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Dirsi fiduciosi nella giustizia, caro Renzi, ingenera sfiducia nella politica

Il circo mediatico-giudiziario trasforma la giurisdizione in gogna. Le radici della giustizia come arma di combattimento ad personam e ad familiam

20 Febbraio 2019 alle 06:11

Le radici della giustizia come arma di combattimento ad personam e ad familiam

Matteo Renzi (foto LaPresse)

La frase che fa senso e suona come una moneta falsa in italiano è questa: ho fiducia nella giustizia, la giustizia deve fare il suo corso. Al termine di una accanita attenzione inquisitoria, che a me e a molti altri pare ispirata a pregiudizio e ostilità al politico a partire dalla triste storia di Scafarto & C. nel caso Consip, hanno schiaffato ai domiciliari babbo e mamma Renzi per una storia di false fatturazioni e bancarotta fraudolenta che è tutta ancora da vedere. Questione di latitudine. Fin qui, al parallelo di Napoli e di Roma babbo Renzi se l’era cavata: anche in casi di imprenditoria modesta, come quella in oggetto, impresa e pasticci in Italia sono sinonimi, ciò che vale per tutti come si sa e si constata a ogni inchiesta, ma Tiziano è risultato non colpevole dei reati ascrittigli, per i quali si era suonata la grancassa della colpevolezza intuitiva e preventiva per mesi e anni. Non colpevolezza, archiviazione: tanto basta sul piano del diritto. Al parallelo di Firenze, con diramazione genovese, tutto è cambiato, e siamo alla custodia cautelare preventiva, e la grancassa torna a rimbombare.

  

Matteo Renzi, ovviamente colpito e avvilito anche in proprio, ha dichiarato in una stessa concatenazione di argomenti due cose che non si tengono insieme sul piano logico e storico, ormai: ha fiducia nella giustizia e è addolorato perché per causa sua babbo e mamma stanno passando guai seri, genitori come sono di uno che voleva trasformare l’Italia e che ha ingaggiato un combattimento politico radicale contro il quale sono arrivati colpi bassi. Ha anche aggiunto che “casualmente” i provvedimenti restrittivi per i suoi famigliari sono scattati ora, con un accenno esplicito alla giustizia a orologeria. Se è sincera la seconda parte del suo discorso, che senso ha dire che si ha fiducia nella giustizia? E’ una captatio benevolentiae verso l’opinione antipolitica e forcaiola? Un modo per cercare di non apparire eversivi rispetto a istituzioni di garanzia? Una semplice escogitazione retorica?

  

No, la fiducia nella giustizia è la filastrocca o il paravento dietro il quale ha cercato spesso riparo una schiera eletta di leader che così dicendo e facendo ha fatto un torto alla logica e alla politica, alla buona politica. Craxi vinse il referendum sul caso Tortora, sulla questione della responsabilità civile dei magistrati e dei giudici, ma poi decise di non decidere, e l’esito della volontà popolare s’impantanò nelle sabbie mobili del Parlamento. Berlusconi, che all’inizio guidava il solito giornalismo schiena dritta alla Mentana nel solco di Di Pietro, e sappiamo dove sia finita la reputazione civile dell’eroe di Mani pulite, fece la stessa cosa: conquistò gli italiani a un giudizio severo sull’ordalia di indagini e processi contro la gens nova da lui rappresentata, e poi decise di non decidere. Renzi si collocò nella tradizione: cercò di usare le parole d’ordine anticorruzione per emulare l’onestà-tà-tà dei grillozzi e di altri lestofanti politici col cappio sempre pronto, e non ha riformato la giustizia, niente Jobs Act per i magistrati. Nessuno di loro ha separato le carriere, nessuno ha abolito lo schermo perverso dell’obbligatorietà dell’azione penale, e gli ultimi hanno accettato intimiditi la supplenza giudiziaria lasciando ai porci l’articolo 68 della Costituzione, che fu abolito per dannare Craxi. Le loro maggioranze politiche legittimate dal voto hanno dato alcune cose buone o molto buone al paese, ma non gli hanno mai dato la riforma della giustizia, cioè un discorso di verità su un sistema giudiziario sulla cui imparzialità e sul cui garantismo nessuno con la testa sulle spalle ha la minima fiducia. 

  

Anzi, discorsi e recriminazioni se ne sono sentiti, ma una riforma della giustizia mai, sempre rinvio, sempre misure mediocri e subito stemperate e nullificate, salvo lamentarsi senza costrutto dell’atmosfera inquisitoria e a volte persecutoria che li riguardava in proprio.

 

Sappiamo oltretutto che la questione non riguarda solo i provvedimenti giurisdizionali e la funzione di procure, gip e giudici di merito. Non è solo il giudiziario il rovente problema italiano, ma il circo mediatico-giudiziario che trasforma la giurisdizione in gogna e arma di combattimento ad personam e ad familiam, fino a determinare l’ondata forcaiola che sta alla base dell’attuale ordine o regime politico del ciclo sovranista, populista, plebeista, barabbiano eccetera. Siamo ormai un paese in cui un vicecapo del governo obbliga il padre imprenditore in nero all’auodafé televisivo, come si faceva nel Cinquecento spagnolo con gli eretici. Da noi un blog disfunzionale ma ben eterodiretto, con metodi grotteschi, determina il voto del Senato sull’immunità di un ministro. In questo clima, al di là della comprensione psicologica per la condizione di padri e figli, dirsi fiduciosi nella giustizia ingenera perfino in me, che ho il conflitto civile nel cuore e nei sensi, sfiducia nella politica.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    20 Febbraio 2019 - 20:08

    Tutto da concordare: è così. Ma in una democrazia, specie se italiana, è evidente che un Premier non riuscirà mai più a ristabilire una corretta divisione dei poteri dello Stato, dato che nessun premier calzerà stivaloni e comanderà manipoli da far bivaccare in quei Palazzi, ove nel frattempo non si fa la guerra ma si fa l'amore, lanci di quel che capita alla Garrone, estemporanee prove di lotta sostenute da beluini urli di guerra, singoli e di gruppo. A parte gli scherzi, solo il Presidente della Repubblica può e deve occuparsi e preoccuparsi di questo fondamentale problema. Uno solo ci provò a picconare sul monolitico asteroide giudiziario piovuto (e però voluto) ad okkupare l'area politica italiana. Nessun altro. Pare che il pastrocchio "trattativa" sia mantenuto in accanimento terapeutico come arma di dissuasione antipresidenziale per mantenere operante questa nostra attuale dittatura giustizialista dove, "a piacere", tutti noi cittadini siamo colpevoli fino a prova contraria.

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  • MR1960

    20 Febbraio 2019 - 19:07

    Una volta uscito, è assai difficile farcelo rientrare. Non lo sapevano le scimmie che, prodighe di scaracchi e monetine, quel giorno spalancarono la gabbia del leone? Mo' a chi tocca, tocca. Eterogenesi dei fini. Magra consolazione.

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  • francospirito

    20 Febbraio 2019 - 17:05

    Ben detto e ben scritto

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Febbraio 2019 - 17:05

    Caro Ferrara – Chiusura al bacio, la sua. La politica, alta, media, bassa, comunque pittata, s’è fusa in nuova, generalizzata entità: la ludopolitica. Cioè: a Carnevale ogni scherzo vale. Incluso il mascherarsi e scambiarsi i costumi di scena. Le attuali platee mostrano di gradire. Basta seguire i talk, i social, i blog e il clima che ne deriva. Parafrasando: le passioni umane hanno ragioni che la ragione non può comprendere.

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