Lo spazza De Vito

Salvatore Merlo

Lo spettacolo della giustizia sommaria dei grillini, il partito che gridava “ladri!”. La Roma della “estranea” Raggi

Roma. Alle 15 e 06 Rocco Casalino manda nella chat che condivide coi giornalisti le disposizioni impartite alla stampa quotidiana e radiotelevisiva. Il testo è questo (sintassi sbilenca compresa): “Vi chiedo gentilmente che se parlate di De Vito di parlarne come ex M5s. E’ stato già espulso”. Marcello De Vito, presidente del Consiglio comunale di Roma, già candidato sindaco del Movimento cinque stelle, fondatore del Movimento romano arrestato ieri per corruzione, è la figura tragica e sacrificabile, il presunto colpevole che Luigi Di Maio ha deciso di giustiziare emotivamente e sommariamente per assolvere se stesso, il suo regime litigarello con Matteo Salvini e quell’inquietante e calamitosa casualità che a Roma si è fatta governo della città con Virginia Raggi. La sindaca che nulla mai sa, e che ieri è sparita per dodici ore, precipitata in chissà quale buco nero dal quale non è più riemersa fino a sera.

 

Gente media, con carriere medie, titoli medi, capacità meno che medie, che improvvisamente e per irripetibile coincidenza si trova proiettata in ruoli d’importanza strategica, al centro delle istituzioni, negli snodi più rilevanti della macchina amministrativa. E che da lì si attorciglia, sempre più, con un nodo di esterrefatto piacere, quasi con la perversa delizia di soccombere, in un rovo di balle, pasticci, imbrogli, fidandosi sempre delle persone sbagliate, approfittatori, piccoli arrampicatori, affaristi e mezzi furfanti. E mentre Raggi, circondata dai Raffaele Marra e dai Luca Lanzalone, i suoi collaboratori arrestati nei mesi scorsi e sotto processo per corruzione e reati gravissimi, ancora zampetta “sconvolta” ed “estranea” nei post su Facebook, consegnandosi al ruolo d’ignara tontolona, il suo avversario interno e presidente del Consiglio comunale, De Vito, secondo i pm di Roma si faceva invece corrompere con denaro per facilitare gli imprenditori impegnati sul progetto dello stadio della Roma.

 

Denunciavano orli di abissi, scandali devastanti, disperate emergenze, turpitudini. Nulla più succedeva a Roma che non fosse da loro presentato come fuori da ogni regola, precedente, misura. Nel 2014 consegnavano le arance a Ignazio Marino, il sindaco cui auguravano il carcere, e facevano lettura pubblica dei brogliacci delle intercettazioni, in una sorta di teatro incivile. Poi invasero il Consiglio comunale urlando “onestà onestà” in faccia a chi, come i Radicali, aveva invece denunciato Mafia Capitale, e senza strepiti da ghigliottina, perché sempre l’eccesso è segno del contrario di ciò in cui si eccede: gli occhi spiritati, i volti sprezzanti, l’aria invasata a manifestare la purezza fanatica della loro persuasione civica. “In galera vi devono mandare. Maiali! Ma vedrete che con noi cambierà tutto”, urlavano. C’era pure De Vito quel giorno, assieme a Di Maio, Alessandro Di Battista, Paola Taverna e Raggi, ovviamente. “I ladri!”, “i corrotti!”, “i figli di mignotta!”, di là. “La gente!”, “gli onesti!”, “i poveri figli di mamma!”, di qua.

 

Al mondo esistono i coraggiosi e i vili, gli onesti e i disonesti, i trafficoni e quelli che riposano in pace con la loro coscienza, esistono anche i santi e, come ricorda Dostoevskij, esistono persino una certa quantità di indemoniati. Ciò che invece non è umano e nemmeno intelligente è pensare che esista un Movimento di onesti a prescindere, contrapposto a un sistema marcio. Come se politica e società, politica e popolo, grillini e piddini, bidelli e consiglieri comunali, non facessero parte dello stesso consorzio umano, che è imperfetto ma funziona in base a regole condivise, non sempre da tutti rispettate, ma senza divisioni di specie. Il problema dei 5 stelle è che oltre a essere umani (dunque storti come tutti noi) spesso si sono dimostrati pure amministrativamente incapaci, esagitati e ovviamente furbetti come tutti gli zelanti e i moralisti della storia. Venerdì sera Di Maio esibiva in pubblico Marcello De Vito, e di fronte a Simone Canettieri del Messaggero, che prendeva appunti, lo presentava con orgoglio al ministro Tria: “Caro Giovanni, questo è il nostro presidente del Consiglio comunale”. Ieri De Vito è stato condannato in piazza dai suoi stessi amici che vogliono rimanere al potere, e che giocano con la ghigliottina dimenticando che Robespierre – un altro che aveva iniziato con Rousseau – finì pure lui nelle mani del boia.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.