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"Serve più sovranità europea per far vivere le regioni", ci dice Stefano Binda di Cna

"Il regionalismo differenziato può stimolare la crescita e la competitività". Parla il segretario generale degli artigiani lombardi

1 Giugno 2019 alle 06:00

"Serve più sovranità europea per far vivere le regioni", ci dice Stefano Binda di Cna

(Foto LaPresse)

“Come l’identità è costruita nella differenza ed è proprio la differenza a fondare l’identità di ogni soggettività (umana, politica, economica, sociale), così l’unità del paese si costruisce mediante la valorizzazione delle autonomie territoriali”. Con questo parallelismo ben costruito nei termini, il segretario generale della Cna Lombardia spiega la sua convinzione per l’autonomia differenziata delle regioni settentrionali in grado di potenziare la capacità produttiva delle Pmi. Stefano Binda, classe 1981, è una figura poliedrica. Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano,  ha fatto il suo apprendistato da lobbista, occupandosi del monitoraggio istituzionale, alla Cattaneo e Zanetti & Co.

 

Poi, dopo un passaggio in Confindustria Lombardia, nel 2001 è entrato nell’Associazione degli artigiani, dove è stato responsabile dall’Area lobby, politiche del lavoro e relazioni sindacali. E dal febbraio scorso è segretario generale della Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato) Lombardia, che conta 22 mila imprese. Una passione indomita per la filosofia, di lui tutti dicono che sappia parlare anche con i muri, tanta è la sua indole dialettica. E ha scritto un libro di aforismi che si intitola “Cabotaggi - Orizzonti e itinerari filosofici” (Edizioni Stilnovo) per ragionare della contemporaneità.

  


Il segretario generale di Cna, Stefano Binda (Foto Imagoeconomica) 


  

Ora che la Lega ha trionfato, con picchi altissimi in Veneto dove l’autonomia fiscale è considerata la premessa per far ripartire l’economia, e grandi percentuali anche in Lombardia, Binda ragiona di autonomia con il Foglio: “La potenza dei mercati globali richiede alla politica un surplus di sovranità, ma la risposta non è né il sovranismo populista né il sovranismo dei singoli stati: solo l’integrazione di una maggiore sovranità europea potrebbe costituire la base per una soggettività politica in grado di reggere le onde della globalizzazione: abbiamo bisogno di ricostituire il filo conduttore di luoghi e soggetti capaci di conferire una direzione unitaria (identità) al governo della complessità (differenza) sapendo che nella storia le identità che hanno inteso diventare totalità e fare a meno della “contraddizione della differenza” sono ben presto cadute a terra come gusci vuoti”.

 

Nonostante l’approccio filosofico e teoretico, Stefano Binda per mestiere è molto pragmatico. “La sovranità europea avrà chance di recuperare credibilità e di non essere percepita come una lontana e insensibile muraglia burocratica solo se metterà al centro il protagonismo delle regioni e delle macro-regioni, anche in una dimensione transfrontaliera. Non si tratta di cambiamenti costituzionali, ma di orientare le politiche europee e degli stati in questa direzione. Solo così i territori potranno così essere il succo sostanziale della vitalità europea, grazie a un’Europa delle regioni, delle imprese, dei territori”.

 

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In sintesi, il Binda pensiero è il seguente: “Gli stati nazionali potranno giocare un ruolo di grande centralità e rilevanza nella mediazione politica tra Bruxelles e territori nel processo di integrazione europea: agli stati bisognerebbe chiedere più politica e meno gestione diretta perché le imprese hanno bisogno di un’Europa capace di pensarsi come portatrice di dinamiche e interessi propri, definiti in modo lineari nel confronto geopolitico e geoeconomico con le altre potenze continentali: il tessuto delle nostre micro e piccole imprese è uno dei fattori cruciali nel definire il nuovo interesse/identità europea, segnato da una sua peculiare specificità, ossia la differenza”.

 

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E per il segretario della Cna Lombardia, l’autonomia va perseguita per queste ragioni per le regioni: “La compressione delle risorse finanziarie negli ultimi anni ha irrigidito i bilanci regionali, limitandone l’apporto allo sviluppo economico. Il regionalismo differenziato può costituire una leva inedita per stimolare la crescita e la competitività, specialmente liberando risorse per investimenti su infrastrutture e innovazione delle Pmi” . Anche perché se pure l’esercizio dell’autonomia prevista dalla Costituzione contribuirebbe a ridurre il divario attuale in termini di capacità di spesa con Lander e Comunità autonome, difficilmente potrà azzerarlo: secondo l’Ocse, in Germania e Spagna quasi il 50 per cento della spesa pubblica è collocata in periferia, mentre in Italia tale quota non supera il 29 per cento.

 

In materia, la Cna Lombardia ha da poco rilasciato uno studio, dedicato al rapporto economico tra stato e regioni in Europa, di cui GranMilano ha dato conto. “Nella partita del regionalismo differenziato sotto il profilo economico-finanziario, le nuove risorse per lo sviluppo economico sono complessivamente 60 milioni di euro (spostati dal centro alla periferia): troppo poco per incidere”, chiosa. La direzione è quella giusta, ma bisogna prenderla in modo più energico. “La comprovata efficienza amministrativa di Lombardia, Emilia e Veneto potrà permettere, con l’autonomia e in attuazione del principio di sussidiarietà, effetti positivi sul Pil. L’autonomia non può rimanere circoscritta a livello istituzionale, ma dovrà necessariamente contaminare il mondo produttivo”. Morale: se lo sviluppo delle imprese si fonda sulla capacità di programmare gli investimenti, le tre regioni devono poter finalmente beneficiarsi di un quadro di ri-trasferimenti certi da parte dello Stato per conferire stabilità e certezza alle loro politiche di supporto agli investimenti per la crescita”.

Cristina Giudici

Cristina Giudici. Preferisce non rivelare quando
è nata (a Milano e dove se no?) perché si illude di essere una signora, ma ha meno di 65 anni. Ha studiato al liceo Oxford Institute, alla Statale, (in tre facoltà diverse), ha vissuto e studiato a Londra quando c'erano ancora i minatori e la lady di ferro. Ha iniziato a fare la giornalista a Radio Popolare, è stata  a lungo in Nicaragua e non si è pentita (del tutto), ma da allora per fortuna ha perso ogni certezza. Ha lavorato per molti giornali e settimanali che non cita perché chi si loda s'imbroglia. Ha scritto due libri, uno sull'islam italiano, ma l’ha fatta franca. E' sposata (e non si è pentita) con Fabio e di lui tutti dicono che è un santo. Era in cerca di emozioni forti e le ha trovate al Foglio, dove si è occupata dei temi più sinistri. In ordine cronologico (e non di priorità): matti, carcerati, magistrati, pedofili, brigatisti, terroristi  islamici, musulmani, scontro di civiltà, questione settentrionale, scuola . Si è divertita molto a scrivere della Padania nella rubrica Noi di Su (con il perfido Crippa). Di lei molti dicono: vota a sinistra, ma è di destra. Perdonateli perchè non sanno quello che dicono. Non sanno che da qualche parte (ma dove??) esiste una sinistra libertaria.  Odia i conformisti, adora le persone confuse, gli irregoiari, gli enigmi. (Infatti ora ha una vespa verde enigma) Si diverte un sacco agli happy hour molto glamour di Marianna Rizzini e ancora di più a perdere tempo su facebook. Ha scritto un libro sulle donne della Lega, che uscirà il 7 aprile.

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