Marco Travaglio e Virginia Raggi (foto LaPresse)

Travaglio allo specchio

Tarco Maravaglio

Ecco come il direttore del Fatto avrebbe descritto il Travaglio che difende la banda degli inquisiti M5s

Ci sono due modi di affrontare la notizia dell’arresto per corruzione di Marcello De Vito, presidente M5s dell’assemblea capitolina. Il primo è quello di raccontare l’inchiesta e quanto il sistema corruttivo fosse arrivato al cuore della calamitosa amministrazione di Virginia Raggi – per giunta sull’unica opera da loro approvata, cioè lo stadio della Roma. Il secondo è quello usato da tal Marco Travaglio, che un mio amico un po’ pervertito – legge il Fatto – mi ha segnalato ieri. Travaglio, soi disant allievo di Indro Montanelli, in pratica un gemello monozigote di Marcello Foa, pone quella domanda scomoda che nemmeno al Tg2: “E allora il Pd?”. In pratica questo segugio del giornalismo per mancanza di prove, pur di far contenti lor signori, se la prende con il Partito Disintegrato. Lo ha detto in televisione e lo ha pure scritto sulla sua fanzine: può capitare che al M5s arrestino un dirigente in dieci anni. Che sarà mai. Quelli del Pd sono centinaia.

 

Peccato però che i Cinque stelle non siano al governo da dieci anni, ma governano Roma da tre anni e l’Italia da dieci mesi. Ma questo, Travaglio, nuotando nei fiumi di bava, se lo dimentica. I ragazzi di Grillo, nei pochi comuni che amministrano, hanno conquistato un record da Speedy Gonzales: sono i più inquisiti e arrestati nel più breve tempo possibile. Non fanno in tempo a entrare in una sala consiliare che arriva la polizia giudiziaria. A Quarto Flegreo un consigliere grillino è finito indagato per tentata estorsione con l’aggravante del metodo mafioso, il sindaco di Assemini è stato condannato per abuso d’ufficio, il sindaco di Bagheria – un “bravo ragazzo” noto per aver urlato a un cittadino durante un Consiglio comunale: “Ti strappo il cuore” – è imputato di falso ideologico, turbata libertà degli incanti, violazione del segreto d’ufficio e abuso d’ufficio. Si potrebbe continuare a lungo. C’è infatti un indagato per ogni amministrazione onesta, comprese Livorno e Torino, dove le accuse sono tuttavia più leggere: falso in bilancio, disastro colposo e omicidio colposo.

 

Ma il fruttivendolo Travaglio, che solo in una repubblica delle banane poteva diventare direttore di giornale (con il Fatto s’incartano benissimo le Chiquita), dice che “sono solo le mele marce”. Eppure lui prima garantiva che queste mele erano invece succulente. Buonissime. Ad esempio, a Roma, Travaglio aveva leccato per benino la mela Marra. “Noi, quando Raffaele Marra balzò ai disonori delle cronache come l’Uomo Nero della Raggi, gli chiedemmo un incontro. Si presentò con una valigia di faldoni per documentare il suo curriculum, le sue lauree e la correttezza delle sue condotte, le denunce che aveva presentato contro il malaffare capitolino. Lo avvertimmo che avremmo verificato ogni carta. E così facemmo senza trovare nulla che smentisse la sua versione”. Aveva tutte le carte in regola. Infatti subito dopo lo hanno arrestato per corruzione. E poi uno si chiede perché l’Italia ha perso altre 24 posizioni nella classifica sulla libertà di stampa, precipitando fra Moldavia e Nicaragua.

 

Ma non finisce qua. Nel cesto della Roma a cinque stelle la polizia ha poi raccolto altra frutta. In appena tre anni: tre arresti e due indagati. Praticamente una retata. Il capogruppo al comune del M5s Paolo Ferrara, il presidente del Consiglio comunale ed ex candidato sindaco Marcello De Vito, l’assessore allo sport ed ex vicesindaco Daniele Frongia, il braccio destro operativo della sindaca (il suddetto Marra) e il presidente dell’Acea Luca Lanzalone. Lanzalone è uno che tutti ora fingono di non conoscere anche se era l’avvocato del M5s, fu presentato alla Raggi dal ministro della Giustizia Bonafede, e la sera prima dell’arresto era a cena con Davide Casaleggio. 

 

Se c’è una cosa che Travaglione ripete sempre è questa: non bisogna aspettare l’intervento della magistratura. Bisogna intervenire prima. I delinquenti bisogna individuarli subito. Infatti, da vero segugio, aveva capito tutto anticipando di gran lunga gli inquirenti. Lui sì che sa distinguere le mele buone da quelle marce. Sulla base del suo famoso fiuto da cane da riporto aveva rassicurato tutti: tranquilli, a Roma va tutto bene. D’altra parte Travaglio ha sempre avuto un debole per questi suoi colleghi fruttivendoli grillini che portavano le arance a Ignazio Marino, il pericoloso criminale della Panda in doppia fila. Quando può, per loro, intinge volentieri la penna nella saliva. Prendiamo il braccio destro (ammanettato) della Raggi. Gli unici difetti di Marra, secondo questo Rocco Casalino dislocato alla direzione di un giornale (si fa per dire), risiedevano nell’essere “troppo giacobino perché denunciava un sacco di porcherie in procura”. Le denunciava tutte in effetti (tranne le sue). E questo piaceva a Travaglio. Ma come risulta da un’intercettazione a proposito del trattamento da lecchino d’oro riservatogli dal Fatto, tutto questo piaceva assai anche a Marra e ai suoi sodali: “Stanno facendo proprio un bel lavoro”. Slurp!

 

Tra i vari lavoretti di lingua effettuati c’era anche quello di riconoscere gli avversari dei “quattro amici al bar” asserragliati in Comune, cioè Raggi, Marra, Romeo e Frongia. Il nemico numero uno era stato individuato nel capo di gabinetto Carla Raineri, un magistrato con qualche decina d’anni di onorata carriera, colei che ha denunciato in procura le porcherie della banda del Campidoglio. Scriveva quindi Marco Leccaglio, che secerne alternativamente saliva e curaro: “Raggi ha tollerato i troppi galli nel pollaio, senza allontanare la Raineri dopo le imbarazzanti interviste da genio incompreso”. Con tutti i magistrati che se ne occupavano fuori dal comune, bisognava cacciare l’unico che era dentro. Non sia mai che scoprisse qualcosa.

 

Il sagace Travaglio è fatto così. Mentre attorno alla sua scrivania fischiano ed esplodono fragorosamente i reati veri, il signorino grandi firme va alla ricerca di quelli inventati. Si toglie il grembiule da fruttarolo e, pur di non fare il giornalista, si mette il camice da piccolo chimico. Dopo la morte di Imane Fadil, l’accusatrice di Silvio Berlusconi nelle vicende del bunga bunga, prima di aspettare qualsiasi analisi, inizia a parlare di “avvelenamento” da sostanze radioattive e metalli pesanti ipotizzando il coinvolgimento di – attenzione attenzione – Cosa nostra, Massoneria deviata, Tangentopoli e Putin. Mancano l’Isis e il Ku Klux Klan. Non sembrandogli abbastanza, paragona la morte della povera ragazza al delitto Matteotti, cosa che rivela lo stesso senso della misura di quando si definisce allievo di Montanelli. Adesso le analisi hanno rivelato l’ovvio: non c’è nessuna traccia di sostanze radioattive come il polonio. In compenso si fa forte il sospetto di una pericolosa contaminazione da stronzio alla direzione del Fatto.