Così l'Italia non regge. Facciamo come in Spagna: torniamo al voto

Claudio Cerasa

Il collasso del fatturato industriale è solo l’ultimo dato sul disastro economico del cambiamento. La Spagna, con tre elezioni in quattro anni, ci ricorda che quando un governo non funziona per l’economia è meglio tornare al voto. Presto, por favor

Se fosse solo un numero episodico, se fosse solo un crollo momentaneo, se fosse solo una flessione transitoria si potrebbe anche sostenere che via, tranquilli, non agitatevi, non allarmatevi, non vale la pena preoccuparsi. Se fosse così, il dato consegnato ieri dall’Istat, il dato che ha certificato un collasso del fatturato industriale a dicembre pari a meno 7,3 per cento su base annua, con un crollo che su base tendenziale non si vedeva da dieci anni, si potrebbe anche ascoltare chi sostiene che il meglio per l’Italia debba ancora venire, che il boom economico arriverà presto e che il 2019 sarà in ogni caso un anno bellissimo.

 

Purtroppo però il crollo del fatturato dell’industria è solo una delle stelle che compongono la galassia di una crisi economica sempre più grave alla quale il governo italiano ha finora dedicato meno attenzione della giuria di Sanremo. E per capire la gravità della situazione, e provare persino a immaginare una possibile soluzione, vale la pena unire i puntini del disastro economico. Da quando Luigi Di Maio e Matteo Salvini si trovano al governo l’Italia ha visto via via crollare i principali indici che misurano la salute del nostro paese. E’ crollato l’indice del fatturato dei servizi, che ha registrato un calo per la prima volta dal 2014. E’ crollato l’indice della crescita dei consumi, che ha registrato un calo per la prima volta dal 2014. E’ crollato l’indice della produzione industriale, che ha registrato un calo per la prima volta dal 2016. E’ crollato l’export, con una frenata così brusca che non si vedeva dal 2016. E’ crollato il pil, con gli ultimi due trimestri del 2018 di crescita negativa dopo quattordici trimestri di crescita consecutiva. E’ crollato il lavoro, con una diminuzione di posti di lavoro tra fine maggio e fine gennaio pari a 355 posti al giorno (dati Istat-Bankitalia) contro una creazione quotidiana di posti di lavoro nei quattro anni precedenti pari a 723 al giorno. E’ crollata la capitalizzazione delle banche in Borsa, con il settore dei titoli bancari che da fine maggio a fine gennaio ha perso oltre il 30 per cento del valore, quasi dieci punti in più rispetto alla performance delle altre banche a livello europeo. E’ schizzato in alto il valore differenziale dei rendimenti dei titoli di stato, ieri arrivato fino a quota 274 punti base, e uno spread a questi livelli non significa solo far spendere allo stato cinque miliardi di euro in interessi nel 2019 e 9 miliardi nel 2020 ma significa mettere in sofferenza le banche italiane (nel 2008 detenevano una quota di debito pubblico pari al 5 per cento del loro attivo, oggi la proporzione è raddoppiata) e allontanare sempre di più gli investitori dal nostro paese.

 

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, in un appassionato discorso tenuto a inizio febbraio al congresso Assiom Forex ha ricordato che i guai del nostro paese (unica economia dell’Eurozona in recessione, unico paese dell’Ocse insieme alla Turchia a distruggere e a non creare posti di lavoro) sono legati non solo a questioni esogene, ma prima di tutto a questioni endogene. Visco ha detto che “in Italia la domanda interna ha risentito del marcato aumento dell’incertezza, legato prima ai dubbi sulla posizione del paese riguardo alla partecipazione alla moneta unica, poi al difficile percorso che ha portato alla definizione della legge di Bilancio, segnato da contrasti con la Commissione europea risolti solo alla fine dell’anno”, ha affermato che “l’aumento dei premi per il rischio sui titoli di Stato che ne è derivato si è trasmesso al costo della raccolta obbligazionaria del settore privato, in un contesto di flessione dei corsi azionari” e ha segnalato che a causa dei più elevanti costi di finanziamento sostenuti dalle banche sono riscontrabili “segnali di un moderato irrigidimento delle condizioni di accesso al credito che si cominciano a cogliere nei sondaggi effettuati presso le imprese”.

 

E se scegliamo di mettere insieme tutto questo con il tentativo quotidiano da parte delle forze di governo di delegittimare a colpi di occupazioni di potere le principali autorità indipendenti del nostro paese, e se un’autorità indipendente diventa un’autorità occupata dal potere politico la credibilità di un paese al posto di aumentare tende a diminuire, abbiamo argomenti sufficienti per sostenere quello che il ceto produttivo italiano – compresi molti elettori di Matteo Salvini – ha capito da mesi: così l’Italia semplicemente non regge. Dunque, arrivati a questo punto del ragionamento, si potrebbe dire: d’accordo, ma che si fa? Si può sperare che questo governo faccia nei prossimi mesi quello che non è riuscito a fare negli ultimi nove mesi? Si può sperare che Salvini dia soddisfazione ai buffi liberali che vedono in lui la possibile reincarnazione di Ronald Reagan? Nein. L’Italia oggi ha solo una speranza per provare a ridare un po’ di linfa alla credibilità del paese e quella speranza è che il più forte tra gli azionisti di maggioranza del governo, ovvero Salvini, scelga di stringere un patto con il presidente della Repubblica e fare quello che la Spagna si appresta a fare il 28 aprile: tornare a votare. Negli ultimi quattro anni, la Spagna ha votato tre volte (dicembre 2015, giugno 2016, aprile 2019) e ha trasformato la rigenerazione elettorale in un punto di forza della sua formidabile stabilità economica (lo spread tra i titoli di stato spagnoli e quelli tedeschi ieri ha chiuso a 110 punti base, 160 punti in meno rispetto a quelli italiani). E quando la smetteremo di farci incantare dalle armi di distrazione di massa sarebbe il caso di mobilitarsi per chiedere quello di cui oggi l’Italia ha bisogno: non un nuovo governo, ma nuove elezioni. Così l’Italia non regge. Facciamo come in Spagna, por favor.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.