Politica in bottiglia. Due passi al Vinitaly

Conte e i muscoli. Zingaretti e i vini sovranisti. La foto di D’Alema. E Cuffaro… 

Verona. Il presidente della Calabria Mario Oliviero si fa accompagnare da uno stuolo di funzionari e addetti alla comunicazione: “Venga presidente, sì in quello stand”. E lui si infila, stringe mani, loda l’Enotria, il gaglioppo e il Cirò che quest’anno forse diventerà Docg. Dagli stand vicini, esclusi dal bacio della pantofola, facce querule e occhiatacce. La Calabria si accontenta e non gode, snobbata dai big, come la Sicilia e il resto del Sud (Campania a parte), mentre il Veneto padrone di casa incassa visite a raffica. C’è anche Michele Geraci, viceministro alla Sviluppo economico, detto il Cinese, pronto ad aprire la via della Seta al Prosecco, con l’auspicabile collaborazione del professor Li, equivalente cinese del fabbricatore di vini francese Michel Rolland. Al Vinitaly è tutta una fermentazione tumultuosa di affari e complicità, un intreccio di senior editor and tasting, executive editor, master sommelier e ministri, sindaci e sottosegretari. Nella giornata inaugurale, si materializza un buffo quartetto: passato, presente e (si spera) non futuro del centro sinistra italiano. I primi due sono Maurizio Martina e Carlo Calenda che, tra un incontro con Federvini e uno con mister Amarone Masi, perdono un attimo di vista il loro bacino elettorale per le Europee e si imbattono, sventura, nello stand di Massimo D’Alema. La renziana Alessia Rotta, che li accompagna, trasecola. Che si fa? Una chiacchiera e una foto con il Lider Maximo ormai fa una perdita secca di 10 mila voti. Ma è già tardi. Lui, lesto e sorridente, esce il Nerosè, metodo Classico dal gusto pieno, spuma cremosa in bocca, finale sapido e setoso.

      

          

         

E’ un attimo e si materializza, invidioso, Bruno Vespa, pudico produttore di “Il Bruno dei Vespa”, un primitivo allevato a cordone speronato, invecchiato nelle barrique, che sono ottime per dare quell’aroma vanigliato dolciastro, piacione e lievemente mellifluo che ricorda il produttore. D’Alema estrae il cellulare: “Guardate qui: questo è il simbolo con cui dovevate presentarvi, altro che Siamo Europei”. Martina e Calenda sgranano gli occhi: c’è il simbolo del Pd, ma al posto di Siamo Europei, c’è ItalianiEuropei, la rivista dalemiana. “Non è più bello? Anche graficamente dai, il vostro non vale nulla”. Risate a denti stretti, Calenda ride e ribatte qualcosa. Ma poi tutti via di corsa, ché il Nerosè ha smarrito il suo finale setoso e avvolgente.

          

          

Anche quest’anno si rincorrono a distanza i due parenti serpenti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Salvini beve a garganella, si fa selfie a raffica e se ne va oscillando. Di Maio beve poco e stringe la mano della neo fidanzata Virginia Saba. Il vicepremier vuole un ingresso alla grande e si fa costruire un palchetto, ma viene bruciato sul tempo dalla perfida Giorgia Meloni e perfino dal garbato Nicola Zingaretti. E così proprio lui, che poche ore prima si era scagliato contro il sovranismo che “non sta aiutando l’Italia” si infila nello stand della Coldiretti, dove campeggia lo slogan: “Qui solo vini sovranisti”. Ma affinità e divergenze con il compagno Salvini sono solo una parte del menu.    

           

         

         

Qui si fanno affari, Luca Zaia vuole “prosecco e amarone patrimonio dell’Unesco”, rivendicando il sovranismo veneto e i 5 miliardi di sghei portati a casa. Nulla di diverso dall’esilarante video parodia di Mahmood “Soldi feat il Prosecco”, di Matteo Dal Puppo (“tu sappi che ho fatto tanti soldi soldi soldi col prosecco”). Tra i produttori di vino ce n’è un altro noto, Renato Brunetta, che propone una malvasia Mater Divini Amoris e distribuisce la sua proposta di legge per istituire “l’insegnamento della storia e della cultura del vino come materia di educazione civica”. Giovinotti di terza elementare alle prese con taglio bordolese e macerazioni carboniche, il tutto naturalmente senza poter bere vino, che è vietato. Ma i divieti son desideri, come insegna un altro produttore noto per i trascorsi politici (e giudiziari), Totò “vasavasa” Cuffaro. Nel caso si avvicinasse Salvini, il redento Cuffaro ha già pronto un vino: “Gli farei bere il mio Euno, che oltre a essere il mio cane, era lo schiavo di Sicilia che si ribellò ai romani. Era anche nero”. Ma Salvini è già partito. Se ne sono andati anche la presidente della Camera Casellati, il ministro Centinaio (si fa chiamare  “One hundred about”) e il vanitoso presidente Conte che mostra i muscoli a Zaia: “Tutto naturale, mica faccio palestra”. La Quarta Camera della politica (dopo Porta a Porta) ha anche un cotè festaiolo notturno, nella dimora della famiglia Allegrini. Per tre giorni, l’entusiasta Marilisa (a capo di un impero che l’Unesco potrebbe comprarselo, organizza dei party stellari nella sua villa di Fumane. Quest’anno c’è Carlo Cracco (ottimi i ravioli del plin, discutibile il cappello di prete brasato al Vermentino). In sala, tra ballerine giapponesi elegantemente desnude, mentre l’artista Hiroyuki Masuyama firma la nuova etichetta della Grola, si aggira quel che resta del potere renziano. C’è la veronese Alessia Rotta, c’è il vicepresidente del Csm David Ermini (renziano in sonno). E c’è uno spettinatissimo Luca Lotti che, tra un bignè e una fetta di colomba, si interroga sulla nuova corrente riformista. Robetta, rispetto alle ambizioni di Di Maio: “Dobbiamo colonizzare il mondo, a partire dal nostro vino”. Teniamoci pronti: truppe vittoriose, con calici di prosecco e di amarone, sono pronti a entrare ad Addis Abeba”.