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Salvini, l'ungherese volante

Salvatore Merlo

Riesce a stare con tutti, in Italia e in Europa, e il futuro è una bomba a tempo

Roma. Indipendentista in Veneto e nazionalista a Roma, repubblicano a Washington e comunista a Pyongyang, russofilo a Parigi con Marine Le Pen ma atlantista a Varsavia con Jarosław Kaczynski, Matteo Salvini ieri ha incontrato Viktor Orbán a Budapest, quel famoso primo ministro ungherese che è un omaccione da filo spinato e torrette di guardia, ma è anche un membro del Partito popolare europeo, cioè la formazione di Angela Merkel, quel partito dei cristiano democratici cui Salvini guarda con interesse in questo suo gioco spavaldo e mimetico che da tempo ormai gli consente con successo di indossare in Italia e all’estero a discrezione la felpa e la cravatta, di generare allo stesso tempo ipotesi di futuro e identità così diverse e in continua mutazione da far pensare a un’instabilità dell’umore se soltanto non si trattasse, invece, di furbizia, calcolo e persino talento ribaldo.

   

Il persuasore deve stare coi santi in chiesa e coi ghiottoni in taverna, far la voce del lupo fra i lupi, zoppicare con gli zoppi e urlare con gli indemoniati; magari cercando di apparire sempre più santo, più ghiottone, più lupo e più indemoniato dei compagni. E infatti, in quel luogo apparentemente geometrico che è la politica europea, soltanto lui è in grado di pervertire tutte le regole, insomma di tenere un piede in tre scarpe, di ballare da solo e con tutti, di teorizzare un complicatissimo ingresso della Lega nel Ppe attraverso Orbán ma di allearsi nel frattempo con i nazionalisti francesi amici di Putin mentre coltiva pure rapporti, attraverso Giorgia Meloni, con i conservatori europei che invece sono fra i più tenaci nemici di Putin nel continente. Ed è così che la fede in quest’uomo impossibile, prestigiatore e giocoliere, mago e ipnotizzatore, è ormai pressoché infinita e miracolistica sia negli amici – i leghisti che si sono visti proiettati grazie a lui dal 4 per cento del 2014 al quasi 35 di oggi – sia negli avversari, che lo temono. E infatti per Berlusconi e Meloni, ma pure per Luigi Di Maio, Salvini è uno di quegli oggetti da maneggiare con cautela, da osservare con circospetta attenzione, sempre imprevedibili e pericolosi, dotati di un’energia contundente. Meloni fu da lui spinta nel 2016 a candidarsi sindaco di Roma, e poi mollata, adesso invece sembra essere stata recuperata, ma chissà, mai dire mai con Salvini. Spregiudicato, rapido e mobilissimo, ambiguo, potrebbe in qualsiasi momento sfilare deputati a Forza Italia, anche oggi se volesse, per rimpinguare le file della maggioranza, ma non lo fa, anzi ha negato candidature in Europa a molti berlusconiani, imposto dei filtri, reso difficoltoso il passaggio di tanti ex come Silvia Sardone, perché del Cavaliere lui riesce a essere allo stesso tempo l’alleato e l’acerrimo nemico, l’erede e il distruttore.

   

Ogni destino è possibile per Salvini, e resta aperto. A Di Maio, per esempio, in meno di un anno ha scippato voti e potere, ribaltando gli equilibri di governo: i Cinque stelle non gli piacciono però li ha utilizzati per poter crescere in consensi e capacità di manovra, proprio come aveva già fatto con Berlusconi e con Meloni, come fa oggi con Le Pen e con Orbán, e domani chissà, forse anche con la Merkel se mai ce ne sarà l’occasione. L’uomo è capace di repentine revisioni estetiche e ideologiche, animato com’è dalla convinzione che sia sufficiente allungare una mano per cogliere un’occasione. Persino CasaPound è vittima e strumento dell’agilità di questo provetto funambolo. Salvini si alleò con CasaPound alle passate europee, poi però scaricò i neofascisti e si fece fotografare a Bologna con Berlusconi. E ancora oggi fa dire (e capire) che CasaPound non gli interessa più, eppure, allo stesso tempo, è con l’editore di CasaPound che qualche giorno fa ha pubblicato un libro-intervista dal sapore autobiografico. I suoi sono calcoli regolati col tic tac d’una bomba a tempo, impudenze corrive della parola e del gesto: fa l’omaccione ma manda bacioni a tutti, si fa fotografare col mitra e poi mette su Instagram i peluche delle figlie, si atteggia a sovranista pronto a fasciare l’Europa ma si capisce che è interessato a fare politica e dunque domani, quando i sovranisti rimarranno quello che sono, cioè dei reietti, potrebbe anche scoprire nuovi e popolari orizzonti. A questo serve Orbán, adesso. L’ungherese è una via di mezzo tra Le Pen e Merkel, un altro di quegli uomini-ponte sui quali si passa e si va oltre. 

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.