La manifestazione Sì Tav a Torino dello scorso gennaio (foto LaPresse)

Appello trasversale per sbloccare l'Italia

Claudio Cerasa

L’allarme della Corte dei conti, i timori della Ue. L’Italia rischia grosso se non scommette sulle infrastrutture. E’ ora di mobilitarsi. Firme di Tajani, Zingaretti, Martina, Giachetti, Maroni, Toti, Crosetto, Delrio, Brugnaro, Confindustria

Essere contro le grandi opere significa essere a favore della decrescita. Significa non fare di tutto per trasformare il futuro in un luogo di grande opportunità. Il futuro dell’Italia nel mondo, la sua idea di Europa, di sviluppo, di crescita, di lavoro, di industria, di economia dipende anche dall’Alta velocità. Chiudersi non vuol dire proteggersi, vuol dire isolarsi, vuol dire fuggire dal mondo, vuol dire combattere contro la realtà. E’ il momento di un manifesto per la crescita, di un manifesto per la Tav, di un manifesto contro i professionisti del no. Un manifesto contro chi sceglie di barattare il futuro del paese per uno zero virgola nei sondaggi. Si firma qui: [email protected]

 


 

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, lo abbiamo raccontato ieri, sostiene con buone ragioni che un paese con il debito pubblico come l’Italia se non fa di tutto per aumentare gli investimenti, per scommettere sulle infrastrutture, per tenere il deficit sotto controllo e per far abbassare lo spread rischia di finire fuori controllo e di andare con le gambe per aria. Tria, nei suoi colloqui privati, si limita a dire, proiettando il suo ragionamento su un futuro non così ravvicinato, che “così non si va avanti”.

 

Ma a giudicare da una serie di segnali registrati negli ultimi giorni sui taccuini della politica del nostro paese le difficoltà future che immagina il ministro dell’Economia potrebbero essere più vicine di quanto si possa credere. Per questo può essere utile mettere in fila tre notizie che potrebbero apparire molto diverse l’una dall’altra: il discorso fatto ieri dal procuratore generale della Corte dei conti, Alberto Avoli, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, le preoccupazioni trasmesse ad alcuni imprenditori nelle ultime settimane dal direttore generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea, Marco Buti, alcune firme importanti e trasversali raccolte ieri dal Foglio rispetto alla necessità di avere un paese a maggiore alta velocità. Il primo punto riguarda un particolare allarme lanciato ieri dalla Corte dei conti relativo al crollo degli investimenti. “Il nostro paese – ha detto il procuratore generale Avoli – non dispone di un patrimonio infrastrutturale adeguato al suo sistema economico e produttivo. Si tratta di una realtà incontrovertibile che incide negativamente anche sulla qualità della vita dei cittadini: i trasporti, la viabilità, le reti di comunicazione, i sistemi portuali, la raccolta e la valorizzazione reddituale dei rifiuti, la sicurezza del lavoro, la manutenzione idrogeologica del territorio sono questi alcuni dei principali settori di sofferenza. E la mancanza di congrui investimenti al riguardo rischia di accrescere ulteriormente il gap economico e produttivo con gli altri paesi, non solo facendo perdere competitività all’Italia, ma determinando anche un peggioramento delle condizioni sociali delle comunità”. Un paese che vuole crescere ha bisogno di scommettere sulle infrastrutture e un paese che non scommette sulle infrastrutture rischia di fare una brutta fine, specie se i timori della Commissione europea e di Marco Buti dovessero essere confermati. Timori che potrebbero essere così sintetizzati: cosa può succedere all’Italia se ad aprile verrà certificato che la crescita del nostro paese nel primo trimestre è stata inferiore rispetto alle aspettative? E cosa può succedere al nostro paese se accadrà quello che oggi sul Foglio sospetta il professor Guido Tabellini, ovverosia che ad aprile l’Italia potrebbe scoprire che nel 2019 la crescita nel migliore dei casi rischia di essere vicina allo zero, e che nel peggiore dei casi rischia di avere un segno meno?

 

La risposta purtroppo è quella che ci ricorda ogni giorno il livello del nostro spread: più aumentano le possibilità che il rapporto deficit/pil dell’Italia sia superiore rispetto a quello promesso dal governo nella manovra, più aumentano le possibilità che il debito pubblico torni a salire, più aumentano le possibilità che acquistare i nostri Btp sia sempre più oneroso per il nostro stato e più aumentano le possibilità di avvicinarci, e non di allontanarci, a una crisi economica simile a quella del 2011. Così non si va avanti, dice il ministro Tria. Così non si va avanti, ci diranno probabilmente le agenzie di rating quando nei prossimi mesi pubblicheranno la revisione degli outlook sul nostro paese (il 22 febbraio Fitch, il cui ultimo outlook sul nostro paese è stato negativo, il 15 marzo Moody’s, il cui ultimo outlook sul nostro paese è stato stabile, il 26 aprile Standard & Poor’s, il cui ultimo outlook sul nostro paese è stato negativo).

 

E così non si va avanti, dicono in qualche modo tutti coloro che negli ultimi giorni hanno scelto di sostenere l’appello del Foglio a favore della Tav contro i professionisti del no. Ieri, dopo le adesioni di Mariastella Gelmini (capogruppo di Forza Italia alla Camera), di Mara Carfagna (vicepresidente della Camera, Forza Italia), di Tommaso Nannicini (ex sottosegretario, Pd), sono arrivati i sì di Giovanni Toti (governatore della Liguria, oggi con Forza Italia domani chissà), di Roberto Maroni (ex governatore della Lombardia, della Lega), di tutti e tre i candidati alla segreteria del Pd, ovvero Nicola Zingaretti, Maurizio Martina, Roberto Giachetti; di Antonio Tajani (presidente del Parlamento europeo, di Forza Italia), di Luigi Brugnaro (sindaco di Venezia, centrodestra), di Francesco Ruocco (sindaco civico di Vicenza di centrodestra, fortemente voluto dalla Lega), di Graziano Delrio (ex ministro delle Infrastrutture, oggi capogruppo del Pd alla Camera), di Guido Crosetto (deputato e coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia), di Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, di Vincenzo Boccia e Marcella Panucci, rispettivamente presidente e direttore generale di Confindustria. Le firme sono trasversali, arrivano da quasi tutti (ne manca solo uno, indovinate quale) i partiti e sono lì a indicare non una nuova maggioranza di governo, non scherziamo, ma una semplice necessità: quella di non trasformare l’investimento sul futuro del nostro paese in un valore negoziabile. E’ ora di aprire gli occhi. E’ ora di ribellarsi contro i professionisti del no. E’ ora di mobilitarsi anche in Parlamento contro la decrescita felice. Che aspettate?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.