Grillo è il Mariotto Segni del genere comico-politico

Giuliano Ferrara

Vincere al lotto e perdere il biglietto. Il comico non conta più un tubo

Grillo è il Mariotto Segni del genere comico-politico. Col tempo ci si è abituati a considerare Mariotto Egalité, come lo chiamava il suo amico Cossiga, per quel che è e vale come gentiluomo isolano e aristocratico della politologia. Lo merita. Ma tutti ricordano che dopo il famoso referendum sulla preferenza unica, e la strabordante vittoria della sua posizione di attacco al sistema dei partiti nella Repubblica morente, Segni fu definito, e non a torto, come quel politico che aveva vinto la posta ma aveva smarrito il biglietto della lotteria. Molti gli facevano la corte, la sua era una posizione naturalmente e chiaramente maggioritaria, da lui ci si aspettavano grandi verità e grandi cose, realizzazioni, passi decisivi nella carriera repubblicana. Niente. L’uomo di stato era subito risultato sacrificato a un generico e inessenziale carisma anticastale, non nacque un movimento né un governo né un qualunque fatto politico o istituzionale decisivo dalla sua azione.

 

Grillo ha scritto un malinconico corsivo e se l’è presa sul Fatto, essendo per di più impaginato modestamente e sadicamente il suo pensiero, con il Truce, “ministro a sua insaputa”. Ma dei Grillo chi primeggiava nella notizia era Giulia Grillo, la ministra omonima della Sanità, che faceva ballare il governo e metteva in cantiere la prospettiva di nuove elezioni in una intervista. Grillo era diventato lui l’omonimo. Le cose da lui scritte, messe nero su bianco con rauca voce intimidatoria, non hanno avuto alcuna vera eco, non hanno contato, sono finite anche prima di una cursoria lettura nel dimenticatoio in cui cadono appunto quelli che vincono al lotto ma hanno perso la cedola del terno. E pensare che il 32 per cento, lo stato d’assedio alla democrazia rappresentativa, la calata dei barbari minacciosa, “arrestiamoli tutti”, “arrendetevi”, era stato il prodotto negli anni dell’attivismo del comico, ripreso e adulato da telecamere e telecamerieri in un’orgia di servilismo di cui resterà memoria. Il quale comico poi, al contrario dell’ucraino Zelensky, era stato un faticone della specialità. Il nuovo presidente che regna a Kiev non ha fatto comizi ed è stato parco di programmi, non ha dovuto pensare una politica, e nemmeno vaffanculare in piazza, gli è bastato ritrasmettere le sue farse presidenziali, “Servitore del popolo”, e i cittadini gli hanno dato, al pigro remake, più del doppio dei voti che hanno dato a Grillo, nonostante quel mare di sacrifici in cui si è impegnato fingendosi capo-garante del buffo Movimento 5 stelle, che comunque ha poi preso il potere, “a sua insaputa”, verrebbe da ritorcere. 

 

Infatti il talent scout dei Toninelli e dei Giggini e delle Raggi ha combinato un pastiche il cui risultato è stato il Truce, il suo dominio, la sua strafottenza, il suo bullismo sui malassortiti dell’armata grillo-casaleggiana, con la prospettiva dietro ogni angolo, e forse no, o forse sì, di nuove elezioni a registrare il radicale rovesciamento dei rapporti di forza, il naufragio del consenso, la valanga dello spostamento a destra, in uno spettacolino antisistema in cui è già venuto il momento degli Arata e dei Siri e della riscossa del potere giudiziario supplente. Lui lo fischiano davanti ai teatri in cui cerca di sbigliettare e di far ridere, si era buttato in politica per noia da vecchio capocomico, e ora si deve annoiare nel pianeta del non essere e del non contare un tubo, e il suo ruzzolone dalle scale fa ridere involontariamente.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.