Italia una città-stato in grado di competere con l’estero con le sue regole? Non sarebbe più utile una free trade zone come ne esistono altrove, o un financial district con regole di investimento da quelle del resto del paese? C’è chi ricorda, periodicamente, che il caso di uno statuto speciale per Milano non sarebbe un unicum scandaloso. Berlino è un Bundesland autonomo, una città-stato. Londra, dopo le riforme dell’epoca Thatcher-Blair è amministrata da una Greater London Authority, presieduta dal sindaco, che di fatto la rende un territorio con ampia autonomia amministrativa e di programmazione. Ma quelle, sì sa, sono capitali, e di dimensioni molto maggiori. Ma fallito il progetto delle Città metropolitane, che in ogni caso nulla aveva a che spartire con le logiche di una Greater London, ogni tanto il tema riemerge. Fino alla teorizzazione estrema di costituire Milano come una regione autonoma, ex articolo 132 del titolo V della Costituzione. Ma anche Beppe Sala, che ovviamente non insegue sogni di diventare il nuovo duca di Milano, ha dedicato un libro – “Milano – Il secolo delle città” – al ruolo guida e in qualche modo “extraterritoriale” delle metropoli. E, come sindaco, molte energie dedica alla ricerca di maggiori spazi di autonomia. E il Pd ha anzi messo in contrapposizione un’idea di autonomia metropolitana con quella regionalista dei referendum leghisti.

  

 

Ma, osservando il Pd, verrebbe da dire che, nell’attuale situazione politica italiana e lombarda in particolare, la libera città anseatica di Milano dovrebbe però restringere i suoi confini all’interno delle mura viscontee, insomma dentro alla Cerchia dei Navigli che oggi delimita il centro storico. O tutt’al più entro i Bastioni spagnoli secenteschi, che oggi delineano l’Area B a traffico limitato). Insomma: dove il Pd è nella sua roccaforte. Nel centro storico, ha raccolto addirittura il 42,5 contro il 19,5 della Lega, e cifre analoghe tra Porta Venezia e Lambrate. Ma fuori dalla piccola città ideale, nel Municipio 2 di Crescenzago e Gorla e nel 9 di Niguarda la Lega torna a sfiorare il 30 per cento, là dove aveva già vinto alle politiche. Per non parlare dei comuni più grossi dell’area metropolitana, terra ostile per la sinistra. La realtà è che anche per il Pd il modello Milano è un modello rischioso su cui scommettere, se serve a nascondere che fuori dalle aree urbanizzate ricche la sinistra perde terreno. E del resto, anche a Milano, rispetto alle politiche di due anni fa, il partito di Matteo Salvini in città ha guadagnato ben 11 punti percentuali, 5 in più della crescita del Pd. La verità è che la Milano città-stato può essere il sogno di qualcuno o una pura teoria da sociologi o costituzionalisti, ma non è un modello praticabile. Un po’ per l’infattibilità di una simile riforma in un contesto in cui non solo non si riesce non si dice a varare l’autonomia, ma nemmeno abolire (oppure rimettere in funzione) le province e tantomeno chiudere il Cnel. La Grande Teoria della città ideale poteva essere di Leonardo da Vinci, non di oggi.

 

Ma, soprattutto, la realtà è che quel che il sistema Milano poteva ottenere, e costruire, di una sua autonomia sostanziale l’ha già fatto. Ha un sistema finanziario, economico, di università-ricerca che viaggiano e collaborano (spesso) senza dover passare dai ministeri romani. Expo è stata fatta a dispetto dei santi, le Olimpiadi potrebbero arrivare allo stesso modo. Sono, queste, piccole indicazioni di perché il Pd farebbe male, oltre un certo livello di guardia, a sfruttare il brand Milano come baluardo anti sovranista, confondendo le lenzuola stese contro Salvini con i segni di una “città sulla collina” europeista, antirazzista. E soprattutto confondendo Milano con il resto della situazione nazionale, o anche solo lombarda. Milano è un sistema virtuoso di istituzioni che funzionano, di collaborazione tra amministrazioni, di meritocrazia nelle gestioni pubbliche – non è un caso che le inchieste intese a colpire gli intrallazzi tra politica e “posti” girino attorno ai livelli periferici del potere. Maè un modello cui partecipato, non un prodotto esclusivo del Pd. E allo stesso tempo Matteo Salvini dovrà fare attenzione a non prendere sottogamba una città di cui sa raccogliere lo scontento, ma che attende qualcosa di più che non le sue gride manzoniane. E che è europeista non per aspirazione, ma perché è già in Europa di fatto.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"